Quando giunse l'artiglieria tedesca, Massimiliano stabilì il suo campo in faccia alla porta di santa Croce; e perchè vi si trovava troppo esposto al fuoco degli assediati, lo trasportò avanti a quella del Portello, che conduce a Venezia, tra la Brenta ed il Bacchiglione. Colà pose il suo quartiere generale soltanto il giorno 15 di settembre, dopo avere guastato tutto il paese vicino, ma dopo avere altresì dato ai Veneziani tutto il tempo necessario per terminare i loro apparecchj di difesa[19].

Trovavansi sotto gli ordini di Massimiliano, La Palisse con settecento lance francesi, Luigi Pico della Mirandola con dugento lance di papa Giulio II, il cardinale Ippolito d'Este con altrettante del duca di Ferrara, il cardinale Gonzaga con un numero simile di Mantova, e seicento uomini d'arme italiani al soldo dell'imperatore sotto diversi condottieri. L'infanteria consisteva in diciotto mila fanti tedeschi, ossia landsknecht, in sei mila Spagnuoli, in sei mila avventurieri di varie nazioni, ed in due mila Ferraresi. Eransi condotti dalla Germania centosei pezzi d'artiglieria montati sulle loro ruote; sei bombarde erano così grosse, che non si erano potute collocare sui loro carri; quando erano poste al loro luogo rimanevano immobili, e non potevano tirare più di quattro volte al giorno. Erano giunti da Milano e da Ferrara due altri treni d'artiglieria, ed in tutto contavansi nel campo dell'imperatore dugento cannoni sui loro carri. Da più secoli non eransi impiegate mai tante forze nell'attacco e nella difesa di una città. L'armata di Massimiliano ammontava dagli ottanta ai cento mila uomini, e sebbene non fosse quasi mai pagata, il soldato, che amava la bravura e la prodigalità dell'imperatore, che sapeva di essere da lui amato, e che si rifaceva sopra gli sventurati abitanti della mancanza di danaro del suo generale, non pensava ad abbandonarlo[20].

Fin allora l'imperatore non avea dato agl'Italiani che lo spettacolo della sua versatilità, della sua mancanza di fede e delle sue prodigalità; ma ne' primi giorni dell'assedio di Padova, dispiegò ai loro occhi quell'attività, quell'intelligenza militare e quel valore personale, che rendettero ai Tedeschi tanto cara la di lui memoria. Egli aveva il suo alloggio nel convento di sant'Elena, lontano un quarto di miglio dalle mura; il suo campo, che occupava tre miglia d'estensione, trovavasi in quasi tutta la sua linea sotto al fuoco della piazza; e Massimiliano vi si esponeva continuamente. Vedevasi sempre in mezzo agli operaj per dirigere ed affrettarne i lavori; ed infatti colla sua attività le batterie si aprirono su tutta la linea nel termine di cinque giorni[21].

Quattro giorni dopo che le batterie giuocavano, furono aperte nelle mura diverse brecce praticabili, onde all'indomani Massimiliano ordinò in battaglia l'esercito per dare l'assalto; ma durante la notte i Padovani avevano potuto introdurre nuove acque nelle fosse, e l'attacco venne giudicato impraticabile, finchè non fossero diminuite. Convenne impiegare ventiquattr'ore per farle scolare, dopo di che Massimiliano attaccò il bastione che cuopre la porta di Coda Lunga; ma fu respinto; risoluto però di voler prenderlo ad ogni modo, fece avanzare da questa banda l'artiglieria francese, che allargò notabilmente la breccia, e dopo due altri giorni diede un secondo assalto. I fanti tedeschi e spagnuoli, incoraggiati dall'emulazione fra le due nazioni, penetrarono all'ultimo per la breccia dopo una furiosa zuffa, nella quale perdettero moltissima gente, e si stabilirono sul bastione. Ma non l'ebbero i Veneziani appena abbandonato, che diedero fuoco a tutte le mine, la di cui esplosione fece perire la maggior parte de' vincitori, tra i quali i più distinti compagni d'armi e soldati della scuola di Gonsalvo di Cordova[22]. Nello stesso tempo gli imperiali costernati vennero furiosamente attaccati da Zittolo di Perugia, e scacciati da tutte le opere che avevano con tanto loro danno occupate[23].

Questa rotta scoraggiò tutta l'armata, ed intiepidì l'ardore di Massimiliano. Gli assediati non tenevansi chiusi entro le mura; e gli Stradioti, che avevano voluto mantenersi ne' sobborghi, battevano continuamente la campagna. Vero è che non mancavano agli assedianti le vittovaglie, perciocchè, malgrado tutta l'autorità del governo veneziano e lo zelo dei contadini, non era stato possibile di spogliare affatto così ricca campagna; onde i saccomanni non ebbero mai bisogno di allontanarsi più di sei miglia dal loro quartiere per trovare munizioni da bocca. Ma se l'assedio si fosse protratto ancora alcun tempo, le truppe avrebbero all'ultimo provate le conseguenze della loro indisciplina e della povertà del loro capo[24].

Prima che i Veneziani avessero chiusa la breccia per la quale erano entrati gli Spagnuoli ed i Tedeschi, e dove tanto avevano sofferto, Massimiliano fece proporre alla Palisse di far mettere piede a terra ai suoi uomini d'armi per montare all'assalto coi landsknecht. Ma, così consigliato da Bajardo, La Palisse rispose, che questo corpo francese era tutto composto di gentiluomini, e che non sarebbe cosa onesta il farli combattere in compagnia dei pedoni tedeschi, ch'erano ignobili. Se l'imperatore, soggiunse, voleva far mettere piede a terra a' suoi principi ed alla sua nobiltà tedesca, la nobiltà francese loro mostrerebbe la strada della breccia. Massimiliano comunicò questa provocante risposta ai Tedeschi, i quali risposero che non combatterebbero che come si conveniva a gentiluomini, cioè a cavallo. Massimiliano impazientato abbandonò il campo, allontanandosi quaranta miglia in sulla strada della Germania, e lasciando ordine ai suoi luogotenenti di levare l'assedio[25]. Questi ritirarono la loro artiglieria il tre di ottobre, sedici giorni dopo l'apertura della trincea, e portarono il quartiere generale a Limena, lungo la strada di Treviso. Dopo pochi giorni Massimiliano li ricondusse a Vicenza, ove poi ch'ebbe ricevuto da quel popolo solenne giuramento di fedeltà, congedò la maggior parte del suo esercito[26].

Con questo inutile tentativo aveva Massimiliano perduta gran parte della sua riputazione, e Chaumont era venuto nel Veronese per conferire con lui. L'imperatore gli disse: che ove il re di Francia non gli desse potenti ajuti, troverebbesi in breve esposto ancor esso a perdere le sue conquiste; che i Veneziani di già pensavano ad attaccare Cittadella e Bassano; che non mancherebbero di portare in appresso le loro armi contro di Este, Monselice e Montagnana, e che il solo mezzo di tenerli a freno era quello di attaccare Legnago colle forze riunite francesi e tedesche. Ma il governo francese non era altrimenti disposto ad incaricarsi solo delle spese e dei pericoli di una guerra, i di cui vantaggi non erano suoi; e quando Massimiliano, dopo molte irrisoluzioni, prese la strada di Trento, La Palisse ritirò le sue truppe dal territorio veronese per rientrare nello stato di Milano[27].

Le armate di questa lega, in addietro così formidabile, eransi ritirate da tutte le bande. Omai i Veneziani, invece di temere per sè medesimi, minacciavano coloro che avevano invase le loro province; ed inoltre la malintelligenza cominciava ad introdursi tra i loro nemici. Lagnavasi Massimiliano d'essere stato abbandonato dai suoi confederati, incolpandoli de' suoi infelici successi. Il re di Francia si doleva del papa, che, fondandosi sulla circostanza che il vescovo di Avignone era morto nella corte di Roma, aveva conferito quel vescovado, invece di lasciarne la nomina al re; ed il risentimento del re si spinse tant'oltre, che furono per suo ordine confiscate tutte le entrate degli ecclesiastici romani nel ducato di Milano[28].

Finalmente cedette Giulio II, ma suo malgrado: altero, impetuoso e ad un tempo diffidente, verun altro sentimento più omai non nodriva per la corte di Francia, che la malevolenza ed il desiderio di vendicarsi: fondavasi sul religioso rispetto dei popoli e sulle forze della Chiesa, e non voleva essere spalleggiato da verun confederato: s'alienava nello stesso tempo da tutti, e, se pure prendeva tuttavia qualche parte nella guerra, era in favore dei Veneziani. Pure non gli aveva per anco assolti; voleva preventivamente farli rinunciare alla giurisdizione del loro Visdomino in Ferrara, come cosa indecente in un feudo della Chiesa, ed all'esclusivo diritto che si arrogavano della navigazione e del commercio nel mare Adriatico[29].

I Fiorentini, accecati a dismisura dalla loro gelosia contro Venezia, desideravano prosperi successi alla lega di Cambray, ed avevano mandato ambasciatori a Massimiliano, quando era entrato in Italia, per regolare con esso lui tutte le pretese della camera imperiale, rispetto alla quale non avevano potuto andare d'accordo un anno prima. Massimiliano avanti che lasciasse Verona accolse questi ambasciatori, tra i quali trovavasi Pietro Guicciardini, padre dello storico. Le sue finanze erano affatto esauste, urgenti i suoi bisogni, e perciò le sue domande furono assai più moderate di quelle fatte a Macchiavelli nel 1508. Mercè il pagamento di quaranta mila fiorini, da farsi in quattro termini avanti la fine di febbrajo, assolse i Fiorentini da tutti i censi non pagati, e da tutte le investiture di cui potessero andargli debitori; riconfermò i loro privilegj su tutti i feudi imperiali ch'essi possedevano, ed inoltre si obbligò a non turbare, nè ad attaccare giammai il loro governo[30].