Fu nello stesso anno che Francesco I stipulò colla corte di Roma il trattato che porta il nome di concordato, sottoscritto il 18 d'agosto del 1516, ed approvato dal concilio di Laterano il 19 di dicembre. Questo trattato, che aboliva la prammatica sanzione e le più preziose libertà della Chiesa gallicana, era stato fatto da due sovrani che reciprocamente si rinunciavano ciò che loro non apparteneva. Il papa accordava al re la collazione de' beneficj del regno, di spettanza de' capitoli e delle comunità: il re cedeva al papa le annate, ossiano l'entrate d'un anno bel beneficio ch'egli conferiva, e che spettava alle pie fondazioni[465].
Il trattato del concordato fu cagione di profondo dolore alla Chiesa francese, e fu un oggetto di trionfo per la corte di Roma. Era la conseguenza della politica di Francesco I, il quale voleva a qualunque prezzo guadagnarsi il papa. Pure il re aveva potuto sperimentare anche recentemente quanto verso di lui implacabile fosse l'odio di Leon X, e quanto poco fondamento dovesse fare sopra i di lui trattati e sopra le di lui promesse. In tempo della spedizione di Massimiliano, che aveva minacciato il ducato di Milano, Leon X, invece di spedire in ajuto de' Francesi i cinquecento uomini d'armi ed i tre mila Svizzeri promessi, aveva anzi mandato il cardinale Bibbiena al campo imperiale per complimentare Massimiliano, e per rendere più intima la di lui alleanza colla santa sede. Inoltre non aveva mai cessato di confortare i Veneziani a staccarsi dalla Francia per entrare nella lega de' di lei nemici, di ravvivare lo sdegno degli Svizzeri, d'attraversare i Francesi in tutte le loro negoziazioni; e lo stesso giorno in cui sottoscriveva il concordato, 18 agosto 1516, metteva il colmo alla ruina d'uno de' più fedeli alleati della Francia, del duca d'Urbino, dando l'investitura del di lui ducato al proprio nipote, Lorenzo de' Medici.
Leon X più non aveva bisogno di pensare a fondar la grandezza di due principi della sua casa: suo fratello Giuliano, che aveva sposata Filiberta di Savoja, sorella minore di molti anni della madre di Francesco I, e che per cagione di questo matrimonio aveva da lui ricevuto il titolo di duca di Nemours, era morto il 17 di marzo del 1516. Giuliano, che durante il suo esilio da Firenze avea trovato asilo alla corte del duca d'Urbino, riconoscente de' ricevuti beneficj, avea difeso finchè era vissuto il duca contro l'ambizione di suo fratello[466]. Ma non fu appena morto Giuliano, che Leon X pubblicò un monitorio contro Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino, nel quale lo accusava dell'assassinio del cardinale di Pavia, del quale delitto era di già stato assolto; lo accusava d'avere negoziato con Lodovico XII, quando ancora viveva Giulio II; d'avere attaccati i soldati dispersi dell'armata spagnuola e pontificia dopo la sconfitta di Ravenna; finalmente d'avere ricusato d'unirsi all'armata di Lorenzo de' Medici contro Francesco I. Per tutte questa cagioni privava Francesco Maria della Rovere de' suoi stati, ed incaricava Lorenzo de' Medici, e sotto i suoi ordini Renzo di Ceri, di dare esecuzione a questa sentenza[467].
Il ducato d'Urbino, col contado di Montefeltro e colle signorie di Pesaro e di Sinigaglia, non dava un'entrata maggiore di venticinque mila ducati. Con così deboli sussidj il duca, abbandonato da tutti i suoi alleati, ed in particolare da quello pel quale erasi compromesso, sprezzando la collera del suo abituale signore, non poteva sperare di resistere a tutte le forze della Chiesa. Quando seppe che Lorenzo de' Medici era giunto al confine de' suoi stati con un'armata composta di truppe fiorentine e pontificie, fuggì a Pesaro, indi passò a Mantova, dove precedentemente aveva mandati la consorte ed il figlio. Il 30 maggio Lorenzo de' Medici entrò in Urbino; e nel termine di quattro giorni gli si arresero tutti i castelli di quel piccolo stato. Poca resistenza opposero ancora le fortezze di Sinigaglia, di Pesaro, di Majuolo di San Leo; quest'ultima, che credevasi inespugnabile, fu presa per iscalata dopo tre mesi[468].
Leon X, costantemente occupandosi intorno all'ingrandimento della sua casa, rompeva per tale cagione i vincoli della riconoscenza che doveano legarlo a Francesco Maria della Rovere, protettore della sua famiglia in tempo del suo lungo esilio. Egli voleva ad ogni modo procurare una sovranità a suo nipote Lorenzo, figlio di Pietro, suo fratello maggiore, e dell'orgogliosa Alfonsina Orsini, le di cui istanze affrettarono, per quanto si dice, cotale decisione. Non dubitò quindi d'accordare il ducato d'Urbino e la signoria di Pesaro a Lorenzo de' Medici, lo stesso giorno in cui la sottoscrizione del concordato sembrava assicurare alla sua famiglia la protezione della Francia. Ottenne che il decreto d'investitura venisse confermato in pieno concistoro da tutti i cardinali, ad eccezione del solo Grimani, vescovo d'Urbino, il quale per questa sua opposizione fu forzato ad abbandonare Roma[469].
La pace tra Carlo e Francesco I, quella tra gli Svizzeri e la Francia, e quella tra il papa e quest'ultima potenza avevano finalmente scossa l'ostinazione di Massimiliano. Egli aveva conosciuto che potrebbe difficilmente continuare solo la guerra, senza i sussidj pecuniarj d'altra potenza, ed il 4 di dicembre aveva dato il suo assenso al trattato di Noyon. Tuttavolta per salvare il suo amor proprio, e non parer di cedere a' suoi nemici, acconsentì soltanto di consegnare la città di Verona a suo nipote il re Cattolico, affinchè questi la consegnasse ai Francesi, i quali poi dovevano darla in mano ai Veneziani. Il vescovo di Trento, incaricato d'eseguire questa commissione, aprì le porte di Verona al signore di Lautrec il 23 di gennajo del 1517, e da lui ricevette a conto dei dugento mila scudi che dovevano pagare i Veneziani, il danaro necessario per pagare il soldo arretrato della guarnigione. Il Lautrec consegnò nello stesso istante le chiavi della città ad Andrea Gritti ed a Giampaolo Gradenigo, provveditori veneziani. Quattrocento uomini d'armi, il fiore dell'armata, e due mila fanti, presero possesso della città, mentre che i generali ed i provveditori veneziani si recarono alla cattedrale in mezzo ad un popolo ebbro di gioja, per rendere grazie al cielo della fine di così orribile guerra, e del ristabilimento in tutta la Venezia della benefica autorità del senato veneziano[470].