Questa minaccia di guerra era sospesa come una nube temporalesca, e tutto era predisposto per una catastrofe mondiale; perchè tutto il mondo era teatro di crisi, di torbidi dei lavoratori, di rivalità d’interessi ovunque periva la classe media, ovunque sfilavano eserciti di scioperanti, ovunque rumoreggiava la rivoluzione sociale[80].
L’Oligarchia voleva la guerra con la Germania, per molte ragioni; perchè aveva molto da guadagnare negli avvenimenti varî che avrebbe suscitato una simile mischia, in quello scambio di carte internazionali e nella firma di nuovi trattati di alleanza. Inoltre, il periodo delle ostilità doveva apportare un consumo notevole del soprappiù nazionale, ridurre le fila degli scioperanti che minacciavano tutti i paesi, e dare all’Oligarchia il tempo di maturare i suoi disegni e attuarli. Un conflitto di quel genere l’avrebbe messa virtualmente in possesso di un mercato mondiale. Le avrebbe dato un esercito permanente che non avrebbe ormai più dovuto congedare. Infine, nella mente del popolo, il motto: «America contro Germania» avrebbe dovuto sostituire l’altro: «Socialismo contro Oligarchia».
E veramente, la guerra avrebbe dato tutti questi frutti, se non ci fossero stati i socialisti. Una adunanza segreta dei capi dell’Ovest fu convocata nelle nostre quattro camerette di Pell Street. In essa fu esaminato prima l’atteggiamento che il Partito doveva assumere. Non era la prima volta che veniva discussa la possibilità d’un conflitto armato[81]. Ma era la prima volta che si faceva agli Stati Uniti. Dopo la nostra riunione segreta, entrammo in contatto con l’organizzazione nazionale, e ben presto furono scambiati marconigrammi attraverso l’Atlantico, fra noi e l’Ufficio Internazionale.
I socialisti tedeschi erano disposti ad agire con noi. Erano più di cinque milioni, di cui molti appartenenti all’esercito regolare, e in buoni rapporti con i Sindacati. Nei due paesi, i socialisti lanciarono una fiera protesta contro la guerra e una minaccia di sciopero generale, e nello stesso tempo si prepararono a quest’ultima eventualità. Inoltre, i partiti rivoluzionarii di tutti i Paesi, proclamarono altamente il principio socialista che la pace internazionale doveva essere mantenuta a tutti i costi, anche contro le rivoluzioni locali e nazionali.
Lo sciopero generale fu l’unica grande vittoria di noi americani. Il 4 Dicembre, il nostro ambasciatore fu richiamato da Berlino. Quella stessa notte, la flotta tedesca attaccò Honolulu, affondò tre incrociatori americani e una cacciatorpediniera, e bombardò la capitale: il giorno dopo era dichiarata la guerra fra Germania e Stati Uniti, e in meno di un’ora i socialisti avevano proclamato lo sciopero generale nei due Paesi.
Per la prima volta, il dio tedesco della guerra, affrontò gli uomini della sua nazione, coloro che ne sostenevano l’impero e senza i quali egli stesso non avrebbe potuto sostenerlo. La novità di quello stato di cose stava nella passività della loro rivolta. Essi non combattevano; non facevano nulla, e la loro inerzia legava le mani al loro Kaiser. Cercava solo un pretesto per sguinzagliare i suoi cani di guerra e dare addosso al suo proletariato ribelle, ma il pretesto non venne mai. Non potè nè mobilitare l’esercito per la guerra contro lo straniero, nè scatenare la guerra civile per punire i suoi sudditi recalcitranti. Nessun ordigno funzionava nel suo impero: nessun treno viaggiava, nessun telegramma attraversava lo spazio, perchè i telegrafisti e i macchinisti avevano smesso il lavoro, come il resto della popolazione.
Lo stesso avvenne negli Stati Uniti: i lavoratori organizzati avevano finalmente imparato la lezione: sbaragliati sul terreno da essi scelto, i lavoratori lo abbandonarono e passarono sul terreno politico dei socialisti, perchè lo sciopero generale era uno sciopero politico. Ma gli operai erano stati tanto crudelmente maltrattati, che ormai non facevano più cerimonie, e si unirono, nello sciopero, per pura disperazione. Gettarono i loro utensili e abbandonarono il lavoro a migliaia. I meccanici specialmente si distinsero: le loro teste erano ancora insanguinate, la loro organizzazione apparentemente distrutta, eppure marciarono compatti con i loro alleati, i metallurgici.
Perfino i semplici manovali e tutti i lavoratori liberi interruppero le loro opere. Nello sciopero generale tutto era organizzato in modo che nessuno potesse lavorare. E le donne furono le più attive propagandiste del movimento. Esse fecero fronte alla guerra. Esse, non volevano lasciar andare al macello i loro uomini. Ben presto l’idea dello sciopero generale s’impadronì dell’anima popolare e vi risvegliò la vena umoristica: da quel momento sì propagò con rapidità contagiosa. I fanciulli di tutte le scuole scioperarono, e i professori andati a scuola per fare lezione trovarono le aule deserte. Lo sciopero nazionale prese l’aspetto d’un gran trattenimento nazionale. L’idea della solidarietà nel lavoro, messa in rilievo sotto quella forma, colpì l’immaginazione di tutti. Infine, non si correva nessun pericolo in quella colossale monelleria. Chi si poteva punire quando tutti erano colpevoli? Gli Stati Uniti erano paralizzati.
Nessuno sapeva ciò che accadeva all’estero: non viaggiavano più nè giornali, nè lettere, nè telegrammi. Ogni comunità era isolata dalle altre come se delle miglia deserte l’avessero separata dal resto del mondo. Praticamente, il mondo aveva cessato di esistere, e rimase in quello strano modo per tutta una settimana. A San Francisco ignoravano perfino ciò che accadeva dall’altro lato della baia, a Oakland o a Berkeley.
L’impressione prodotta sulle nature sensibili era fantastica, opprimente: sembrava che fosse morto qualcosa di grande, che una forza cosmica fosse scomparsa. Il polso del paese non batteva più, la Nazione giaceva inanimata. Non si sentiva più correre i tramvai, nè i camions per le vie: non si udiva nè il fischio delle sirene, nè il ronzio dell’elettricità nell’aria, nè il grido dei giornalai: niente, tranne il passo furtivo di persone isolate che di tanto in tanto scivolavano come fantasmi con un incedere come indeciso e irreale in quel grande silenzio.