In questa stessa famiglia de' signori di Siena Leon X aveva un favorito, Raffaello Petrucci, vescovo di Grosseto, persona a lui devota e fedele, ma illetterato, e di depravati costumi. Il papa lo aveva nominato castellano di castel sant'Angelo; ed in appresso pensò di metterlo alla testa del governo di Siena, affinchè questa repubblica, chiusa fra gli stati della Chiesa e de' Fiorentini, fosse da lui dipendente non meno che gli stati che la circondavano. Vitello Vitelli condusse a Siena il vescovo di Grosseto con dugento cavalli e due mila fanti, e lo installò il 10 marzo del 1515 nella signoria, mentre che Borghese Petrucci uscì di città senza avere il coraggio di fare uno sforzo per conservare la sua autorità. Il nuovo signore richiamò alcuni emigrati, ed in iscambio esiliò tutti coloro che avevano avuto molta parte nell'ultimo governo; in breve rendette la sua tirannide odiosa a tutti i Sienesi[492].
Il cardinale Alfonso Petrucci non poteva perdonare a Leon X l'ingratitudine di cui si vedeva vittima. Suo padre Pandolfo era stato il più costante alleato dei Medici; aveva preso parte per favorirli nelle più pericolose guerre, aveva loro dato asilo in quella stessa patria da cui i Medici scacciavano i suoi figliuoli, confiscandone i beni. In un inconsiderato impeto di gioventù, Alfonso si lasciava talvolta uscire di bocca, ch'era tentato di gettarsi in concistoro sopra Leon X con un pugnale in mano, per disfarsi di lui in mezzo al sacro collegio. Aveva pure pensato di guadagnare il chirurgo Battista di Vercelli, perchè avvelenasse un'ulcera che obbligava Leon X a farsi medicare ogni giorno. Per altro questo chirurgo, invece d'essere al servigio del papa, non trovavasi neppure in Roma, ed esercitava la sua professione in Firenze; tutte le pratiche di Petrucci per eseguire questo progetto, se realmente vi aveva fatto entrare il Vercelli, si ristringevano all'avere raccomandato inutilmente questo chirurgo, per farlo ricevere nella corte del papa[493].
Ma il Petrucci aveva preso in odio il soggiorno di Roma, ov'erasi renduto sospetto co' suoi violenti discorsi. Se ne allontanò, e vi fu richiamato. In tempo della guerra d'Urbino si pronunciò vivamente favorevole a Francesco Maria della Rovere, e si allontanò di nuovo. Vennero sorprese certe sue lettere dirette al suo segretario Antonio Nino: esse esprimevano i medesimi sentimenti o i medesimi progetti di vendetta; e Leone X le trovò sufficienti per servire di fondamento ad un processo criminale. Bisognava con inganno assicurarsi della di lui persona, prima di tradurlo in giudizio; ed il papa gli scrisse un'affettuosa lettera per richiamarlo, mandandogli un salvacondotto. Nello stesso tempo diede di propria bocca parola all'ambasciatore di Spagna, che il Petrucci, ritornando, non si esponeva a verun pericolo. Infatti Alfonso tornò a Roma, e presentossi al palazzo del pontefice col suo amico il cardinale Bandinello Sauli di Genova, che aveva pure assai contribuito all'elezione di Leon X. L'uno e l'altro, invece di essere introdotti all'udienza del papa, furono arrestati ed immediatamente condotti in castel sant'Angelo. L'ambasciatore di Spagna si lagnò che il papa violasse il salvacondotto e la parola a lui data; ma rispose Leon X che tutte queste sicurezze erano distrutte da un'accusa di lesa maestà e di avvelenamento. Con tale risposta impegnava in certo modo anche l'ambasciatore a trovare gli accusati colpevoli[494].
Colla processura usata in quel secolo niun uomo poteva lusingarsi di far apparire la propria innocenza, se i giudici erano determinati di trovarlo colpevole, poichè tutta l'informazione era tenuta in un profondo mistero. I due cardinali vennero assoggettati ad una rigorosa tortura. Pocointesta di Bagnacavallo, ch'era stato sotto il Petrucci comandante della guardia di Siena, e Battista di Vercelli ch'era stato arrestato in Firenze, furono egualmente posti alla tortura, e fu loro estorta la confessione di un progetto d'avvelenamento. Furono arrestati altri cardinali, siccome colpevoli d'avere uditi i violenti detti e le minacce del Petrucci senz'averne dato avviso; cioè Raffaello Riario, decano del sacro collegio, già cardinale da oltre quarant'anni, il più prudente, il più circospetto de' capi della Chiesa, che tutti avanzava in dignità, in lusso ed in ricchezze; Adriano, cardinale di Corneto, e Francesco Soderini, cardinale di Volterra, l'uno e l'altro tra' più ricchi prelati della Chiesa[495].
Quando fu terminata l'informazione del procuratore fiscale, e letta nel sacro collegio, Petrucci e Sauli furono degradati e consegnati al braccio secolare. Il primo fu strozzato in prigione il 21 giugno, ventiquattr'ore dopo la sentenza. Allo stesso supplicio fu condannato anche Bandinello Sauli, ma Leon X mutò la sentenza di morte in perpetuo carcere: e perchè il prigioniere fece offrire una grossa somma di danaro per avere la libertà, Leon X gli mandò il suo maestro delle cerimonie, Paride de' Grassi, per accettare l'offerta e condurre il cardinale penitente in concistoro, a condizione che non cercherebbe di giustificarsi, e che per lo contrario confesserebbe tutte le colpe ond'era stato accusato[496]. Il Sauli si assoggettò alla proposta condizione; fu posto in libertà, ma morì poco tempo dopo, non senza sospetto, come corse voce, che prima di rilasciarlo il papa gli avesse fatto somministrare un lento veleno per sbarazzarsi di lui. Il cardinale Riario, dopo essere stato degradato, fu rimesso nella pristina dignità mercè il pagamento d'una grossa somma di danaro. I cardinali di Corneto e di Volterra avevano, stando inginocchiati in pieno concistoro, confessato d'aver udito le parole minacciose d'Alfonso Petrucci, e che, attribuendole alla sua leggerezza di mente, non le avevano denunciate. Leon X li fece porre in libertà dopo averli obbligati a pagare venticinque mila ducati. Questa somma doveva essere divisa fra loro due, ma le spese della guerra d'Urbino avendo sconcertate le finanze del papa, egli pretese che tale somma doveva essere da entrambi pagata individualmente. Allora i due cardinali fuggirono: non si seppe più nulla d'Adriano di Corneto, che venne senza dubbio assassinato; il Soderini si ritirò a Fondi sotto la protezione di Prospero Colonna, e vi stette fino alla morte del papa: Vercelli, Mino e Pocointesta perirono in mezzo ad orrendi supplicj[497].
Il sacro collegio era oppresso dallo spavento; non essendosi da lungo tempo trattati i suoi membri con tanto rigore. I condannati, e non escluso lo stesso Petrucci, non erano colpevoli che d'imprudenti parole; e quando Leon X non faceva grazia agli antichi suoi amici, ed a coloro che avevano contribuito alla sua elezione, gli altri non potevano sperare un migliore trattamento; di già si sentivano ai suoi occhi colpevoli, poichè le loro preghiere a pro de' colpevoli eransi risguardate come un'offesa. Il quinto concilio di Laterano, che trovavasi adunato nell'epoca dell'assunzione al pontificato di Leon X, non poteva più mettere limiti al di lui dispotismo; desso era stato da Leone terminato il 16 marzo del 1517, cinque anni dopo la sua convocazione. In così lungo spazio di tempo non aveva tenute che dodici sessioni, quasi d'altro non occupandosi che di vane formalità e di sermoni di etichetta. Non aveva giammai riuniti più di sedici cardinali e di novanta o cento vescovi ed abati mitrati; e niuno doveva infatti lusingarsi di vederne di più in un'assemblea, che il papa cercava di spogliare d'ogni autorità reale[498].
Dopo la congiura del Petrucci non rimanevano nel sacro collegio che dodici cardinali, e Leon X seppe approfittare del loro terrore per fare in una sola volta una promozione di trentuno cardinali, che metteva il loro concistoro sotto assoluta di lui dipendenza. Una nomina così numerosa e così sproporzionata col corpo ch'essa riempiva, era senz'esempio. I cardinali atterriti dal fresco supplicio de' loro colleghi, sebbene si vedessero in tal modo rigettati in una impotente minorità, non osarono di fare veruna rimostranza. La lista si chiuse il 26 di giugno, e fu pubblicata il 1.º di luglio[499]. In quest'occasione Leon X collocò nel senato della Chiesa due figli delle sue sorelle, e varie altre creature che non vantavano altro titolo per così sublime dignità che il favore del pontefice: ma nello stesso tempo accordò il cappello cardinalizio a molti gentiluomini romani, che la politica dei suoi predecessori aveva studiosamente esclusi dal sacro collegio; innalzò pure alla stessa dignità molti celebri letterati, che illustrarono il nome di Leone per riconoscenza della protezione loro accordata; per ultimo vendette questa dignità a danaro contante a tutti gli altri, e la fece pagare perfino a coloro ch'era più inclinato a favorire; ma il prezzo cresceva in ragione inversa del minor merito che il candidato aveva per così alta dignità[500].