Rivoluzione e guerra d'Urbino: cospirazione de' cardinali contro il papa: ambizione di Leon X. Sua alleanza con Carlo V contro Francesco I. Le loro armate conquistano il Milanese; morte di Leon X.

1517 = 1521.

Nell'istante in cui la repubblica di Venezia ricuperò, contro ogni speranza, il possedimento di quasi tutto lo stato di terra ferma, che le aveva fatto perdere una sola battaglia, e pel quale aveva in appresso combattuto otto anni contro le principali potenze d'Europa, il senato scelse due de' suoi più illustri membri, Andrea Gritti e Giorgio Cornaro, per visitare tutte le città e le province della repubblica, conoscere i loro bisogni, consolare la loro miseria, rassodare la loro fedeltà, e loro promettere più felici tempi. I due deputati percorsero tutta la terra ferma veneziana; esaminarono le fortificazioni di Salò, di Peschiera, Bergamo, Brescia, Crema, Verona, Padova, Treviso, Rovigo, Udine e di tutte le piazze del Friuli[471]; mentre che dal canto loro tutte le città spedirono deputati al senato per rinnovare il loro giuramento di fedeltà, ed offrirgli le loro felicitazioni. La repubblica, che aveva resistito alla più formidabile lega che si fosse mai formata dopo la caduta dell'impero romano, che aveva contemporaneamente provati tutti i disastri nell'interno delle sue città, nelle sue armate, nelle sue flotte, e che non aveva in fine di così lunga ed acerba guerra perdute che alcune poco importanti città della Romagna, ed alcuni porti che teneva in pegno nel regno di Napoli, poteva credersi sicura della sua immortalità. Ella aveva trovati inesauribili mezzi, e spiegata una tale costanza ed energia, che non sarebbersi forse trovate in verun altro stato della Cristianità, ed il senato pareva avere fondamento d'esortare i suoi sudditi a riporre ogni loro fidanza nella fortuna di san Marco.

Non pertanto la guerra della lega di Cambrai aveva essiccate molte parti vitali della repubblica, e dopo quest'epoca più non si vide ricuperare il primiero vigore. Aveva supplito all'enorme dispendio cui era stata forzata di soggiacere per lo spazio d'otto anni, non solo con prestiti che le assorbivano per molti anni tutte le pubbliche entrate, ma ancora col vendere al migliore offerente quasi tutte le principali cariche dello stato. Allorchè fu ristabilita la pace, i consiglj posero fine a questa vergognosa maniera di distribuire gl'impieghi della repubblica, ma non potevano impedire che i corpi risguardati fin allora come il fiore della nazione non fossero stati formati a prezzo d'oro, e che molti impieghi non venissero occupati da persone portate ai medesimi dalle sole ricchezze[472].

Il commercio aveva fondata la potenza veneziana, ma questo commercio aveva sofferto in tutte le sue parti. Quasi tutte le officine delle manifatture stabilite nel territorio veneto erano state distrutte dalla guerra: Giulio II aveva sforzati i Veneziani a dividere coi direttori delle sue saline di Cervia il monopolio dei sali, lungo tempo esercitato esclusivamente dai primi in tutta l'Italia. Selim, imperatore dei Turchi, aveva conquistato il Cairo ed Alessandria, e distrutto l'impero dei Mamelucchi[473]. L'Egitto, ch'egli aveva occupato, era uno di que' paesi in cui i Veneziani esercitavano il più lucrativo commercio; ed il regime de' Turchi, più oppressivo che quello del soldano, lo fece bentosto languire, e annullò tutti gli utili, sebbene il senato non avesse ommesso di mandare subito un'ambasciata a Selim per felicitarlo intorno alle sue conquiste, rinnovare con lui i trattati di commercio e pagargli il tributo del regno di Cipro, antico feudo del soldano[474].

In pari tempo la navigazione dei Portoghesi intorno al capo di Buona Speranza dava una nuova direzione al commercio delle Indie; il quale, invece di farsi soltanto per gli scali del mar Rosso e d'Alessandria, paesi ne' quali i Veneziani, per l'influenza loro, s'erano procurato una specie di monopolio, era venuto in mano de' mercanti di Lisbona, che andavano direttamente a cercare le spezierie alle Molucche e ne approvvigionavano tutta l'Europa. Finalmente il commercio de' Veneziani coll'Africa e colla Spagna aveva ricevuto un funesto colpo dall'imprudente avidità de' ministri del nuovo re Cattolico. Una flotta veneziana faceva regolarmente ogni anno il giro del Mediterraneo per fare tutti i cambj tra i diversi porti di questo mare. Le galere ond'era composta, e che dicevansi galere del traffico, partivano da Venezia per Siracusa in Sicilia; davano in appresso fondo a Tripoli, all'isola di Gerbi presso alle Sirti, a Tunisi, a Tremizene, a Orano, e ad altri porti dei regni di Fez e di Marocco: giugnevano in cadauno di questi porti nell'epoca di fiera annuale, cui i Mori recavano la loro polvere d'oro, per cambiarla coi metalli lavorati e colle stoffe dell'Europa. Questa stessa polvere d'oro veniva in seguito portata dalle galere del traffico ne' porti spagnuoli d'Almeria, Malaga e Valenza, dove serviva a comperare sete, lane e frumento. Queste mercanzie ne' tempi di Ferdinando erano state assoggettate ad un diritto d'esportazione del dieci per cento del loro valore, lo che aveva danneggiato l'interesse de' produttori, senza far torto al commercio. I ministri del successore di Ferdinando duplicarono l'imposta, e ne posero un'altra simile sopra l'importazione delle merci recate dai Veneziani; e, credendo in tal modo di quadruplicare le loro entrate, distrussero invece il commercio e l'agricoltura della Spagna; ma in pari tempo fecero cessare uno de' più ricchi traffichi de' Veneziani[475].

In mezzo a queste difficoltà, il senato occupavasi incessantemente intorno ai mezzi di ristabilire la passata prosperità del territorio della repubblica, col richiamare ai campi gli agricoltori, alle officine i dispersi operaj; col rialzare le dighe abbattute, ristaurare i canali d'irrigamento e di navigazione, accrescere ovunque le fortificazioni che difendevano il paese, e particolarmente quelle di Verona e di Padova, di cui voleva formare i baluardi dello stato. Per ultimo riaprì l'università di Padova, la quale era stata chiusa otto anni, chiamandovi i più celebri professori, i quali vi attirarono di nuovo la folla degli scolari[476].

Le numerose armate che l'imperatore, il re di Francia e la repubblica licenziavano nel medesimo istante, potevano in tempo di pace apportare alle province d'Italia una nuova calamità colle ruberie delle milizie sbandate. Pareva difficile di assoggettare tutto ad un tratto all'autorità delle leggi uomini da lungo tempo accostumati a disprezzarle, che lasciavansi senza mezzi di sussistenza, ed erano persuasi d'aver essi la forza in mano. Non dobbiamo perciò maravigliarci che il senato ed il luogotenente del re in Lombardia, favoreggiassero un tentativo del duca d'Urbino, che li liberava da questi formidabili avanzi delle armate, ed addensava la burrasca, che gli aveva minacciati, sopra gli stati d'un sovrano, di cui avevano lungo tempo sperimentata l'inimicizia e la mala fede.

Francesco Maria della Rovere si era lasciato spogliare senza fare resistenza del ducato d'Urbino, persuaso che in tempo d'una guerra generale, le potenze, che cercavano l'alleanza del papa, lo avrebbero sagrificato alla sua ambizione. Appena fatta la pace, la loro gelosia verso la corte di Roma, lungo tempo compressa, poteva rinascere, o per lo meno non era presumibile che per cagion della santa sede volessero ricominciare le ostilità; ed altro non domandava al rimanente dell'Europa, che di lasciare che si misurasse colle sole sue forze contro le sole forze della Chiesa. Quando si licenziavano le armate adunate sotto Verona, propose loro di seguirlo in una spedizione somigliante a quelle delle antiche compagnie di ventura. Federico di Bozzolo, cadetto della casa di Gonzaga, che si era acquistato nome militando per la Francia, e ch'era personalmente nemico di Lorenzo de' Medici, offrì di porsi alla testa dell'armata. Si unirono sotto le sue bandiere cinque mila fanti spagnuoli comandati dal capitano Maldonato, ed ottocento cavaleggieri in gran parte albanesi. Andrea Bua, Costantino Boccali, il brabantese Zucker e molti altri ufficiali, che si erano acquistata celebrità nella precedente guerra, si attaccarono all'armata del duca d'Urbino. I talenti dei capitani e lo sperimentato valore de' soldati formavano tutta la forza del duca, poichè egli non aveva nè danaro, nè artiglieria, nè munizioni, nè equipaggi di guerra. Pure partì dalle vicinanze di Mantova colla sua piccola armata il 23 di gennajo del 1517, lo stesso giorno in cui Verona fu consegnata ai Francesi[477].

Leone X, informato dell'aggressione diretta contro suo nipote, vi ravvisò la mano di Francesco I. Egli sapeva con quanti segreti raggiri, con quante piccole perfidie aveva provocata la di lui collera. Ad ogni modo volle chiedere soccorso a lui medesimo, accusando Lautrec solo, suo luogotenente, d'avergli suscitato contro un nuovo nemico in mezzo alla pace. Ma quando si rivolse nello stesso tempo al re di Spagna ed all'imperatore per avere la loro assistenza, rappresentò loro l'aggressione, ond'era minacciato, come opera dello stesso Francesco[478]. Nello stesso tempo incaricò suo nipote Lorenzo di adunare in Romagna tutte le truppe della repubblica fiorentina e della Chiesa, per chiudere la strada ai nemici.