Aveva Francesco I concepiti più vasti progetti; pensava a rinnovare le sue pretensioni sopra il regno di Napoli, e ne aveva parlato col papa nella sua conferenza di Bologna. Ma Leon X gli aveva rappresentato che Enrico VIII, re d'Inghilterra, e genero di Ferdinando il Cattolico, si mostrava di già aombrato delle vittorie conseguite dalla Francia, che la cupidigia, o le personali animosità del suo favorito, il cardinale di Wolsey, potevano persuaderlo a rinnovare la guerra; ch'egli aveva il 9 d'ottobre rannodati con più stretti legami la sua alleanza con suo suocero, il re d'Arragona[446]; e che in quest'istante opporrebbe un valido ostacolo alla conquista di Napoli, se attaccava le coste della Francia: che d'altra parte erasi avuto avviso che Ferdinando, di già vecchio assai, era caduto infermo, e che probabilmente non viverebbe ancora molto; che accadendo la di lui morte, il suo successore, Carlo, non potrebbe sperare molto nell'alleanza dell'Inghilterra, e che allora, angustiato dalle difficoltà che accompagnano le successioni contestate, probabilmente cederebbe alla Francia, senza combattere, il regno di Napoli. Il vero ed unico motivo che muoveva Leon X a dare questo consiglio era quello d'acquistar tempo: Francesco I si lasciò facilmente persuadere; onde, licenziata la maggior parte della sua armata per liberarsi da una eccessiva spesa, non si riservò per la difesa del Milanese che settecento lance, sei mila fanti tedeschi e quattro mila baschi ossiano avventurieri francesi[447].
Non tardarono a verificarsi i pronostici intorno alla morte di Ferdinando il Cattolico, il quale spirò a Madrigaleggio il 15 di gennajo del 1516, un mese più tardi del gran capitano Gonsalvo di Cordova che tanto aveva illustrato il di lui regno, e che non pertanto egli lasciava da circa dieci anni languire in esilio. La scaltrezza di Ferdinando, l'ipocrisia e la costante sua prosperità avevano ingannato il volgo, il quale lo risguardava come il più accorto politico del suo tempo, come il monarca che sapeva meglio calcolare tutte le vicissitudini degli avvenimenti, e farle servire a' suoi fini[448]. I preti ed i monaci, da lui costantemente favoriti, portarono ancora più in là i loro encomj; il gesuita Mariana, che termina col di lui regno la storia della Spagna, lo dice «il principe più eccellente di quanti vissero nella Spagna, pel suo amore della giustizia, per la sua prudenza e grandezza d'animo. Ovunque dobbiamo incontrare qualche vizio, tale è l'umana condizione; altronde l'invidia e la malizia sono sempre apparecchiate ad attribuire ai grandi uomini errori di cui non sono colpevoli: ma colla temperata modestia del comando, coll'amore della religione, collo zelo per gli studj, con tutte le qualità di giusto, dolce, benefico e veramente cristiano re, Ferdinando si rendette lo specchio nel quale devono guardarsi tutti i principi, il fondatore della pace, della sicurezza, della gentilezza, della grandezza della Spagna[449].»
Ma quest'uomo così astuto, ingiusto, crudele, che formò la disgrazia di tanti popoli, e che mostrossi costantemente inaccessibile alla pietà, non ingannò già il Macchiavelli nè colla sua prosperità, nè colla sua ipocrisia. Il segretario fiorentino, che raccolse in un corpo di dottrina la pratica de' principi del suo tempo, e che spesso si mostrò indulgente pei delitti loro, quando li trovò utili per istabilire o per corroborare la potenza, altro non vide in Ferdinando che un uomo astuto e fortunato, e non già un uomo savio e prudente; il suo amico Francesco Vettori, svolgendo questa stessa opinione del Macchiavelli, notò in tutte le azioni di Ferdinando dal 1494 in poi un'imprudenza non minore della sua perfidia. Quasi sempre quando ingannava il suo cugino Federico, i suoi alleati, i suoi generali, i suoi popoli, provocava inutili pericoli; e tutt'al più giugneva lentamente per obbliqua via allo scopo cui avrebbe potuto arrivare più onoratamente battendo la strada diretta[450].
Poco tempo prima di morire Ferdinando aveva mandati cento venti mila fiorini a Massimiliano, per porlo in istato di far argine ai Francesi in Italia: ed Enrico VIII, ad istigazione di Francesco Sforza, che pretendeva l'eredità del ducato di Milano dopo che suo fratello, l'ultimo duca, aveva rinunciato a' suoi diritti, aveva pure fatto passare all'imperatore un ragguardevole sussidio. In quest'istante l'Europa teneva tutti gli occhi rivolti alla successione dell'arciduca Carlo, nipote di Massimiliano, alle corone della Spagna, ed all'opposizione che incontrar potrebbe l'arciduca dal canto de' suoi nuovi sudditi; di già Carlo negoziava con Francesco I, e voleva essere sicuro della di lui amicizia prima di recarsi in Castiglia, quando suo avo invase improvvisamente l'Italia. Questi, che mai non aveva saputo porsi in istato d'agire quando era aspettato da' suoi alleati, adunò agevolmente una grande armata nel momento in cui tutte le altre potenze licenziavano le loro. Non avendo avuto abbastanza di tempo per dissipare in oggetti estranei alla guerra tutti i sussidj ricevuti dalla Spagna e dall'Inghilterra, se ne valse per riunire sotto le sue bandiere cinque mila Tedeschi, quindici mila Svizzeri, assoldati ne' cinque cantoni che avevano ricusata l'alleanza della Francia, e dieci mila fanti italiani e spagnuoli[451].
Abbandonando l'Italia, Francesco I aveva lasciato il governo del Milanese al contestabile di Borbone, ed aveva altresì chiamato a Milano il maresciallo Trivulzio, mentre Teodoro Trivulzio, suo nipote, aveva preso il comando dell'armata veneziana, cui erasi unito Odetto di Foix, signore di Lautrec con quasi tutte le forze francesi rimaste in Lombardia. Teodoro e Odetto avevano ricominciato l'assedio di Brescia. Rockandolf era tornato in Germania colla maggior parte de' soldati cui aveva fatto prendere le armi nel precedente anno; Brescia mancava di vittovaglie, ed i soldati trovavansi da lungo tempo senza paga, sebbene gli abitanti fossero stati oppressi da intollerabili contribuzioni per supplire ai bisogni della guarnigione. Hijar in una ribellione de' soldati erasi trovato esposto a gravissimi oltraggi; e la città pareva vicina a capitolare, quando Massimiliano entrò per la strada di Trento in Italia col formidabile esercito che aveva ragunato[452].
Teodoro Trivulzio, generale de' Veneziani, aveva sotto Brescia due mila cinquecento cavalli e sette mila fanti; Lautrec aveva condotti allo stesso assedio quattro mila Guasconi e cinquecento lance, ed il contestabile di Borbone aveva tenuti in Milano ed in altre città del ducato settecento lance e quattro mila fanti parte guasconi e parte italiani. Quando aveva avuto avviso dell'armamento di Massimiliano, aveva mandato ad assoldare sedici mila Svizzeri negli otto cantoni alleati della Francia; ma prima che questi giugnessero, i generali francesi e veneziani non si credettero abbastanza forti per tener testa all'imperatore, onde levarono l'assedio di Brescia, e si stabilirono lungo il Mincio per impedirgliene il passaggio[453].
Desideravano i Veneziani che l'armata loro non si tenesse troppo lontana dalla capitale. Non pertanto i Francesi, all'avvicinarsi del pericolo, andavano perdendo il coraggio, onde rinunciando alla difesa del Mincio, passarono l'Oglio, e ritiraronsi nel Cremonese, ove li raggiunse il contestabile di Borbone col rimanente delle truppe. Il cardinale di Sion, che a motivo dell'ardente suo odio contro i Francesi, aveva presa grandissima parte nell'arrolamento degli Svizzeri comandati da Massimiliano, voleva persuadere l'imperatore a marciare direttamente sopra Milano, approfittando del terrore incusso dalla subita sua apparizione, per terminare la guerra nella capitale. Ma il castello di Asola posto in riva al fiume Chiesa, non lontano dalla foce di questo fiume nell'Oglio, aveva chiuse le porte all'imperatore: e Massimiliano, credendo compromesso l'onor suo se non lo conquistava, consumò molti giorni nel formarne l'assedio, valorosamente sostenuto dal provveditore veneziano Francesco Contarini; Massimiliano, dopo essere stato rispinto innanzi a così piccolo castello, ripigliò il cammino alla volta di Milano[454].
I Francesi avevano abbandonate le rive dell'Oglio, ed in appresso quelle dell'Adda, come eransi prima ritirati da quelle del Mincio, senza tentare di difenderle, e si erano chiusi in Milano dopo averne bruciati i sobborghi, onde l'imperatore non potesse fissarvi i suoi alloggiamenti. Massimiliano, quando si trovò sei miglia lontano dalla città, intimò ai Milanesi di scacciare i Francesi e di aprirgli le porte entro tre giorni, se non volevano essere più severamente trattati che non lo erano stati i loro antenati da Federico Barbarossa. Estremo era il terrore nella città, e debolissimi i mezzi di difesa. Sapevasi, a dir vero, che gli Svizzeri del partito francese si erano posti in cammino; ma sapevasi ancora che la dieta, vergognandosi che i suoi concittadini andassero a battersi gli uni contro gli altri per istraniere cagioni, aveva spedito ordine ai suoi sudditi delle due armate, di ripatriare immediatamente; ma si temeva che quelli ai servigj della Francia s'affrettassero d'ubbidire a quest'ordine, più assai che gli altri, cui avevano poste le armi in mano la focosa eloquenza del cardinale di Sion e la propria animosità. A calmare tanta inquietudine giunse opportunamente in Milano Alberto della Pietra, capitano de' Bernesi con dieci mila suoi compatriotti, che promisero di difendere la città[455].
Trovavansi di già adunati nel Milanese trenta mila Svizzeri divisi tra le due armate; e sebbene fossero gli uni condotti dal cardinale di Sion, gli altri da' suoi più caldi nemici, Alberto della Pietra e Francesco, figlio di Giorgio Supersax, tutti dichiararono ad una voce di non voler combattere contro i loro compatriotti. Vedevansi conferire tra di loro, corrispondere, concertarsi, e scuotere assolutamente l'autorità de' due sovrani cui servivano. Unendosi tra di loro potevano in quell'istante dettare la legge ad ambidue; onde le loro conferenze si rendevano gagliardamente sospette alle due armate. Non avevano i Francesi dimenticato che metà di quegli stessi uomini avevano contro di loro combattuto nel precedente anno nella terribile battaglia di Marignano; che l'intera nazione aveva mostrato un estremo odio contro la Francia, e che negli ultimi anni aveva dato più volte motivo d'accusarla di mala fede. Pure il maresciallo Trivulzio trovò modo di risvegliare più violenti sospetti ancora nello spirito di Massimiliano, facendo cadere tra le di lui mani due sue lettere dirette a Stapffer ed a Goldhill, capitani svizzeri a' servigj dell'imperatore, colle quali gli eccitava a dare senza ulteriore ritardo esecuzione alle loro promesse. Massimiliano non ardiva di far arrestare questi ufficiali in mezzo ai loro soldati, nè di confidare a chicchessia i suoi sospetti, quando Giacomo Stapffer, capitano generale di quegli Svizzeri, gli chiese il soldo arretrato dovuto alla sua truppa. Massimiliano, che, secondo il consueto, non aveva danaro, temendo, se lo palesava, d'essere trattenuto come ostaggio, o d'essere consegnato ai nemici, rispose che recavasi in persona ad affrettare la trasmissione del danaro che aspettava; e presi con lui dugento cavalli, s'avviò subito alla volta di Trento, senza provvedere al comando della sua armata, e senza manifestare a veruno i suoi progetti; era già lontano più di venti miglia dall'armata, quando al campo fu palese la sua fuga[456].