— No — risposi con fermezza. — Bisogna venire subito.

Egli guardò il sacchetto delle patate che gli dondolava dal braccio e i pacchetti che aveva nell’altra mano.

— Sinceramente, non posso — disse. — Scusate la mia scortesia. Se sapeste!

Credetti che cedesse alla mia emozione, ma un istante dopo era ritornato padrone di sè.

— E poi ci sono queste vettovaglie — continuò. — Si tratta di un caso pietoso, terribile. Si tratta di una vecchia donna, alla quale devo portare subito questo. Ha fame, bisogna che corra da lei. Capite? Verrò dopo. Ve lo prometto.

— Lasciatemi venire con voi — dissi. — È lontano?

Sospirò e cedette alla mia domanda.

— Ancora due file di case, più in là — disse. — Affrettiamoci.

Accompagnata dal vescovo, feci la conoscenza del quartiere in cui abitavo. Non avrei mai supposto che contenesse delle miserie così grandi! Naturalmente, la mia ignoranza proveniva dal fatto che non mi occupavo di carità. Ero convinta che Ernesto avesse ragione quando paragonava la beneficenza a un cauterio su una gamba di legno, e la miseria ad un’ulcera che bisognava levare, invece di mettervi su un impiastro. Il suo rimedio era semplice. Dare all’operaio il prodotto del suo lavoro, ed una pensione a coloro che sono invecchiati lavorando; e non ci sarà più bisogno di elemosine. Persuasa della bontà di questo ragionamento, io cospiravo con lui per la rivoluzione, e non spendevo la mia energia per sollevare le miserie sociali che nascono, costantemente, dall’ingiustizia del sistema sociale.

Seguii il vescovo in una piccola camera, lunga dodici piedi e larga dieci. Vi trovammo una povera vecchietta tedesca, di sessantaquattro anni, a quanto mi disse. Essa fu sorpresa di vedermi, ma mi fece un cenno cordiale senza smettere di cucire un paio di calzoni da uomo, che teneva sulle ginocchia. In terra, vicino a lei, ce n’erano una quantità di simili. Il vescovo, accortosi che non c’erano più nè legna nè carbone, uscì per comperarne.