— Dovete limitare molto le vostre spese, dato il guadagno.
Essa fece un cenno di approvazione.
— Quando ho pagato l’affitto, non c’è male. Naturalmente non posso comperare la carne, nè il latte per il caffè. Ma faccio sempre un pasto al giorno, e qualche volta due.
Aveva pronunziato le ultime parole con una punta di orgoglio, con un vago senso di vittoria. Ma mentre continuava a cucire in silenzio, vidi addensarsi ne’ suoi occhi buoni, una grande tristezza, e gli angoli della bocca abbassarsi. Il suo sguardo vagava lontano. Poi pulì vivamente i vetri appannati che non le permettevano di vedere bene.
— No, non è la fame che mi spezza il cuore, — spiegò. — Ci si abitua. Piango per mia figlia, uccisa dall’officina. È vero che lavorava molto, ma non posso capire come abbia potuto morire, perchè era robusta. Era giovane, aveva solo quarant’anni, e lavorava da trent’anni. Aveva cominciato presto, è vero, ma mio marito era morto, per lo scoppio di una caldaia. Che potevamo fare? Aveva solo dieci anni, ma era molto sviluppata, per la sua età. E la macchina da cucire l’ha uccisa; lei che lavorava più presto di tutte le altre. Ho pensato tanto a questo, e so tutto, perciò non posso più andare all’officina: la macchina da cucire mi fa male, mi pare che mi dica: l’ho uccisa io, l’ho uccisa io! Canta questo ritornello tutto il giorno. Allora penso a mia figlia e non posso assolutamente lavorare.
I suoi occhi stanchi si erano velati di nuovo, e dovette asciugarli prima di riprendere il lavoro.
Intesi il vescovo inciampare lungo la scala, ed aprii la porta. In quale stato era! Portava sulle spalle un mezzo sacco di carbone, e, sopra, della legna. Il suo viso era coperto di fuliggine, e il sudore, dovuto allo sforzo che egli faceva, gli sgocciolava dalla fronte. Lasciò cadere il carico in un angolo vicino alla stufa, e si asciugò la faccia con un fazzoletto di tela grossolana. Stentavo a credere ai miei occhi. Il Vescovo, nero come un carbonaio, aveva una camicia di cotone, a buon mercato, alla quale mancava perfino un bottone, e un abito simile a quello dei facchini. Era quanto di più incongruo vi potesse essere, nel suo insieme, quel vestito sdrucito in fondo, e trattenuto alla vita da una cintura di cuoio.
Se però il vescovo aveva caldo, le mani gonfie della povera vecchia, erano intirizzite dal freddo. Prima di lasciarla, il vescovo accese il fuoco, mentre io sbucciavo le patate e le mettevo a bollire. Dovevo imparare poi, col tempo, che c’erano molti casi simili al suo, e molti anche peggiori nascosti nelle orribili profondità delle case del quartiere. Rientrando, trovammo Ernesto in pensiero per la mia assenza. Passata la prima sorpresa dell’incontro, il vescovo si sdraiò in una poltrona, allungò le gambe coperte di tela azzurra, e mandò, certamente, un sospiro di sollievo. Eravamo, disse, i primi tra i suoi vecchi amici che rivedesse dopo la sua partenza: durante le ultime settimane, la solitudine gli era pesata enormemente. Ci raccontò molte cose, ma soprattutto espresse la gioia che provava nel compiere i precetti del suo Divino Maestro.
— Perchè ora veramente, — disse. — nutro le Sue pecorelle. Ed ho imparato una gran cosa: non si può curare l’anima finchè lo stomaco non è soddisfatto. Le pecorelle devono essere nutrite con pane e burro, patate e carne; solo in questo modo le loro menti sono pronte a ricevere un nutrimento elevato.
Mangiò volentieri il pranzo che avevo fatto cuocere. Non aveva mai avuto tanto appetito, alla nostra mensa. Parlammo dei giorni passati, ed egli ci dichiarò che in vita sua non era mai stato tanto bene come nella sua nuova condizione.