Il Baglioni teneva in Perugia un rivale della sua stessa famiglia, chiamato Gentile: Giampaolo lo scacciò nel 1520, e fece perire alcuni di lui partigiani, accusati di avere ordito trame a pro di Gentile. Il papa si fece a difendere Gentile, e citò Giampaolo a presentarsi personalmente a Roma. Giampaolo, ammalato trovandosi, o infingendosi tale, mandò Malatesta, suo figlio, in vece sua, per giustificarsi. Leon X lo accolse graziosamente; ma gli dichiarò di volere che comparisse personalmente a trattare la propria causa il signore di Perugia: e per togliergli qualunque sospetto gli mandò un salvacondotto di proprio pugno, dando in pari tempi parola a Camillo Orsini, genero del Baglioni, e ad altri di lui potenti amici, che non sarebbe esposto a verun pericolo. L'Orsini, dopo avere ottenute queste assicurazioni, cercò di persuadere il suocero ad ubbidire. Il Baglioni vi prestò fede; ed all'indomani del suo arrivo in Roma andò in castel sant'Angelo, ove il papa era andato ad alloggiare; ma invece di essere ammesso all'udienza, fu arrestato dal castellano, e dai carnefici posto alla tortura. Non fu interrogato intorno ad un solo delitto; ma gli si domandò una confessione generale di tutti i falli commessi in vita sua. La sua vita era ben lontana dall'essere irreprensibile; egli confessò varj atti di crudeltà commessi per conservare la tirannide, molte scandalose dissolutezze, e tra queste un incesto con sua sorella, ch'egli non si era curato gran fatto di dissimulare. Dietro tali confessioni, dopo due mesi di prigionia, fu per ordine di Leon X decapitato. La di lui moglie ed i figliuoli si rifugiarono a Padova sotto la protezione de' Veneziani, e Perugia venne interamente assoggettata all'autorità della santa sede[522].
Nello stesso anno Leon X, che aveva preso al suo servigio Giovanni de' Medici, figlio della celebre Caterina Sforza di Forlì e del suo secondo marito, vedendo in questo giovinetto svilupparsi di già quell'ardore marziale, e quell'impeto che gli diedero in appresso tanta riputazione, lo incaricò di scacciare da Fermo Luigi Freducci, che comandava in questa città. Il Freducci era tenuto in concetto di buon capitano, ma non aveva che dugento uomini d'armi, coi quali non poteva sperare di resistere a mille cavalli e quattro mila fanti, che contro di lui conduceva Giovanni de' Medici. Tentò di fuggire da Fermo colle sue due compagnie d'uomini d'armi; ma sopraggiunto dal Medici e circondato da ogni banda, perì combattendo con più di cento suoi soldati, prima che gli altri avessero potuto ottenere quartiere. La morte del Freducci atterrì tutti i piccoli signori o tiranni delle Marche; gli uni fuggirono senza venire all'esperimento dell'armi; altri passarono a Roma per implorare la clemenza del pontefice. Leon X li fece tutti imprigionare, indi assoggettare alla tortura per avere da loro una confessione generale. Non eravi tra costoro chi potesse vantarsi innocente; ed alla confessione loro teneva dietro immediatamente il supplicio. Così Amadei, tiranno di Recanati; Zibicchio, capo di partito a Fabbriano; Ettore Severiani, capo di partito a Benevento, furono appiccati dopo essere stati assoggettati alla tortura, sebbene fossero volontariamente venuti a gettarsi tra le braccia del pontefice, e non fossero stati accusati di verun delitto[523].
Ma di tutte le sovranità dipendenti dalla santa sede, quella di Ferrara più d'ogni altra solleticava l'ambizione di Leone: egli aveva cercato indarno nel precedente anno d'impadronirsene per sorpresa; e nel presente non si vergognò di adoperare più odiosi mezzi. Uberto Gambara, protonotaro apostolico, che poi fu cardinale, venne incaricato di sedurre Rodolfo Hello, tedesco, capitano della guardia del duca. Uberto diede a Rodolfo due mila ducati, e gli fece più larghe promesse, tanto che il tedesco promise di assassinare Alfonso, e di aprire la porta di castel Tealdo, cittadella di Ferrara, alle truppe della Chiesa, le quali arriverebbero da Modena e da Bologna. Era stato fissato il giorno dell'esecuzione; e lo storico Guicciardini, che comandava in Modena, e Guido Rangone, che comandava in Bologna, avevano avuto ordine di far avanzare le truppe pontificie fino alle porte di Ferrara. Ma fino dal principio Rodolfo Hello aveva palesate al duca le profferte fattegli, e con di lui intelligenza aveva mostrato di entrare nella congiura. Quando il duca ebbe in sue mani tutte le lettere del Gambara, e che gli furono aperti tutti i disegni di Leone X, ne fece fare autentico processo cogli interrogatorj di più complici, e lo depose unitamente alle lettere originali del Gambara negli archivj di casa d'Este, ove furono letti dal Muratori; poscia il duca troncò quest'affare, onde schivare, se ancora fosse possibile, di romperla irremissibilmente con Leone X[524].
Questo pontefice, in preda alla mollezza ed ai piaceri, passava la vita in continue feste, occupandosi di musica, di commedie, delle ridicole pompe de' suoi buffoni, inebbriato dalle lodi de' poeti e degli oratori, cui prodigava le sue ricchezze, senza prendersi quasi verun pensiero della burrasca che contro di lui andava addensando in Germania Lutero, e senza parere desiderare una nuova guerra. Le sue prodigalità avevano in breve dissipati in tempo di pace gl'immensi tesori ragunati da Giulio II in mezzo a continue guerre; onde per soddisfare al suo inconsiderato lusso era costretto d'accrescere continuamente lo scandaloso traffico delle indulgenze, e di rendere più aperti que' disordini contro i quali i primi riformatori osavano finalmente d'alzare la voce[525].
Ma una vaga inquietudine di spirito facevagli desiderare nuove scene e nuovi argomenti d'adulazione per i suoi cortigiani; e perchè più non aveva famiglia alla quale tramandare potesse la grandezza che voleva acquistare, invidiava la gloria di Giulio II, che aveva illustrato il suo pontificato colle conquiste fatte per la santa sede; egli ancora si lasciò prendere dal chimerico progetto di cacciare i barbari d'Italia, armando l'uno contro l'altro i due principi rivali; e non rifletteva che colui ch'egli ajuterebbe a vincere, rimarrebbe più ingagliardito dalla vittoria, che indebolito dagli sforzi sostenuti per ottenerla.
Il trattato di Noyon aveva lasciati molti semi di nuove dissensioni tra Carlo V e Francesco I. L'ultimo non aveva ottenuta soddisfazione pel suo alleato, il re di Navarra. Metteva in campo nuove pretese sul regno di Napoli, prendendo argomento dall'antica costituzione de' papi, i quali, fino dai tempi in cui avevano tolto questo regno a Manfredi per darlo alla casa d'Angiò, avevano richiesto che non potesse essere posseduto dal capo dell'impero. Carlo V aveva egli stesso giurato di non riunire le due corone, e poichè doveva abdicare quella di Napoli, credeva il re Francesco d'avere diritto di ripeterla. Carlo, dal canto suo, voleva far rivivere le sue pretese sopra il ducato di Milano e su quello di Borgogna. Tutti e due i re, opponendo gl'imprescrittibili diritti della legittimità alle convenzioni ed ai trattati, si fondavano sopra una dottrina, che, se fosse ammessa, sbandirebbe per sempre la pace e la buona fede di frammezzo agli uomini. La naturale gelosia tra due giovani sovrani, ambiziosi, potenti e rivali di gloria, aguzzava i loro risentimenti, e li rendeva più fermi nelle vicendevoli loro pretese. Ma fin allora le insurrezioni della Spagna, e la guerra della Germania tra la lega di Svevia ed il duca di Virtemberga, avevano dato troppo di che fare a Carlo V, perchè potesse nello stesso tempo avventurarsi a cominciare le ostilità contro la Francia.
Erasi il re Francesco riservata la facoltà di prestare soccorsi al re di Navarra per ricuperare i suoi stati, senza perciò rompere la pace generale conchiusa tra le due corone. Questi soccorsi furono dalla Francia mandati in principio del 1521[526]. Nello stesso tempo un'altra piccola guerra si era accesa nelle Ardenne e nel ducato di Lussemburgo tra Roberto della Marck, signore di Sedan, secondato da suo figliuolo il maresciallo di Fleuranges, e madama di Savoja, governatrice de' Paesi Bassi a nome di Carlo V[527]. Gli è vero che nulla ancora presagiva una diretta guerra tra i due monarchi, e che inoltre questi non poteva estendersi all'Italia, finchè il papa tenevasi neutrale. Gli stati della Chiesa e quelli di Firenze, coprivano il regno di Napoli contro gli attacchi de' Francesi, i quali dall'altro canto non avevano nulla a temere per il Milanese, i di cui confini, dalla banda della Germania, erano coperti dalla loro alleanza colla repubblica di Venezia e da quella che avevano conchiusa a Lucerna cogli Svizzeri, il 5 maggio del 1521[528].
Ma la pace aveva cessato di piacere a Leon X, e le sue negoziazioni, non meno presso Carlo V, che presso Francesco I, tendevano ad armarli l'uno contro l'altro. Il papa pendeva tuttavia incerto a quale dei due si unirebbe. Facendo la guerra ai Francesi poteva loro togliere Parma e Piacenza, ch'era pentito d'avere perduto, dopo che il suo predecessore le aveva conquistate; attaccando l'imperatore, poteva levargli alcune province del regno di Napoli, che ugualmente gli si confacevano. Faceva a vicenda profferte all'uno ed all'altro, mentre che Antonio Pucci, vescovo di Pistoja, aveva per lui assoldati sei mila Svizzeri, ai quali Lautrec aveva senza veruna difficoltà accordata licenza d'attraversare in marzo la Lombardia, siccome a quelli che credeva destinati contro il regno di Napoli. Leon X, che non aveva ancora deciso da qual parte si porrebbe, gli accantonò nella Marca d'Ancona, ove gli Svizzeri, trovandosi oziosi, disertarono quasi tutti[529].