Questi dal canto loro eransi riuniti al suono de' due corni d'Uri e d'Underwald, che si udirono suonare tutta la notte. Il cardinale di Sion loro aveva fatte portare vittovaglie da Milano, e i loro corpi s'intendevano ancora senza vedersi. Il prelato aveva spediti corrieri in varie parti per annunziare, dietro l'accaduto nel primo attacco, che gli Svizzeri erano vittoriosi e l'armata francese disfatta[426].

«Quando si fece giorno (il venerdì 14 settembre) ognuno si ritirò sotto le proprie insegne, dice Martino di Bellay, e ricominciò la battaglia più furiosa che la sera, di modo che io vidi uno dei principali battaglioni de' nostri Landsknechts rinculare più di cento passi; ed uno Svizzero, passando tutte le linee della battaglia, arrivò a toccare colla mano un pezzo dell'artiglieria del re, ove fu ucciso; e senza la cavalleria, che sostenne gran parte dell'urto svizzero, si era in pericolo[427].» Ma malgrado l'intrepidezza degli Svizzeri, e l'eccellente loro ordinanza, potevasi di già prevedere che il risultato della battaglia non riuscirebbe loro favorevole. L'artiglieria francese faceva orrendi guasti ne' loro battaglioni, ed ogni loro sforzo per impadronirsene tornava vano. I replicati attacchi della cavalleria sui loro fianchi, sebbene non li disordinassero, ne impedivano la marcia, e loro uccidevano molta gente. «E cominciavano, dice Fleuranges, a girare intorno al loro campo da ogni lato per vedere se potevano assalirli; ma non vi riuscivano; cercarono di rompere una banda che si era mossa, ma quando si videro abbassate contro le picche, passarono avanti senza toccarla[428]

Mentre gli Svizzeri cominciavano già ad essere titubanti, Bartolommeo d'Alviano, ch'era stato a Lodi a prendere la sua truppa e che aveva camminato tutta la notte, giunse sul campo di battaglia con soli cinquantasei cavalieri, prevenendo la sua armata, che avanzavasi più lentamente ordinata a colonne. Ma il grido de' Veneziani Marco! Marco! le loro insegne e la grande opinione che si aveva della rapidità dell'Alviano fecero credere ai due campi che tutta la sua truppa arrivasse con lui. Gli Svizzeri non giudicarono conveniente di aspettarlo; strinsero nuovamente le loro file e ripiegarono verso Milano in buona ordinanza, e con sì fiero contegno, che niun corpo dell'armata francese di fanteria o di cavalleria, ardì molestarli. Soltanto due loro compagnie, che si riposavano ne' granai di un villaggio, perirono tra le fiamme, che vi accesero i cavaleggieri dell'armata veneziana[429].

Il maresciallo Trivulzio, ch'era stato presente a diciotto battaglie campali, non le risguardava che come giuochi da fanciullo a petto di quella terribile di santa Brigida o di Marignano, che aveva costume di chiamare una battaglia di giganti. Si può credere che tra l'una e l'altra armata rimanessero sul campo circa diciotto mila uomini, due terzi de' quali Svizzeri. Ma gli storici delle due parti, per adulare la vanità nazionale, danno intorno al risultamento della battaglia un calcolo assai diverso. Nell'armata svizzera eranvi pochi nomi illustri; in quella dei Francesi moltissimi, e portarono il lutto le più nobili famiglie. Francesco fratello del duca di Borbone, Imbercourt, il conte di Sancerre, il signore di Bussy nipote del cardinale d'Amboise, Giovanni di Muy signore della Meilleraye, il principe Carlo di Talmont, unico figlio di Luigi della Tremouille, il signor di Roye fratello del maresciallo di Fleuranges, ed il giovane conte di Pitigliano, venuto coll'Alviano dall'armata veneziana, rimasero tra i morti[430].

«La sera del venerdì, in cui terminò la battaglia con onore del re di Francia, si fece allegria nel campo e parlossene in più maniere. E si trovò che gli uni avevano fatto meglio degli altri; ma si trovò soprattutto che il buon cavaliere (Bajardo) si era nelle due giornate mostrato tal quale avea costume di essere in tutti i luoghi in casi simili. Il re volle fargli molto onore, ricevendo l'ordine di cavaliere dalle di lui mani. Ed aveva ben ragione, perchè non avrebbe saputo prenderlo da altri migliore di Bajardo[431].» Il re, dopo fatto cavaliere, accordò lo stesso ordine a molti altri gentiluomini, che avevano valorosamente combattuto. «Io ben conosco, disse al maresciallo di Fleuranges, che in quante battaglie vi siete trovato, non avete mai voluto essere cavaliere; io lo fui oggi, e vi prego a volerlo essere ancora voi di mia mano; ciò che il fortunato Fleuranges gli accordò di buon cuore, ringraziandolo dell'onore che gli compartiva[432]

Bajardo, che aveva ricevuto dal re un così segnalato favore, aveva nella precedente notte corso un grandissimo pericolo. «Il suo cavallo, punto dalle picche e sbrigliato, quando si sentì senza freno si pose a correre, ed a dispetto di tutti gli Svizzeri e delle loro ordinanze, passando oltre, portava a dirittura il buon cavaliere in mezzo ad un corpo di Svizzeri, se non che, entrato in un campo in cui le viti erano tese da un albero all'altro, si dovette fermare. Il buon cavaliere ebbe grande paura, e non senza cagione, perciocchè era senza rimedio morto, se veniva in mano dei nemici. Non si perdette per altro di coraggio, ma scese dolcemente da cavallo, ed in parte si disarmò, e seguendo le rive di una fossa, a quattro gambe si incamminò verso il luogo in cui credeva trovarsi il campo francese, ed ove udiva gridare Francia, Dio gli fece la grazia che vi giugnesse sano e salvo; ed inoltre, ciò che molto gli giovò, che si scontrasse nel gentile duca di Lorena, uno de' suoi signori, che fu sorpreso di vederlo così a piedi. Onde il detto duca gli fece subito allestire un gagliardo cavallo[433]

Gli Svizzeri rientrati in Milano cercavano un pretesto per ritirarsi da una guerra, da cui non potevano più nulla sperare. Chiesero a Massimiliano Sforza i tre mesi di soldo che questi aveva loro promessi, ma che evidentemente egli più non poteva pagare dopo la perdita di tutti i suoi stati. Dietro il suo rifiuto, malgrado le istanze del cardinale di Sion, cui non davano più tanta credenza dopo la perdita della battaglia, si posero all'indomani in cammino per ritirarsi per la strada di Como ne' loro paesi. Massimiliano Sforza si chiuse nel castello di Milano con Girolamo Morone, suo principale ministro, Giovanni Gonzaga, pochi gentiluomini milanesi, mille cinquecento Svizzeri, e cinquecento Italiani. Suo fratello Francesco Sforza, duca di Bari, passò in Germania col cardinale di Sion, per affrettare i soccorsi dell'imperatore. Gli Svizzeri dal canto loro avevano, partendo, promesso, che non tarderebbero a ritornare in maggior numero per vendicarsi della loro sconfitta, e liberare i loro compatriotti[434].

Però la battaglia di Marignano aveva decisa la sorte del ducato di Milano. Tutte le città si affrettarono d'assoggettarsi a Francesco I, e di manifestare il loro giubbilo d'essere state liberate dall'insolenza e dalla rapacità della soldatesca svizzera. I soli castelli di Milano e di Cremona rimasero in potere di Massimiliano Sforza, e Pietro Navarro si obbligò col re Francesco ad impadronirsi del primo avanti che passasse un mese[435].

Il castello di Milano era abbondantemente provveduto d'ogni maniera di vittovaglie e di munizioni da guerra; la sua guarnigione più numerosa che non richiedevalo l'estensione del suo ricinto; e le sue mura, che avevano di già sostenuti lunghi assedj, si giudicavano presso che inespugnabili. Ma Pietro Navarro, che aveva il primo di tutti portata in Italia l'arte delle mine caricate e che l'aveva perfezionata; che col mezzo loro aveva molti anni avanti presi i tre castelli di Napoli, e che pretendeva non potergli lungamente resistere veruna fortezza, ispirava grandissimo terrore a tutti coloro ch'erano chiusi nel castello di Milano. E più d'ogni altro il duca ed i suoi ufficiali civili temevano di dovere ad ogni istante essere vittime d'una terribile esplosione. Potevano ben essi tenersi lontani da ogni conflitto e dai pericoli inseparabili dalla difesa d'una breccia: ma una mina nella sua esplosione non rispettava più il sovrano del plebeo, e poteva raggiungere il duca ne' suoi più segreti appartamenti, ed in qualunque ora del giorno o della notte seppellirlo sotto le ruine delle mura. Massimiliano Sforza, che non aveva nè coraggio, nè forza di carattere, era desideroso di sottrarsi a qualunque prezzo a tanto pericolo. Egli non aveva un solo istante goduto dell'indipendenza o della ricchezza annessa al sovrano potere. Quando l'uno, e quando l'altro de' suoi alleati, aveva proposto d'abbandonarlo, e di far ricadere i suoi stati o all'imperatore, o al re di Francia. Gli Svizzeri mantenevano il suo potere, ma per tenerlo subordinato alla loro volontà, facendolo ministro d'insopportabili esazioni, per le quali egli si era già renduto odioso a' suoi sudditi. Il 4 ottobre, venti giorni dopo la battaglia, sottoscrisse una capitolazione, colla quale dava in mano del re non solo i castelli di Milano e di Cremona, ma tutti i suoi diritti sul Milanese, obbligandosi a passare il rimanente de' suoi giorni in Francia; mentre che il re dal canto suo gli prometteva d'interessarsi per ottenergli un cappello di cardinale, e d'assegnargli trenta mila scudi di rendita in beni stabili[436]. Nell'atto che sottoscriveva il trattato, Massimiliano gridò, che allora si sottraeva finalmente alla schiavitù degli Svizzeri, alle estorsioni dell'imperatore, ed agl'inganni degli Spagnuoli.