Il Lautrec aveva nella sua armata quasi venti mila Svizzeri; ed il cardinale di Sion ne aveva condotti quasi altrettanti all'armata del papa. La dieta elvetica vedeva con ribrezzo i suoi concittadini sul punto di versare il sangue gli uni degli altri per una causa straniera. Spedì loro perciò l'ordine di rientrare ne' loro focolari, minacciando soprattutto di castigare coloro che, in disprezzo dell'alleanza di fresco conchiusa colla Francia, eransi ridotti a servire contro di lei; ma l'autorità de' magistrati era assai meno potente degl'intrighi di Mattia Schiner, cardinale di Sion, e dell'accortezza del cardinale Giulio de' Medici, che Leon X aveva spedito all'armata in qualità di legato. Altronde l'animosità nazionale, così vivamente eccitata in tempo delle guerre di Lodovico XII, non era stata del tutto spenta nell'ultima pace. Gli Svizzeri dell'armata francese erano offesi dall'alterigia e dalla diffidenza di Lautrec, erano intiepiditi dalla sua lentezza, e non prendevano fiducia ne' suoi talenti. Lagnavansi soprattutto di non essere pagati malgrado le promesse, che mai non si eseguivano. I quattrocento mila scudi, così solennemente promessi al generale per la difesa del Milanese, non erano stati mandati dalla Francia; ed una sovranità veniva sagrificata per un intrigo di corte dalla stessa madre del re, che aveva destinato ad altri usi questo danaro[547].

In breve la diserzione diminuì rapidamente il numero degli Svizzeri che formavano il nervo principale dell'armata di Lautrec. Non si trovando più in istato di tenere la campagna tra l'Oglio ed il Po, egli si ritirò sull'Adda con intenzione di difenderne il passo e di coprire il Milanese. Alzò frequenti ridotti lungo la sponda del fiume, indi pose il suo quartiere a Cassano per tenere d'occhio tutta la linea. Prospero Colonna, giunto in faccia a lui a Rivolta, diede a credere di voler gettare un ponte in questo medesimo luogo, e richiamò così l'attenzione dell'armata nemica. Il Lautrec aveva fatte levare o distruggere tutte le barche del fiume; ma Francesco Moroni, uno degli emigrati milanesi, ne scoprì tre nel Brembo, che si getta poco al di sopra nell'Adda. Con queste cominciò a far passare il fiume ad alcune compagnie italiane a Vaprio, cinque miglia al di sopra del quartiere generale di Lautrec. Questo passaggio non poteva eseguirsi che con estrema lentezza, adoperando le tre piccole barche, ed i fanti italiani, quantunque rinforzati bentosto dagli Spagnuoli del Pescara, a stento potevano sostenersi nel luogo in cui erano sbarcati sulla diritta dell'Adda, prima contro Ugone de' Pepoli, poi contro Lescuns, dal fratello incaricato di respingerli nel fiume. Passarono ben quattordici ore, prima che ricevessero quanta gente bastava per non aver più nulla a temere. Il Lautrec, a cagione della sua lentezza, si lasciò per la terza volta fuggire l'occasione che gli era offerta di conseguire la vittoria, e si ritirò coll'armata scoraggiata in Milano[548].

Le pratiche presso gli Svizzeri dei cardinali di Sion e de' Medici erano così felicemente riuscite, che al Lautrec di venti mila Svizzeri più non restavano che quattro mila. Pure Lautrec risolse di difendere il circondario dei sobborghi di Milano, mentre che Prospero Colonna, invece d'avanzarsi direttamente verso la capitale si trattenne a Marignano, irrisoluto se passerebbe o no a prendere i quartieri d'inverno a Pavia. Le continue piogge avevano totalmente guastate le strade, e tenevano in dietro l'artiglieria; finalmente tre giorni dopo il passaggio dell'Adda, il 19 di novembre, l'avanguardia dell'armata di linea si presentò verso sera alle mura del sobborgo di Milano tra porta Romana e porta Ticinese, che da' Veneziani, incaricati di difenderle furono vilmente abbandonate senza nessuna resistenza. Il marchese di Pescara salì il primo con soli ottanta fucilieri spagnuoli sul bastione di terra recentemente innalzato, gli tenne subito dietro tutta la sua infanteria, ed approfittando dell'avuto vantaggio, entrò in città colla stessa facilità con cui era entrato nel sobborgo, essendogli stata aperta la porta dalla fazione ghibellina[549].

Il Lautrec ancora non sapeva che l'armata della lega avesse abbandonato Marignano, credendo che le piogge cadute continuamente avessero impedito al nemico di far avanzare le artiglierie; e passeggiava disarmato per città in piena sicurezza mentre questa era già presa, e mentre suo fratello Lescuns, oppresso dalle fatiche del precedente giorno, dormiva ancora. La loro negligenza fu cagione della loro ruina; supposero senza rimedio un avvenimento contro cui non eransi apparecchiati; invece di contrastare il terreno, come ancora potevano fare, contro un'armata sorpresa della propria vittoria, e divisa tra la città, il sobborgo e la campagna, abbrividita per essere stata tutto il dì sotto una fredda pioggia, ed inquieta di doversi alloggiare in istrada che non conosceva, in mezzo ai nemici e ad una profonda oscurità, Lautrec e suo fratello si ritirarono quella stessa notte a Como, di dove passarono in seguito a Lonato nel territorio di Brescia, prendendo per quell'inverno i loro quartieri nel territorio veneziano, ove si credevano al coperto da ogni attacco[550].

La sorte del ducato di Milano sembrava un'altra volta decisa piuttosto da una rivoluzione che da una conquista. Lodi e Pavia, e bentosto Piacenza e Cremona si affrettarono di aprire le loro porte ai vincitori. Cremona, a dir vero, fu ripresa dal Lautrec; ma nello stesso tempo i Francesi avevano per di lui ordine evacuata Parma, e vi era entrato Alessandro Vitelli, uno de' capitani pontifici. Il marchese di Pescara aveva occupato Como per capitolazione, ed erasi obbligato inverso il signore di Vandenesse, che ne aveva il comando, a far rispettare le proprietà de' soldati e degli abitanti; ma l'infanteria spagnuola forzò le guardie poste sulla breccia, e saccheggiò la città con quella ferocia ch'era diventata un carattere nazionale, strappando di bocca ai ricchi cittadini con inauditi tormenti la confessione delle loro ricchezze, e lasciando che molti morissero fra le pene della tortura. Il Pescara, che voleva ad ogni costo guadagnarsi l'affetto degli Spagnuoli, chiuse gli occhi su tanta atrocità, ed ischivò la disfida del signore di Vandenesse, che gli chiedeva soddisfazione di cotale mancamento di fede[551].

Ma in mezzo a queste zuffe un inaspettato avvenimento rendette dubbioso l'esito d'una guerra cominciata con così brillanti successi. Il 24 di novembre Leon X, trovandosi alla sua villa della Malliana, ricevette la notizia della presa di Milano; e Castel sant'Angelo festeggiò tutto il giorno questa vittoria col cannone. Leone mostravasi pieno di giubbilo, e si proponeva d'adunare un concistoro, onde partecipare ai cardinali questa fausta notizia, ed ordinare rendimenti di grazie in tutte le chiese: ma entrato nella sua camera, cominciò dopo poche ore a sentirsi alquanto incomodato[552]. Si fece trasportare a Roma, senza per altro credere di trovarsi in pericolo della vita, non manifestandosi la sua malattia che come una febbre catarrale: ma tutt'ad un trattò peggiorò, e morì contro l'universale aspettazione il giorno 1.º di dicembre, dopo avere regnato otto anni, otto mesi e diciannove giorni, ed essere giunto al suo quarantasettesimo anno. Esausto affatto era il suo tesoro, ed avrebbe in breve dovuto lottare contro insormontabili difficoltà per continuare la guerra; ma egli conobbe i prosperi avvenimenti delle sue armi e non le difficoltà che li dovevano seguire. In tempo della sua malattia ricevette la notizia della presa di Piacenza, e lo stesso giorno in cui morì quella dell'acquisto di Parma. Era questo l'avvenimento che più caldamente desiderava: ed aveva detto al cardinale de' Medici, che l'avrebbe volentieri comperato anche a prezzo della propria vita[553].

Questa inaspettata morte d'un papa, che aveva tanti nemici non andò esente da sospetto di veleno. Il suo coppiere, Bernardo Malaspina nel giorno che precedette la di lui malattia gli aveva presentato mentre cenava un nappo di vino, dopo bevuto il quale, il papa si era a lui rivolto pieno di sdegno, chiedendogli dove avesse preso un vino così amaro. Essendo morto Leone la notte del primo di dicembre, lo stesso coppiere volle all'indomani uscire da Roma in sul far del giorno con de' cani come se andasse a caccia. Le guardie della porta di san Pietro, maravigliandosi che un servitore del papa volesse andare a divertirsi la stessa mattina della morte del suo padrone, lo arrestarono su questo solo indizio; ma raccontano il Giovio, il Nardi e Paride Grassi, che il cardinale Giulio de' Medici, tornato a Roma, lo fece porre in libertà, e non volle permettere che si praticassero ricerche intorno all'accusa di veleno, per timore che il nome di qualche gran principe non vi si trovasse implicato, e si rendesse in tal modo l'implacabile nemico della sua famiglia[554].

FINE DEL TOMO XIV.