Gli ambiziosi disegni di Leon X per la sua famiglia, cui aveva sagrificata la gloria e l'indipendenza della sua patria, più avere non potevano esecuzione; perciò alcuni cittadini ebbero il coraggio di supplicarlo a rendere a Firenze una libertà che pregiudicare non poteva alla grandezza di lui o della di lui casa: la sorte del cardinale Giulio, gli dicevano essi, era stabilita nella Chiesa, mentre che i due fanciulli, Alessandro ed Ippolito, da Leone X appena riconosciuti, non sembravano inspirargli veruno interesse[512]. Ma Leone nel suo lungo esilio aveva contratto l'odio della libertà: suppose che conserverebbe la Toscana in una maggiore dipendenza dalle sue volontà sostituendo a Lorenzo il cardinale Giulio suo cugino; perciò lo fece subito partire alla volta di Firenze, quand'ebbe notizia della malattia del primo. Giulio, ch'era corucciato con Lorenzo, non entrò nel palazzo Medici finchè non fu morto suo cugino. In allora annunciò ai magistrati che non era sua intenzione di seguire le pedate del suo predecessore; che non era per appropriarsi in sul di lui esempio le nomine a tutti gli ufficj lucrativi; ma che anzi si farebbe debito di rispettare la pubblica libertà: infatti i Fiorentini, sollevati dal giogo che avevano portato, credettero di trovare sotto il cardinale Giulio un immagine della repubblica; e si affezionarono a questo prelato, che si trattenne fra di loro fino al mese di ottobre, e che, ripartendo alla volta di Roma, lasciò nel palazzo de' Medici Goro Gheri di Pistoja, vescovo di Fano, ed il cardinale di Cortona, per governare in vece sua[513].
Dopo estinta la casa Medici, il ducato d'Urbino avrebbe dovuto ricadere alla santa sede. Leon X non volle restituirlo all'antico signore, malgrado il desiderio degli abitanti; anzi per tenerlo sottomesso ne fece smantellare le città. Ma mentre incorporò il ducato d'Urbino all'immediato dominio della Chiesa, accordò la fortezza di san Leo, ed il contado di Montefeltro, che viene formato da una sessantina di castella o villaggi murati, alla repubblica fiorentina in pagamento di cento cinquanta mila fiorini, dovutile a saldo delle somme sovvenute alla santa sede in occasione della guerra d'Urbino[514].
Frattanto le rivalità fra i due pretendenti all'impero si erano continuate con un aspetto di galanteria e di vicendevole rispetto. Francesco I aveva detto agli ambasciatori di Spagna, ch'egli ed il loro padrone dovevano risguardarsi come due innamorati che corteggiano la stessa amante, non già come nemici[515]. Il re di Francia aveva creduto di guadagnare i voti degli elettori, profondendo il danaro: i suoi tre ambasciatori, l'ammiraglio Bonnivet, d'Orval e Fleuranges «avevano sempre, dice l'ultimo, quattrocento mila scudi con loro che gli arcieri portavano in certe loro valigie, ed avevano i detti ambasciatori con loro quattrocento cavalli tedeschi al soldo del re, che li conducevano; ed il fortunato (Fleuranges) aveva inoltre con lui quaranta cavalli, la maggior parte pure tedeschi, tutti vestiti di verde, con i suoi colori ad una manica, i quali rendettero importanti servigj[516].»
Ma il danaro di Carlo fu più utilmente adoperato nell'adunare un'armata, che improvvisamente si avvicinò a Francoforte sotto colore di proteggere la libertà degli elettori. Le quattro voci di Magonza, di Colonia, di Sassonia e del conte palatino, gli furono date dopo che l'elettore di Sassonia ricusò l'offerta della corona; venne in seguito quella di Boemia; e finalmente gli elettori di Brandeburgo e di Treveri furono gli ultimi ad abbandonare gl'interessi del re di Francia; Carlo, che di que' tempi si trovava in Ispagna, fu proclamato imperatore eletto il 28 giugno del 1519, e si fece chiamare Carlo Quinto[517].
In questo stesso tempo la storia d'Italia è povera di avvenimenti. Le province guastate in tempo della guerra cercavano col riposo e coll'economia di rifarsi da tanti disastri. Il marchese di Mantova, Francesco Gonzaga, che nelle guerre della fine del precedente secolo si era acquistata grandissima riputazione, morì il 20 di febbrajo. Gli successe Federico, il maggiore de' suoi tre figli; Ercole fu fatto cardinale; e don Fernando, in appresso duca di Molfetta e di Guastalla, fu uno de' più illustri capitani del secolo[518].
Il duca di Ferrara, don Alfonso d'Este, in novembre dello stesso anno, fu sorpreso da pericolosa malattia, che per alcuni giorni fece credere disperata la sua guarigione. Suo fratello, il cardinale Ippolito, disgustato del soggiorno di Roma, trovavasi in Ungheria nel suo arcivescovado di Strigonia. Alfonso aveva pagati gli enormi debiti contratti in tempo delle sue lunghe guerre; aveva inoltre adunato un ragguardevole tesoro, ma coll'opprimere d'insopportabili imposte i suoi sudditi. In ogni altra cosa avarissimo, spendeva senza misura nel fortificare Ferrara, e nel fare nuove artiglierie e provvedere munizioni da guerra. Aveva ridotta la sua capitale a città quasi inespugnabile; ma aveva a carissimo prezzo acquistato tale vantaggio, cioè perdendo l'amore de' suoi popoli, ruinati dalle imposte e da' suoi monopolj. Dopo la pace aveva licenziate le sue truppe, credendo di non aver più nulla a temere, quando nella stessa epoca in cui cadde infermo, un'inondazione rovesciò ottanta piedi delle mura di Ferrara, e lo espose a nuovi pericoli[519].
Leon X non aveva rendute ad Alfonso d'Este le due città di Modena e di Reggio, nemmeno dopo la morte del nipote, che aveva troncati tutti i disegni d'ingrandimento ch'egli aveva formati a pro della sua famiglia. Lungi di essere da quest'avvenimento richiamato a più moderati sentimenti, Leone quand'ebbe avviso della malattia d'Alfonso e della caduta delle mura della capitale, risolse di approfittarne per privarlo del suo ultimo asilo. A tale oggetto sovvenne dieci mila ducati ad Alessandro Fregoso, vescovo di Ventimiglia, figlio di quel cardinale Paolo Fregoso, il di cui bellicoso carattere aveva suscitate tante rivoluzioni nel precedente secolo. Trovavasi costui in Bologna, perchè suo cugino Ottaviano lo aveva esiliato da Genova. Col danaro del papa assoldò gente nelle terre della Chiesa e della Lunigiana[520], dando voce di voler tentare una rivoluzione in Genova, ciò che facilmente era da tutti creduto. Quando seppe che suo cugino Ottaviano erasi posto in guardia contro i suoi attentati, simulò di esserne afflitto, quasi vedesse contrariati i suoi progetti, ed offrì a Federigo da Bozzolo di ajutarlo colle sue truppe, assoldate già per un mese, in certa lite che aveva con Gian Francesco Pico della Mirandola intorno al possedimento di Concordia. Sotto questo pretesto avvicinossi al Po, sperando di poterlo passare senza ostacolo, e di marciare improvvisamente sopra Ferrara. Un agente del papa gli aveva apparecchiate alcune barche dove la Secchia mette foce in Po; ma, sentendo avvicinarsi questa piccola armata, il marchese di Mantova fece ritirare tutte quelle barche; scoprì i veri disegni del vescovo di Ventimiglia, e ne diede avviso al duca di Ferrara, il quale si pose bentosto in su le difese. Perduta ogni speranza di sorprenderlo, Alessandro Fregoso licenziò le truppe: il duca lo accusò al papa per averlo voluto attaccare in tempo di pace, e Leon X non esitò ad incolpare dell'accaduto il suo agente[521].
Ma l'alta dignità del papato non lascia quasi mai coloro che trovansene rivestiti esposti a soffrire i danni de' proprj mancamenti: le loro provocazioni non sono esposte alle rappresaglie; se commettono una perfidia, si teme di pubblicarla, e non si ardisce attaccare la loro riputazione. Questa specie d'impunità non può a meno di non corromperli. Quando un papa si è una volta abbandonato all'ambizione di dilatare i suoi stati, non si lascia scoraggiare dal cattivo esito di un attentato; anzi una perdita gli dà motivo di rinnovare i suoi sforzi. Alessandro VI aveva cominciata la guerra contro i feudatarj della Chiesa, ed aveva spogliati tutti quelli della Romagna, per ingrandire a loro spese suo figliuolo. Giulio II, con una più generosa ambizione, si era volto contro più potenti principi: aveva cacciati i Bentivoglio da Bologna, espulsi i Veneziani dalla Romagna, e cominciata la guerra contro il duca di Ferrara; ma non aveva spogliati del loro potere coloro che assoggettandosi senza riserva alla Chiesa; altro realmente così non erano che suoi vicarj, come ne avevano il titolo, e non comandavano che in suo nome.
Giampaolo Baglione, signore di Perugia, era il più illustre di questi ultimi. Dopo avere fatta la sua pace con Giulio II, lo aveva servito in tutte le guerre, mostrandosi il più fedele vassallo de' pontefici. Era stato invitato dai Veneziani a comandare le loro armate in tempo della lega di Cambrai, e vi si era acquistato grandissimo nome di capitano prudente, conoscitore de' luoghi e degli uomini, e dell'arte della guerra; di modo che, malgrado molti disastri, i Veneziani non lo privarono della loro confidenza. Dopo la pace era tornato a Perugia. Il papa aveva da prima approvato il suo contegno, quando il duca d'Urbino s'era avvicinato a Perugia colla sua armata: ma in appresso gli rinfacciò una cotale segreta intelligenza col duca, persuaso che il Baglioni non potesse vedere di buon occhio la ruina di quest'ultimo feudatario della Chiesa, suo amico e suo vicino.