All'ultimo i negoziatori di Leon X convennero con quelli di Francesco I in un trattato d'alleanza, in virtù del quale il papa ed il re si obbligavano ad attaccare di concerto il regno di Napoli. Fattane la conquista, tutto il paese posto tra Roma ed il Garigliano doveva essere riunito alla Chiesa; ed il rimanente doveva formare un regno pel secondo figliuolo di Francesco I. Ma perchè questo secondo figliuolo era inallora ancor fanciullo, tutto il regno, fino alla di lui maggiorità, doveva essere governato da un legato pontificio. Inoltre Francesco I si obbligava a non accordare più la sua protezione al duca di Ferrara, nè a verun altro feudatario della Chiesa; di modo che la conquista di quel ducato era pure uno degli utili che il papa ritrarrebbe da tale alleanza[530].

Questi preliminarj erano stati sottoscritti prima che cominciassero le ostilità nella Navarra, che Asparoth, fratello di Lautrec, conquistò in poco tempo. La sollevazione degli Spagnuoli contro i consiglieri fiamminghi di Carlo V, e la violenza delle guerre civili tra i partigiani del dispotismo e quelli della libertà, ne' due regni di Castiglia e d'Arragona, sembravano dare ai Francesi una favorevole occasione per portare assai più in là questi primi prosperi avvenimenti. In tali circostanze il trattato conchiuso con Leon X venne presentato alla ratifica del consiglio del re. Desso venne esaminato con estrema diffidenza, perciocchè il papa aveva date tante prove della sua nimicizia, che il consiglio non era disposto a credere, che volesse ristabilire i Francesi a Napoli, mentre che dava a conoscere di soffrirli a stento nel Milanese. Temevasi dai più che dopo avere tirata la loro armata nella Campania non si unisse all'imperatore per distruggerla, ed in appresso attaccare il ducato di Milano, rimasto senza difensori. In tanta incertezza, Francesco I non mandava la sua ratifica. Leon X, di già scontento di Lautrec e del vescovo di Tarbes, ambasciatore a Roma, perchè avevano ricusata l'autorità della corte pontificia in tutti gli affari beneficiarj del ducato di Milano, si accostò subito all'imperatore, col quale non aveva mai lasciato di trattare, e con lui l'8 maggio del 1521 sottoscrisse un trattato, con cui i confederati si obbligavano a stabilire nel ducato di Milano Francesco Sforza, secondo figlio di Lodovico il Moro; dopo avere staccato da questo ducato Parma e Piacenza, che unitamente al ducato di Ferrara farebbero parte degli stati della santa sede. Il papa sciolse Carlo V dall'impedimento di possedere nello stesso tempo il regno di Napoli e l'impero, chiedendo in compenso un feudo nel regno di Napoli per Alessandro de' Medici, figliuolo naturale di Lorenzo già duca di Urbino[531].

Francesco Sforza, che i confederati volevano collocare sul trono di Milano, trovavasi allora a Trento, ov'era stato raggiunto da Girolamo Morone, ch'era stato il principale confidente e ministro di suo fratello, e che, dopo averlo persuaso a cedere per capitolazione il castello di Milano, si era accorto d'essere caduto in sospetto ai Francesi, e non dover rimanere lungamente sicuro ne' loro stati. Morone, il più intrigante, il più destro, il più scaltrito, il più doppio degl'Italiani de' suoi tempi, manteneva segreto intelligenze con tutti i malcontenti di Lombardia, moltiplicati a dismisura dai duri ed altieri modi del signore di Lautrec. Aveva il Morone promesso al papa, che una simultanea insurrezione sorprenderebbe i Francesi in tutte le città, prima che questi potessero levare alcuna fanteria o farla venire d'oltremonti; ed i mille uomini d'armi francesi accantonati in Lombardia non si giudicavano sufficienti a difendere questa provincia, neppure per pochi giorni, contro gli attacchi combinati del popolo, del papa e dell'imperatore. L'attivissima cooperazione di questo capo di faziosi fu probabilmente il principale motivo che persuase Leon X a domandare il ristabilimento dello Sforza sul trono di Milano[532].

La lega tenevasi coperta con tutto il segreto d'una congiura; ed infatti doveva, a guisa d'una cospirazione, scoppiare nelle province, nelle quali l'insurrezione era disposta contemporaneamente, dalle montagne comasche fino a Parma. Gli alleati risguardavano inoltre come cosa di maggiore importanza l'operare una rivoluzione a Genova, onde aprire al re di Spagna tutte le comunicazioni per mare colla Lombardia. Girolamo Adorno doveva entrare nel porto di quella città con nove galere, mentre che suo fratello Antoniotto giugnerebbe attraverso alle montagne fin presso alle mura. Affinchè il loro attacco riuscisse più inaspettato, fecero in modo d'intercettare per venti giorni tutti i corrieri che andavano a Genova; ma quest'eccesso di precauzione riuscì loro pernicioso. Ottaviano Fregoso, che governava la Liguria per il re, insospettito da questo universale silenzio, si pose in guardia con più vigilanza che mai; Girolamo Adorno non potè entrare in porto, e sbarcò le sue truppe a Chiavari ed a Recco per unirle a quelle di suo fratello, che s'avanzava dalla banda di Pietra Santa. Tentarono inutilmente d'eccitare una sollevazione tra i loro partigiani; verun Genovese non prese per loro le armi, veruna terra murata aprì loro le porte, talmente che dovettero passare in Lombardia con circa tre mila fanti spagnuoli, dopo d'avere rimandata la flotta a Napoli[533].

Il signore di Lautrec si trovava inallora alla corte di Francia, ed aveva lasciato in suo luogo, per governare la Lombardia, suo fratello, il signore di Lescuns, che, secondo scrive il signor di Fleuranges, «aveva lasciata la berretta rotonda, e da principio era vescovo di Tarbes, ma si sentiva troppo gentil compagno per correre la carriera ecclesiastica; ed io vi accerto che era tale[534].» Lescuns fu avvisato che il Morone era subitamente partito da Trento per passare, deviando dalle più frequentate strade, a Reggio, ove allora era governatore lo storico Guicciardini. Seppe che moltissimi emigrati milanesi eransi adunati nella stessa città, e supponendo che fossero intenzionati di sorprendere Parma si recò immediatamente egli stesso a Reggio, per far che il governatore gli desse schiarimento intorno alle intenzioni del papa, e pretendere da lui che cacciasse gli emigrati, ai quali aveva dato asilo contro il prescritto de' trattati e le regole di buona vicinanza. Frattanto, per dare maggior forza alle sue istanze con un poco di timore, e forse, avendone il destro, per sorprendere la città, prese con sè quattrocento lance, ed ordinò a Federigo di Bozzolo di tenergli dietro a non molta distanza con mille fanti[535].

Il Guicciardini faceva buona guardia, e Reggio non temeva la visita del signore di Lescuns. Questi domandò al governatore una conferenza, che si tenne il 24 di giugno nel rivellino della porta che conduce a Parma. Mentre ch'essi ragionavano delle cose loro, gli emigrati milanesi, ch'erano accorsi sulle mura, credendo, o fingendo di credere che alcuni soldati francesi avessero voluto entrare per forza, fecero fuoco sulla scorta del signore di Lescuns, ed uccisero Alessandro Trivulzio, uno de' capi della fazione contraria alla loro. Vi fu allora una mischia, nella quale lo stesso Lescuns sarebbe rimasto ucciso, se il Guicciardini non lo avesse preso sotto la sua protezione, facendolo entrare in Reggio. Gli uomini d'armi francesi lo supposero fatto prigioniere e si sbandarono; ma perchè non erano inseguiti, e perchè incontrarono per istrada Federico di Bozzolo, che veniva in loro ajuto, si riebbero bentosto dal loro terrore, ed all'indomani il Guicciardini permise al signore di Lescuns di raggiugnere la sua gente[536].

I progetti che il Morone aveva formati sovra Parma, e che dovevano eseguirsi dagli emigrati adunati a Reggio, non ebbero effetto, ed ancora più funesto fine ebbero quelli di Manfredi Palavicini sopra Como. Questo gentiluomo, in addietro partigiano de' Francesi, ma che Lautrec aveva disgustato, erasi associato ad un cotale Giovanni, capo di facinorosi notissimo in quelle montagne, chiamato il matto dei Brizzi, il quale si era obbligato di condurre a Como quattrocento soldati tedeschi ed altrettanti italiani, mentre che i loro amici in città dovevano atterrare un pezzo di muraglia per farli entrare. Ma Graziano delle Guerre, che teneva il comando di Como, sebbene avesse soli dugent'uomini sotto i suoi ordini, supplì col coraggio, colla vigilanza, coll'attività alle deboli sue forze. Sorprese la truppa che veniva per sorprenderlo, e la disperse; fece prigioniere il Palavicini ed il matto dei Brizzi, e li mandò a Milano. Volendo il governo atterrire i suoi nemici, li fece squartare, e condannò allo stesso orribile supplicio molti gentiluomini milanesi, ch'erano stati consapevoli de' loro progetti[537].

Leon X non aveva ancora confessata la sua alleanza coll'imperatore, nè i suoi bellicosi progetti, ma mostrò d'adirarsi fieramente, quando seppe che il signore di Lescuns aveva a mano armata violato il territorio di Reggio. Annunciò al concistoro che i Francesi più non rispettavano i possedimenti della Chiesa, e che, per reprimere la loro audacia, vedevasi forzato ad allearsi coll'imperatore, onde poter cacciarli dall'Italia. Diede il comando delle sue truppe a Federico Gonzaga, marchese di Mantova, che, accettandolo, ritornò al re di Francia la collana dell'ordine di san Michele, di cui era stato decorato. Francesco Guicciardini doveva servirlo, come consigliere, col titolo di commissario generale. Il marchese di Pescara comandava la fanteria spagnuola; e Prospero Colonna fu posto alla testa dell'armata combinata del papa e dell'imperatore, la quale era composta di seicento uomini d'armi della Chiesa o di Firenze, e d'altrettanti dell'imperatore; di quattro mila fanti spagnuoli, di sei mila italiani e di sei in otto mila tedeschi, grigioni o svizzeri. In principio d'agosto quest'armata andò ad accamparsi in sulla Lenza, a sole cinque miglia da Parma[538].

Quando il Lautrec, ch'era a Parigi, ebbe avviso della pubblicazione della lega del papa e dell'imperatore, non tardò ad annunciare al re che il Milanese era perduto se non si affrettava a mandarvi quattrocento mila scudi, onde assoldare una fanteria svizzera che bastasse a difenderlo. Lodovico XII aveva trattato il Milanese come un antico stato ereditario, cui era affezionato; ma Francesco I non lo avea considerato che come una ricca provincia che poteva pagare più delle altre. Gli abitanti erano ad un tempo oppressi da ruinose contribuzioni, da continui alloggi di soldati, dall'insolenza e dai capricci de' comandanti, dalla crudeltà de' tribunali, che punivano con atroci supplicj i malcontenti e le persone sospette. «Riputavasi, dice il signor Martino di Bellay, il numero di coloro che il signore di Lautrec aveva sbanditi da Milano, non minore di quello de' rimasti; e dicevasi che la maggior parte di costoro erano stati esiliati per leggieri motivi, o per usurparne le sostanze; lo che ci procurava molti nemici, i quali in appresso si adoperarono per iscacciarci da Milano, onde riavere i loro beni. Prima che il detto maresciallo di Foix venisse luogotenente del re nel ducato di Milano, essendo, come detto abbiamo, tornato in Francia il signore di Lautrec, rimase in questo frattempo luogotenente del re nel detto ducato il signore di Telignì, siniscalco di Rouergue, il quale colla sua saviezza e gentili maniere aveva guadagnato il cuore de' Milanesi, onde il paese era affatto tranquillo; ma essendo tornato il signore di Lescuns, e partitone il siniscalco, le cose cambiarono aspetto, e così l'opinione degli abitanti[539]