Ma perchè Lorenzo non conosceva l'arte militare, il papa gli aveva dati per consiglieri Renzo Orsini di Ceri, Giulio Vitelli di Città di Castello, e Guido Rangoni di Modena, tutti tre assai distinti ufficiali. Altronde gli aveva particolarmente raccomandato di non si esporre alle vicissitudini d'una battaglia, persuaso che prolungando la guerra, il più ricco dei due rivali non poteva restare perdente. Lorenzo de' Medici si fece prestare dai cittadini fiorentini cinquanta mila fiorini d'oro; fece marciare alla volta della Romagna dieci mila uomini presi nella milizia della campagna; provvide di guarnigioni le città, e lasciò libero il passo al duca d'Urbino, che si presentò il 5 di febbrajo innanzi alla sua capitale. Il duca sconfisse lo stesso giorno Francesco del Monte, che voleva tenerlo lontano dalle mura della città, e nel susseguente giorno fu ricevuto dagli abitanti con trasporti di gioja. Questi gli professavano lo stesso attaccamento come ai tempi del duca Borgia, e non sapevano accomodarsi all'alterigia ed al duro carattere di Lorenzo de' Medici[479].
Tutto il ducato d'Urbino aveva rialzate le bandiere dell'antico loro padrone; ma in mezzo all'insurrezione, Lorenzo de' Medici si era accampato su due montagne poste sopra Pesaro ed in faccia ad Urbino, e vi riceveva i rinforzi che Leon X aveva domandati ai sovrani. Il conte di Potenza gli aveva condotte quattrocento lance dal regno di Napoli per conto del re Carlo. Dal canto suo Francesco I faceva marciare trecento lance francesi; e somministrando al papa questo soccorso gli chiedeva in contraccambio la restituzione tante volte promessa di Modena e di Reggio al duca di Ferrara[480]. Senza contare questi uomini d'armi francesi cui il papa non permise di giugnere sul teatro della guerra, Lorenzo aveva di già adunati mille uomini d'armi, mille cavaleggieri e quindici mila fanti. Ma i soldati, entrando ai servigj del papa, parevano rinunciare al loro antico punto d'onore ed al loro valore: sapendo i capitani che nè il sovrano, nè il generale non potevano giudicare de' loro mancamenti, essi cercavano di non recar danno a' loro avversarj, e di tirare in lungo la guerra per prolungare i loro profitti. L'armata pontificia si lasciò fuggire tutte le occasioni d'ottenere qualche vantaggio contro il duca d'Urbino fino al 4 d'aprile, in cui Lorenzo de' Medici fu ferito nella testa all'assedio del castello di Mondolfo da un colpo d'archibugio[481].
Lorenzo II de' Medici, erede di tutto l'orgoglio di sua madre Alfonsina Orsini, aveva passata la sua giovinezza nell'esilio, inteso a procacciare nemici ai Fiorentini, od a cercare colle sue pratiche i mezzi di ricuperare un'autorità, cui credeva d'avere ereditarj diritti. Aveva con ciò offesi in mille modi i suoi compatriotti, ed era da loro detestato, siccome egli in segreto li detestava. Allorchè fu ferito, avendogli i suoi medici ordinato il silenzio ed il riposo, niuno fu ammesso a visitarlo in Ancona, dove si era fatto trasportare; ed i Fiorentini si persuasero bentosto che fosse morto. Accertavano che Lorenzo era spirato nella notte del venerdì al sabbato santo; che il di lui feretro era già stato deposto a nostra Signora di Loreto, e che lo aveva detto un ossesso, la di cui asserzione si preferiva a quella de' testimonj oculari[482]. I consiglj, con una segreta gioja, nominarono tre commissarj della repubblica per dirigere l'armata durante l'assenza del di lei capo: ma Leon X, che ravvisò in questa nomina, consentanea agli antichi usi, il progetto di ricuperare un'autorità ch'egli si arrogava tutta intera, vietò ai commissarj di recarsi al quartiere generale[483].
Soltanto dopo quaranta giorni, Lorenzo de' Medici, risanato dalla sua ferita, andò a Firenze per disingannare coloro che lo credevano morto, e per calmare un movimento che poteva farsi pericoloso. Rientrò bruscamente in patria la domenica, 24 di maggio, ed all'indomani girò per le strade onde tutti potessero vederlo: ma la voce della di lui morte si era talmente accreditata, che molti cittadini andavano dicendo non essere il principe che loro si mostrava adesso, che un corpo privo di vita, animato da uno spirito maligno[484].
Invece dei commissarj della repubblica, Leone X spedì il cardinale di Bibbiena ad assumere il comando dell'armata abbandonata dal nipote. Questo favorito del papa, cui andiamo debitori del rinnovamento della commedia, e che tra i letterati ed i cortigiani aveva grandissima riputazione d'uomo dotato di squisito gusto, di amenità e di erudizione, era ben lontano dall'avere la stessa riputazione presso i soldati; e la sua campagna fu ancora più infelice che quella del suo predecessore. Una contesa insorta nel suo campo tra i soldati spagnuoli e tedeschi, dopo essergli costata più di cento soldati, lo costrinse a dividere in due campi l'armata. Francesco Maria della Rovere seppe approfittarne: sebbene da circa tre mesi non avesse più potuto pagare i suoi soldati, persuase i Baschi ed i Tedeschi, che militavano per il papa, e che si vergognavano d'essere subordinati al comando dei preti, di unirsi a lui; altrettanto avevano fatto molti Spagnuoli; e si vide quasi tutta un'armata abbandonare il sovrano, che generosamente e puntualmente la pagava, per seguire quegli che non poteva offrirle che le eventualità della guerra. Il cardinale di Bibbiena, sorpreso ne' suoi quartieri a Monte imperiale, dopo avere perduta molta gente, si ritirò a Pesaro[485].
Frattanto il duca d'Urbino, avendo raddoppiata la sua armata senza accrescere i suoi proventi, sentì la necessità di portarla a vivere in paese nemico. La condusse perciò in Toscana per predare le vittovaglie e gli armenti, che il popolo senza verun sospetto lasciava sparsi nelle campagne; sforzò Giampaolo Baglioni a redimere Perugia da un attacco con una contribuzione di dieci mila ducati; minacciò città di Castello e Siena; e dopo avere arricchiti i suoi soldati col saccheggio, li ricondusse rapidamente nel ducato d'Urbino, per cacciarne il cardinale di Bibbiena, che vi era penetrato durante la di lui lontananza. Leone X scrisse il 16 ed il 17 di maggio al Baglioni ed alla repubblica di Siena per ringraziarli della buona condotta da loro tenuta, ed esortarli alla costanza[486]. Di que' dì all'incirca, le genti della Chiesa trovando più facile il vincere il duca d'Urbino colle cospirazioni che colle armi, avevano comperati de' traditori nel di lui campo. Maldonato, Soares e due altri capitani spagnuoli promisero di dare Francesco Maria nelle mani del cardinale di Bibbiena o di assassinarlo. Il duca ebbe sentore delle loro trame; e li denunciò ai loro compatriotti adunati, che chiamò a giudici di tanta perfidia; gli Spagnuoli sdegnati li condannarono alla morte, ed eseguirono essi medesimi tale sentenza contro i quattro capitani che avevano tentato di tradire il principe cui servivano[487].
Non contento di avere cacciato fuori de' suoi stati il cardinale di Bibbiena, il duca d'Urbino lo inseguì nella Marca d'Ancona; ma perchè aveva poca artiglieria e pochissime munizioni da guerra, non vi potè occupare veruna città. Ripassando l'Appennino, estese i suoi guasti nello stato fiorentino tra borgo San Sepolcro ed Anghiari; ma la sua armata non pagata si era renduta formidabile non meno agli amici che ai nemici, e la sua situazione rendevasi ogni giorno più difficile; verun alleato aveva voluto assumersi di proteggerlo, mentre che tutte le grandi potenze spedivano soccorsi al papa, e che lo stesso Francesco I mostravasi sollecito di terminare questa guerra[488]. All'ultimo Francesco Maria perdette la speranza di potersi più lungo tempo difendere, ed accettò la mediazione che gli offriva il signore di Lescuns, fratello di Lautrec, inviato dal re di Francia presso il papa. In agosto o in settembre del 1517 venne sottoscritto un trattato, in forza del quale Leon X si obbligava di pagare all'armata del duca d'Urbino tutti i soldi arretrati, che ammontavano a più di cento mila ducati; lo assolveva da tutte le censure ecclesiastiche; accordava un'intera amnistia, che poi non osservò, a coloro che si erano dichiarati per il duca; e permetteva a Francesco Maria di far trasportare a Mantova, ove si ritirò, la sua artiglieria e la bella biblioteca raccolta in Urbino da suo avo, Federico di Montefeltro[489].
Non era ancora terminata la guerra d'Urbino, quando la corte di Roma venne agitata dalla scoperta di una congiura contro il papa, ed in appresso dal supplicio di uno de' principali dignitarj della Chiesa. Il capo di tale congiura era quello stesso cardinale Alfonso Petrucci che si era adoperato con tanto zelo nella nomina di Leone, e che lo aveva poi annunciato al popolo con sì vivo trasporto di gioja, gridando: vivano i giovani! Pandolfo Petrucci, suo padre, aveva governata la repubblica di Siena con prudente accortezza, rispettando le abitudini de' cittadini, de' quali aveva abolite le leggi, e si era acquistata così fama tra i più grandi politici del suo secolo. Morì Pandolfo di sessantatre anni, il 21 maggio del 1512[490], lasciando tre figli; Borghese, il primogenito, che non aveva più di vent'anni; Alfonso, il secondo, ch'era stato creato cardinale nel 1509 in età di appena sedici anni; ed il terzo, Fabio, che non era per anco giunto all'adolescenza. Niuno di loro aveva ereditati i talenti nè la forza di carattere del padre, sebbene il primogenito gli succedesse nell'autorità presso la repubblica di Siena, e venisse riconosciuto capo della balìa, e comandante della guardia[491].