Nelle ultime sessioni del concilio non erasi parlato che di progetti di lega contro i Turchi. Pareva che l'Europa si apparecchiasse ad una nuova crociata, ed infatti la guerra sacra che predicava il papa, sembrava una necessaria misura per difendere e salvare la Cristianità. Selim colla conquista dell'Egitto e colle vittorie riportate sopra il Sofì di Persia aveva quasi raddoppiata l'estensione del suo impero ed i suoi mezzi d'attacco. Era noto il suo odio verso i cristiani, la sua passione per nuove intraprese, la sua dissimulazione, la sua crudeltà. Le stesse coste dell'Italia cominciavano ad essere esposte agli sbarchi de' Turchi. Leone scriveva a Massimiliano, ch'erano venuti a saccheggiare successivamente Recanati ed Ostia[501]. Francesco, Carlo e Massimiliano sottoscrissero a Cambrai, l'undici marzo del 1517, un trattato d'alleanza contro l'impero ottomano: tutto era preventivamente convenuto; il numero delle truppe che ognuno somministrerebbe, la maniera con cui ogni monarca eseguirebbe il proprio attacco e l'assistenza che chiederebbero alle altre potenze. Pareva che i principi cristiani cercassero di superarsi l'un l'altro colle più splendide promesse per difesa della patria e dell'incivilimento. Ma il più leggiere vicino vantaggio bastava, perchè più non si pensasse ad un pericolo creduto lontano; e Leon X, che sembrava tanto zelante per la lega cristiana, fu facilmente quegli che contribuì più d'ogni altro ad impedire che si adunasse[502].
Mentre Francesco I rinnovava l'8 di ottobre la sua alleanza colla repubblica di Venezia, Leon X aveva cercato di unirsi più strettamente con questo monarca; Carlo era passato dai Paesi Bassi nella Spagna, e sembrava che dovesse trovarvisi lungamente occupato nel ricondurre i popoli all'ubbidienza. Massimiliano, di già vecchio, non era mai stato un alleato in cui si potesse fare fondamento, e Leon X, sempre pensoso della grandezza di sua famiglia, giudicò di non la potere meglio assicurare che per mezzo dell'alleanza colla Francia. In gennajo del 1518 ottenne per suo nipote Lorenzo, duca d'Urbino, la mano di Maddalena, figliuola di Giovanni della Tour, conte d'Alvergna e di Boulogne, e di una sorella di Francesco di Borbone, conte di Vendome. Con tale matrimonio univa Lorenzo alla casa di Francia, e per onorarlo maggiormente, Francesco lo scelse per padrino d'un figlio che gli era nato nel mese di febbrajo. Dopo il battesimo, celebrato il 25 d'aprile con molta pompa, Francesco restituì a Lorenzo la carta sottoscritta da Leon X, colla quale si obbligava a tornare al duca di Ferrara le città di Modena e di Reggio. In contraccambio il papa non fu meno generoso delle altrui proprietà verso il re. Gli concesse di disporre liberamente delle decime che aveva levate sul clero francese per fare la guerra ai Turchi, dando così il primo esempio di abbandonare quel progetto della crociata per l'esecuzione del quale aveva tanto insistito[503].
Leon X ebbe la felicità di associare il suo nome alla più splendida epoca delle lettere e delle arti in Italia: salito sul trono nell'istante in cui tutte le carriere erano corse nello stesso tempo da uomini di straordinario ingegno, formati prima di lui, egli distribuì fra di loro, colla prodigalità che adoperava in tutte le altre cose, i tesori della Chiesa, i ricchi beneficj de' quali aveva la collazione in tutta la cristianità, e le prodigiose somme ricavate dal commercio delle indulgenze. I poeti, gli storici, gli artefici, arricchiti dalle di lui beneficenze, hanno per gratitudine celebrato il di lui nome, ascrivendogli tutto il merito de' lavori di cui, mercè le di lui largizioni, avevano l'ozio d'occuparsi. Ma e come pontefice e come sovrano Leon X non era propriamente degno di tante lodi. Nel precedente anno, di fresco terminato, Martino Lutero aveva in Germania cominciato ad alzarsi contro lo scandaloso traffico delle indulgenze, e si era gradatamente condotto, esaminando la propria fede, a gittare i fondamenti di quella riforma, ch'egli in appresso condusse a fine con tanta gloria[504]. Era in allora egli stesso ben lontano dal prevedere le conseguenze cui lo condurrebbe l'esame della dottrina della Chiesa. La riforma non poteva essere che un'opera progressiva, e non era che successivamente, che uno spirito religioso poteva portare la fiaccola dell'esame intorno a tutte le credenze lungo tempo ricevute come fondamentali. Non è maraviglia che Leon X sia morto senz'avere avuto sospetto della rivoluzione, che durante il suo regno si era in Germania eseguita negli spiriti, poichè in tutto il tempo abbracciato da questa storia, ed anche molto tempo dopo, dessa non fu in Italia ben conosciuta, e poichè l'atto energico, con cui la ragione infranse il giogo che aveva portato, fu dalla corte di Roma confuso colle oscure eresie, che tante volte aveva vedute nascere e morire ne' conventi. Ma Leon X mancò di prudenza, di penetrazione e di filosofia, non apprezzando meglio il suo secolo, lasciando temerariamente crescere in un'età abbondante di lumi tutti gli abusi che non s'erano potuti tollerare che in quella della più barbara ignoranza, e incoraggiando finalmente con una improvvida cupidigia lo scandaloso traffico delle cose sacre, onde ricompensar poscia col profitto medesimo di così vergognoso commercio i letterati ed i filosofi che dovevano in appresso spezzare le catene della superstizione.
Infatti Leon X, giunto alla più sublime dignità umana, da quell'istante risguardò la sua vita come un continuo carnovale, nel quale ad altro pensare non doveva che a godere. Egli divideva il suo tempo tra i banchetti e la caccia; amava la compagnia de' buffoni, ch'egli si compiaceva di tormentare e di coprire del più vile ridicolo; fomentava la vanità di coloro che di già conosceva vanissimi; e sotto coperta d'accordar loro nuove onorificenze, gli esponeva all'universale dileggio. Egli non temeva di spingere fino alla pazzia con questo crudele dileggiamento uomini di merito, o rispettabili vecchi. La riputazione di continenza che si era acquistata, essendo cardinale, non aveva sostenuto un più severo esame, e la sua famigliarità co' suoi paggi dava luogo a vergognosi sospetti. La di lui liberalità, che stendevasi su tutti coloro che lo avvicinavano, e ch'era più proporzionata al suo buon umore ed alla riuscita della caccia che al merito dei beneficati, altro infine non era che una disposizione egoistica: egli voleva vedersi intorno visi ridenti, voleva raccogliere le benedizioni di coloro che lo avvicinavano, e punto non curavasi del modo con cui ammassava, sia colle gravose gabelle sui popoli, sia col rendere venale tutto quanto era dalla Chiesa riputato più sacro, i tesori che poi dissipava con tanta prodigalità[505].
La tregua che i Veneziani avevano conchiusa con Massimiliano, e che spirava dopo diciotto mesi, fu prolungata, in agosto del 1518, coll'intervento della Francia per cinque anni alle medesime condizioni. L'imperatore avrebbe inoltre di buon grado acconsentito a cambiarla in una perpetua pace; ma vi ostò Francesco I, per timore che i Veneziani, trovandosi senza sospetto, non allentassero i legami co' quali la Francia li teneva sotto la sua clientela[506]. La corte di Francia adombravasi di ogni potere che in Italia sembrasse aspirare all'indipendenza: conservando l'alleanza de' Veneziani, cautamente impediva che non accrescessero in Lombardia il numero de' loro partigiani. Il maresciallo Trivulzio, che avevale renduti così segnalati servigj, le si era fatto sospetto pel suo attaccamento ai Veneziani. Egli era il capo del partito guelfo; e Lautrec, per mortificarlo, colmava di onori Galeazzo Visconti capo dell'opposta fazione. Il Trivulzio, per non trovarsi in balìa degli avvenimenti, domandò ed ottenne la nazionalità de' cantoni svizzeri; ma con ciò non fece che somministrare nuove armi a' suoi nemici. Accusato alla corte, risolse, malgrado l'avanzata sua età, di passare i monti e di presentarsi a Francesco I per giustificarsi. Il re lo accolse duramente, lo rimproverò di godere di una non meritata riputazione, e lo costrinse a ritornare agli Svizzeri le sue lettere di cittadinanza. Poco dopo il Trivulzio infermò a Chartres, ove morì, ludibrio fino alla fine della sua lunga carriera della incostanza della fortuna; al che faceva allusione l'epitaffio scelto da lui medesimo. «Qui riposa Gian Giacopo Trivulzio, che mai non riposò[507].»
Negoziazioni che dovevano decidere non solo della sorte dell'Italia, ma di tutta l'Europa, tenevano in allora occupati tutti gli spiriti. Massimiliano, sentendo finalmente gli effetti della vecchiaja, avrebbe voluto assicurare a suo nipote la dignità imperiale; ma, per le costituzioni dell'impero, non poteva farlo eleggere re de' Romani, finchè egli medesimo non avesse ricevuto la corona d'oro dalle mani del papa: onde pensava o di andare a cercarla a Roma, o di ottenere che Leon X gliela mandasse in Germania per mezzo di un legato, ed intanto cercava di guadagnare i suffragj degli elettori. Malgrado le inquietudini de' principi dell'impero, la gelosia della Francia, e gli artificj della corte di Roma, non avrebbe tardato ad ottenere l'intento. Ma la morte venne a rompere inaspettatamente i suoi disegni, sorprendendolo a Lintz il 19 gennajo del 1519, mentre occupavasi caldamente della caccia, cercando di sbarazzarsi da una leggiere febbre con inopportuni rimedj[508].
La morte di Massimiliano, accaduta prima che fosse eletto un re de' Romani, apriva la porta a tutti i candidati che potevano aspirare a questa prima dignità del mondo cristiano. Pure non la chiesero che i due più potenti monarchi dell'Europa, il re di Spagna ed il re di Francia. Il primo, come arciduca d'Austria e come sovrano de' Paesi Bassi, era di già membro dell'impero; il secondo gli era assolutamente straniero, ma, se avesse ottenuta la corona, avrebbe compromessa quella indipendenza della monarchia francese, cui i Francesi apprezzavano con ragione così altamente, rendendola dipendente per meglio unirla all'impero. Rappresentavano i ministri dei due principi, che in questo momento era necessario alla cristianità un potente monarca, onde mettere argine alle conquiste de' Turchi, che opprimevano l'Ungheria, e minacciavano la Germania. Frattanto tutti i principi e tutti gli stati indipendenti della Germania e dell'Italia tenevano una contraria opinione; vedevano con inquietudine la corona imperiale perpetuarsi nella casa d'Austria fin dal 1438 per via delle successive elezioni d'Alberto II, di Federico IV, e di Massimiliano, e del lungo regno degli ultimi due. Temevano l'assoluta sovversione delle loro libertà, quando l'erede di questi monarchi, che di già non le avevano abbastanza rispettate, sarebbe inoltre sovrano di tutte le Spagne, delle Indie, de' Paesi Bassi e delle due Sicilie. L'elezione di Francesco I, per le abitudini ch'egli porterebbe d'una assoluta monarchia in una monarchia elettiva e limitata, non sembrava meno pericolosa per l'indipendenza di tutti i piccoli stati: e per tal modo mentre i due monarchi facevano girare d'una in altra corte della Germania splendide ambasciate, accompagnate da corpi d'uomini d'armi e di convogli di danaro, onde apertamente guadagnarsi i suffragj, tutti gli amici del loro paese e della libertà europea facevano voti perchè questi due fossero rigettati. Vero è che molti, capo de' quali era Leon X, fingevano di essere attaccati a Francesco I, per impiegare il danaro ed il credito di lui contro il di lui competitore; ma fidavansi al nazionale orgoglio de' Tedeschi, che mai non permetterebbe ad un re di Francia di salire sul primo trono della Germania[509].
Mentre Leon X cercava di tener la bilancia in bilico tra due così potenti principi, l'ultimo legittimo erede della sua propria famiglia moriva in Firenze. Lorenzo de' Medici, duca d'Urbino, vi aveva condotta sua moglie Maddalena de Latour d'Alvergna; ma le aveva comunicata la vergognosa malattia di cui era egli stesso affetto. Maddalena morì il 23 di aprile nel dare alla luce la troppo famosa Caterina de' Medici; e cinque giorni dopo, il 28 aprile, soggiacque ancora Lorenzo alla malattia che lo andava già da gran tempo distruggendo[510]. Altro discendente non restava di Cosimo de' Medici, padre della patria, che papa Leon X, Caterina, di lui pronipote, varie femmine maritate in diverse case fiorentine, e tre bastardi; cioè, Giulio di già cardinale, Ippolito ed Alessandro tuttavia in età fanciullesca. I discendenti di Lorenzo de' Medici, fratello di Cosimo, che vent'anni prima avevano rinunciato al loro nome per prendere quello di Popolani, e che nelle rivoluzioni di Firenze si erano mostrati partigiani del popolo e della libertà, erano in allora divisi in due rami, nel cadetto de' quali Giovanni de' Medici, figliuolo di Caterina Sforza, cominciava a farsi nome nelle armi. In questo stesso anno gli nasceva un figliuolo, il giorno 11 di giugno del 1519, destinato a ridurre un giorno la sua patria in servitù, ed a portare il primo, col nome di Cosimo, il titolo di gran duca di Toscana[511].