Francesco I non volle fare il suo solenne ingresso in Milano che dopo la capitolazione del castello, credendo sconveniente alla dignità d'un sovrano di Francia l'entrare in una città che non gli apparteneva tutta intera. Queste bizzarre nozioni intorno a ciò che egli chiamava l'onore della sua corona gli fecero più tardi commettere grandissimi mancamenti, ch'ebbero su tutti i suoi destini una fatale influenza. In questa circostanza il ritardo del suo ingresso in Milano era di poca importanza, non gli togliendo il tempo d'approfittare colle armi e colle negoziazioni degli ottenuti vantaggi.
Le negoziazioni erano attivissime: gli alleati nemici del re si andavano vicendevolmente confortando alla costanza; ma ognuno cercava di ritirarsi dalla difficile lotta, lasciandovi implicati i compagni. Il papa era più d'ogni altro spaventato dalla fortuna de' Francesi; perciocchè non solo vedeva essere esposti a così potente nemico gli stati della Chiesa, ma anche per parte di Firenze doversi da un momento all'altro temere una rivoluzione. I Medici erano stati ricondotti in questa repubblica dal Cardone, a nome dell'imperatore e del re di Spagna; onde i patriotti professavano alla Francia il più caldo attaccamento. Per questo attaccamento avevano permesso che si tenesse il concilio di Pisa nel loro territorio, provocando la collera di Giulio II e di Ferdinando, locchè era stato all'ultimo cagione della loro ruina. La politica, d'accordo colla riconoscenza, suggeriva al monarca francese l'obbligo di ristabilire la fedele sua alleata, la repubblica fiorentina, per servire d'avamposto al ducato di Milano: una volgare prudenza lo ammoniva di fidarsi piuttosto a sperimentati amici che a nemici costretti dalla forza a cercare la pace.
L'avversione de' re per le repubbliche, e l'avversione che aveva Francesco I ad entrare in guerra colla Chiesa, gli fecero abbracciare la contraria decisione. Il vescovo di Tricarico ed il duca di Savoja trattavano con lui a nome di Leon X, e lo ridussero a sottoscrivere un trattato preliminare, con cui il re guarentiva l'autorità de' Medici sopra la repubblica fiorentina; onde il papa, omai riavutosi da quel primo terrore che lo aveva invaso, cominciò a muovere difficoltà intorno alla ratifica de' preliminari, perchè aveva avuto notizia degli scrupoli del re. Intanto egli andava indagando cosa potrebbe ottenere da Massimiliano o dagli Svizzeri per continuare la guerra, e se gli sarebbe possibile di staccare i Veneziani dalla Francia. Quando conobbe che da questo canto non poteva riuscire, fece finalmente il 13 ottobre sottoscrivere in Viterbo il suo trattato d'alleanza col re. Egli evacuava Parma e Piacenza, che dovevano di nuovo riunirsi al ducato di Milano, mentre il re prometteva a Giuliano ed a Lorenzo de' Medici, oltre il mantenimento dell'autorità loro sopra Firenze, onori, pensioni e comando di truppe; obbligandosi inoltre a fare che il ducato di Milano si provvedesse di sali alle saline di Cervia con pregiudizio di quelle de' Veneziani[437].
Gli Svizzeri avevano adunata una dieta in Zurigo, nella quale si declamava altamente contro la Francia, e si parlava intorno ai modi di soccorrere il castello di Milano. Frattanto i loro soldati avevano abbandonate le podesterie italiane, ed altro non conservavano al di qui dei monti che le fortezze di Bellinzona e di Locarno. Raimondo di Cardone, che trovavasi coll'armata spagnuola prima d'ogni altro esposto agli attacchi dell'armata francese, e che non ignorava che l'Alviano era impaziente di vendicarsi di lui, che i soldati spagnuoli avevano eccitato contro di loro l'odio universale in tutti gli abitanti della Lombardia, era premuroso di ricondurre la sua armata nel regno di Napoli; egli chiese ed ottenne d'essere compreso nella negoziazione del papa: e Francesco I acconsentì che senz'essere molestato attraversasse colle sue truppe lo stato della Chiesa[438].
Quattro ambasciatori, i più qualificati personaggi che avesse la repubblica di Venezia per le dignità loro e per i loro impieghi, erano stati mandati a Milano per felicitare Francesco I intorno alla sua vittoria, e per ricordargli le promesse fatte ai Veneziani, di far loro ricuperare tutto ciò che degli stati della repubblica occupava l'imperatore. La conquista dello stato di Milano non poteva risguardarsi come terminata, finchè i Francesi non la venivano assicurando da nuove invasioni dalla banda della Germania, rendendo Verona e Brescia ai Veneziani, siccome dal canto dell'Italia spagnuola, scacciando i Medici da Firenze, e forzando il papa a fare la pace. Se Francesco I avesse saputo approfittare della sua vittoria, avrebbe potuto col solo spavento che inspirava ottenere tutti questi vantaggi senza nuove battaglie: ma la sua politica era troppo personale, perchè potesse comprendere quanto il più delle volte torni in utile proprio il servire vivamente i suoi alleati. Sebbene accogliesse gli ambasciatori veneziani con dimostrazioni di singolare amicizia, e loro si mostrasse pieno di zelo per gl'interessi della repubblica, tardò assai a mandar loro le sue truppe; e queste ancora pareva che affatto avessero dimenticato il valore e l'impeto francese[439].
I Veneziani, abbandonati alle proprie forze, vollero non pertanto tentare di ricuperare le perdute città. Lo spagnuolo Hijar comandava a Brescia, e Marc'Antonio Colonna in Verona. Quest'ultima città aveva una numerosa guarnigione, l'altra una piccolissima; onde l'Alviano ebbe ordine dal senato d'accostarsi a Brescia: ma Hijar, prevedendo il vicino attacco, chiede al Colonna i soccorsi creduti necessarj; e mille fanti partiti da Verona, girando intorno al lago di Garda, entrarono in Brescia prima che l'armata veneziana giugnesse sotto le mura[440].
Bartolommeo d'Alviano, che per la prima volta in sua vita lasciavasi vincere da un altro in celerità, non lo fu che per sopraggiuntagli infermità. Le fatiche sostenute nella battaglia di Marignano, sproporzionate all'età sua ed alla debole sua costituzione, gli avevano cagionata un'ernia: egli si fece trasportare a Ghedo, non molto distante da Brescia, ove morì il 7 d'ottobre dopo avere sofferti acerbissimi dolori. Quest'uomo, che dal rango di semplice soldato, passando per tutti i gradi della milizia, era giunto ad essere supremo comandante d'eserciti, non pareva dalla natura dotato di quelle facoltà che abbisognano per una vita attiva. Era piccolissimo, assai curvo, e d'una quasi deforme bruttezza. Il suo impeto, talvolta imprudente, sembrava piuttosto una qualità conveniente ad un soldato che ad un generale; e sebbene questo l'avesse esposto a sanguinose sconfitte, egli sapeva compensare tale difetto colla sua celerità ed intrepidezza, e coll'arte che aveva di guadagnarsi l'affetto e la confidenza del soldato, anche assoggettandolo alla più rigorosa disciplina. Verun uomo seppe meglio di lui ispirare coraggio alla fanteria italiana, e farle riacquistare la considerazione de' Tedeschi, degli Svizzeri, degli Spagnuoli, cui non vergognavasi di confessarsi inferiore. Morì di sessant'anni, amaramente pianto da' suoi soldati, che, non volendosi privare della sua presenza, lo tennero venticinque giorni alla testa dell'armata, facendogli rendere nella sua tenda gli onori convenienti al loro generale. Essi mai non acconsentirono che si chiedesse un salvacondotto a Marc'Antonio Colonna, comandante di Verona, per far passare il di lui corpo a Venezia, e vollero accompagnarlo armata mano attraverso al territorio nemico. Il senato lo fece seppellire nella chiesa di santo Stefano, ed accordò pensioni alla di lui vedova e figli, che lasciava poveri[441].
Dopo la morte dell'Alviano parve che l'armata veneziana più non avesse il coraggio di misurarsi col nemico; ed i medesimi rinforzi, che le mandava il re di Francia, giugnendo al campo veneziano contraevano in certo modo lo stesso spirito di timidità e d'indisciplina. Gian Giacopo Trivulzio, che le condusse settecento lance francesi e sette mila fanti tedeschi, ed intraprese l'assedio di Brescia, si lasciò intimidire da difficoltà, di cui non sarebbesi preso cura se fosse stato ai servigj del re. I Tedeschi si ammutinarono, dichiarando di non voler servire contro le insegne imperiali che vedevano sulle mura di Verona e di Brescia. Fu d'uopo rimandarli, e chiamare in vece loro cinquemila Biscaini comandati da Pietro Navarro. Una sortita di mille cinquecento soldati tedeschi e spagnuoli della guarnigione di Brescia pose in fuga più di sei mila uomini dell'armata veneziana, togliendo loro dieci cannoni. Le mine cominciate dal Navarro per penetrare sotto le fortificazioni vennero sventate dagli assediati, furono uccisi i minatori, e le gallerie distrutte. Finalmente avendo il Trivulzio cambiato l'assedio in blocco, ridusse colla fame la guarnigione a promettere, che, se non veniva soccorsa entro venti giorni, evacuerebbe la città: ma prima che spirasse il prefinito termine, il barone di Rockandolf[442] adunò otto mila Tirolesi di milizie de' paesi confinanti, ed avanzandosi pel contado di Lodrone e Rocca d'Anfo, che vilmente gli si arrese, vittovagliò Brescia, da cui al suo avvicinamento erasi scostata l'armata nemica. I Veneziani non ottennero in quest'anno verun altro vantaggio dalle vittorie de' loro alleati, che di ricuperare Peschiera, Asola e Lonato, evacuate dal marchese di Mantova[443].
Frattanto Leone X aveva chiesta a Francesco I una conferenza, desiderata ancora da questi per meglio stringere l'alleanza tra di loro conchiusa. I due sovrani convennero di trovarsi in Bologna, ove il papa arrivò l'otto di dicembre, due giorni prima del re. Leon X non aveva torto di confidare nell'influenza che gli darebbero sul giovane monarca la sua accortezza e le sue maniere. Francesco I, negoziando in Viterbo, aveva richiesto a favore del suo fedele alleato, il duca di Ferrara, la restituzione di Modena e di Reggio, a condizione che gli fossero restituiti i quaranta mila ducati pei quali la prima di queste città era stata impegnata. Era questa la sovranità che Leon X aveva destinata a suo nipote; e vedevasi forzato a spogliare la propria famiglia degli stati per lei conquistati sulla destra del Po. Rinunciandovi voleva collocare altrove Lorenzo de' Medici; e gli destinò il ducato d'Urbino, per confiscare il quale a pregiudizio dell'attuale possessore non poteva allegare che il di lui attaccamento verso la Francia. Leone domandò che il duca d'Urbino fosse sagrificato al suo rancore ed alla sua ambizione; e Francesco ebbe la debolezza d'acconsentirvi. Inoltre il papa chiese che si abolisse la prammatica sanzione, che formava la guarenzia della libertà della Chiesa gallicana; e Francesco si lasciò piegare a fissare con lui le basi del concordato, che infatti le venne sostituito nel susseguente mese d'agosto. In contraccambio di così umilianti cessioni e così contrarie alla politica, Francesco ottenne il cappello di cardinale per Adriano di Boisì, fratello del gran maestro di Francia, la promessa d'un soccorso di cinquecento uomini d'armi, ed il soldo di tre mila Svizzeri, per difendere lo stato di Milano qualunque volta fosse attaccato[444].
Prima di recarsi a Bologna aveva Francesco I colla mediazione del duca di Savoja conchiuso cogli Svizzeri un più importante trattato per la difesa dello stato di Milano. Erasi obbligato a pagar loro i seicento mila ducati convenuti nel trattato di Digione; i trecento mila promessi a Gallarate per prezzo delle podesterie italiane, ed inoltre ad accrescere le loro annue pensioni: questi dal canto loro promettevano di restituire al ducato di Milano le podesterie italiane, e di servire la casa di Francia verso e contro tutti, tranne il papa e l'imperatore, con quel numero di truppe che il re troverebbe opportuno d'assoldare. Per tal modo, malgrado la sanguinosa vittoria di Marignano, il re accordava agli Svizzeri press'a poco le medesime condizioni, ch'essi avevano domandate a Gallarate avanti la loro sconfitta; tanto era egli penetrato dell'importanza della loro alleanza per procurare alle sue armate quell'infanteria, che la politica sua non gli permetteva di formare tra i suoi sudditi. Ma il trattato sottoscritto a Ginevra il 7 di novembre non venne ratificato che da otto cantoni, avendo gli altri cinque, che davano un altissimo valore alle podesterie italiane, ricusato di ratificarlo. Francesco, senza aspettare l'assenso degli ultimi, mandò il promesso danaro a tutti i cantoni che avevano approvato il trattato, e gli affezionò così più caldamente al suo partito[445].