Questa doppia disfatta pose davanti ai suoi aderenti solo due vie: l’una che metteva capo al Partito Socialista, l’altra al Partito Repubblicano. Perciò noi raccogliemmo i frutti della propaganda, così detta socialista, di Hearst; giacchè la grande maggioranza dei suoi fedeli venne ad ingrossare le nostre file.

L’espropriazione dei fittavoli, che ebbe luogo in quel tempo, ci avrebbe procurato un altro serio rinforzo, senza la breve e futile vita del Partito delle Fattorie. Ernesto e i capi socialisti fecero sforzi disperati per conciliare i fittavoli; ma la distruzione dei giornali e delle case editrici socialiste costituiva un ostacolo formidabile, e la propaganda orale non era ancora sufficientemente organizzata. Avvenne dunque che politicanti del genere del signor Calvin, che non erano altro che fittavoli, da lungo tempo espropriati, sì impadronissero dei contadini, sciupandone la forza politica, in una campagna assolutamente vana.

— Poveri fittavoli! — esclamava Ernesto, con un riso sardonico. — I trusts li comandano, all’entrata e all’uscita.

Queste parole dipingevano bene quello stato di cose. I sette consorzî, agendo insieme, avevano fusi i loro enormi avanzi, e costituito un partito delle Fattorie. Le ferrovie, padrone delle tariffe e dei trasporti, i banchieri e gli speculatori di Borsa, padroni dei prezzi, avevano da tempo dissanguato i fittavoli costringendoli a indebitarsi fino al collo. Dall’altra parte, i banchieri, e gli stessi trusts, avevano prestato grosse somme ai campagnoli; perciò questi erano nella rete. Non rimaneva altro che gettarli a mare; e la Lega delle Fattorie vi si preparò.

La crisi del 1912 aveva già prodotto un terribile crollo di prezzi nel mercato dei prodotti agricoli, prezzi che furono ancora deliberatamente ridotti a prezzi di fallimento, mentre le ferrovie, con tariffe proibitive, spezzavano la spina dorsale al cammello del contadino. In questo modo, i fittavoli erano obbligati a contrarre prestiti e impossibilitati a pagare vecchi debiti. Allora fu decretata l’esclusione generale delle ipoteche e il ricupero obbligatorio degli effetti sottoscritti; in modo che i fittavoli furono costretti dalla necessità di cedere le loro terre al trust. Quindi furono ridotti a lavorare per conto del trust, come gerenti, sopraintendenti, capomastri e semplici operai, e tutti salariati. In una parola, diventarono schiavi, servi della gleba, avendo in cambio un salario bastante solo pel nutrimento.

Non potevano abbandonare i loro padroni che appartenevano tutti alla plutocrazia, nè andare a stabilirsi in città, dove essa regnava ugualmente. Se abbandonavano la terra, non avevano altra via se non quella dei girovaghi, ossia la libertà di morire di fame. E questo espediente fu loro impedito da leggi draconiane, votate contro il vagabondaggio e applicate rigorosamente.

Naturalmente, qua e là, ci furono fittavoli e interi paesi che sfuggirono all’espropriazione, per favore di circostanze eccezionali; ma furono casi sporadici che non avevano alcun valore, e che l’anno dopo, in un modo o nell’altro, subirono la sorte comune[79].

Si spiega così lo stato d’animo dei socialisti, nell’autunno del 1912. Tutti, tranne Ernesto, erano convinti che il sistema capitalistico fosse alla fine. L’intensità della crisi, e la moltitudine di gente senza impiego, la soppressione dei fittavoli e della classe media, la sconfitta decisiva inflitta su tutta la linea ai Sindacati, giustificavano le più ampie ipotesi circa la rovina imminente della plutocrazia e il loro atteggiamento rispetto ad essa. Ahimè! come ci ingannavamo sulla forza dei nostri nemici! Ovunque, i socialisti, dopo un’esposizione esatta dello stato delle cose, proclamavano la loro prossima vittoria alle urne. La plutocrazia accettò la sfida e, pesate e valutate le cose, ci inflisse la sconfitta, dividendo le nostre forze. Essa, mediante i suoi agenti segreti, fece dire ovunque che il socialismo era una dottrina sacrilega e atea: e, attirando nelle sue file le varie Chiese, specialmente la Chiesa Cattolica, ci privò di un buon numero di voti di lavoratori. Essa, sempre per mezzo dei suoi agenti segreti, incoraggiò il Partito delle Fattorie, e gli fece propaganda fin nelle città e negli ambienti della classe media soccombente.

Il movimento d’attrazione del socialismo si produsse però ugualmente, ma invece del trionfo che ci avrebbe assicurato buoni posti ufficiali, e la maggioranza in tutti i corpi legislativi, ottenemmo solo la minoranza. Cinquanta dei nostri candidati furono eletti al Congresso, ma quando presero possesso del loro seggio, nella primavera del 1913, si trovarono completamente esautorati. Erano un poco più fortunati dei contadini, i quali, pur avendo conquistato una dozzina di seggi, non poterono neppure esercitare le loro funzioni, perchè i titolari in carica rifiutarono loro di cedere il posto, e le Corti erano nelle mani dell’Oligarchia. Ma non bisogna anticipare gli avvenimenti, per non tralasciare i disordini dell’inverno del 1912.

La crisi nazionale aveva provocato un’enorme riduzione di consumi, giacchè i lavoratori, senza impiego, senza denaro, non facevano acquisti. Per conseguenza, la Plutocrazia era più che mai ingombra di un avanzo di mercanzia, era obbligata a smerciarlo all’estero, ed aveva bisogno di fondi per attuare i suoi disegni giganteschi. I suoi sforzi animosi per buttare questo avanzo sul mercato mondiale, la misero in competizione di interessi con la Germania. I conflitti economici degenerarono quasi sempre in conflitti armati: e anche questa volta s’avverò la regola. Il grande guerriero tedesco si tenne pronto, e gli Stati Uniti si prepararono dal canto loro.