— Sei cents, signora — disse, scotendo leggermente la testa, seguitando a cucire. Cuciva lentamente, ma senza smettere un istante. La sua consegna sembrava questa: cucire, cucire ancora, sempre cucire.

— Per tutto questo lavoro, pagano sei cents? — chiesi stupita. — Quanto tempo vi impiegate?

— Sì, tanto mi danno, — rispose. — Sei cents per la finitura, e ciascuno richiede due ore di lavoro. Ma il padrone non sa questo — soggiunse vivamente, lasciando trasparire il timore di avere delle noie. — Non sono svelta: ho i reumi alle mani. Le giovani sono molto più abili di me: impiegano metà del tempo, per finire ogni pezzo.

«L’imprenditore è un brav’uomo: mi lascia portare il lavoro a casa, ora che sono vecchia e il rumore delle macchine mi stordisce. Se non fosse così gentile, morrei di fame...

«Sì, quelle che lavorano all’officina hanno otto cents. Ma che volete? Non c’è abbastanza lavoro per le giovani, e non si ha bisogno delle vecchie!... Spesso ho solo un paio di calzoni da finire; a volte, come oggi, ne ho otto da finire prima di notte.

Le chiesi quante ore lavorasse, e mi disse che dipendeva dalla stagione.

— In estate, quando le ordinazioni affluiscono, lavoro dalle cinque del mattino fino alle nove di sera. Ma d’inverno fa troppo freddo, non riesco a sgranchirmi le mani. Allora bisogna lavorare di più, qualche volta fin dopo la mezzanotte.

«Sì, la stagione estiva è stata cattiva. I tempi sono duri. Il buon Dio deve essere in collera. È il primo lavoro che il padrone mi abbia dato in tutta la settimana. E non si può mangiare molto quando non c’è lavoro! Ma sono abituata. Ho cucito tutta la vita; nel mio vecchio paese, un tempo, poi qui, a San Francisco, da trent’anni...

«Quando si può guadagnare il denaro per l’alloggio, tutto va bene. Il proprietario è molto buono, ma pretende l’affitto alla scadenza. Vuole solo tre dollari per questa camera. Non è caro. Eppure, ci si affatica a mettere insieme tre dollari tutti i mesi!

S’interruppe, senza smettere di cucire, tentennando il capo.