Durante quella lunga settimana silenziosa, l’Oligarchia imparò la lezione e l’imparò molto bene. Lo sciopero era un avvertimento. E non avrebbe dovuto più ricominciare; l’Oligarchia lo avrebbe aiutato per questo. Alla fine degli otto giorni, com’era stabilito prima, i telegrafisti di Germania e degli Stati Uniti ripresero il loro posto. Per mezzo loro, i capi socialisti dei due Paesi presentarono il loro ultimatum ai dirigenti. La guerra doveva essere dichiarata nulla e come non avvenuta; altrimenti, lo sciopero sarebbe continuato. E ben presto si trovò un accomodamento. La dichiarazione di guerra fu revocata, e i popoli dei due paesi si rimisero al lavoro.

Questo ritorno allo stato di pace, determinò un patto di alleanza fra la Germania e gli Stati Uniti. In realtà, quest’ultimo trattato fu conchiuso fra l’Imperatore e l’Oligarchia, per poter far fronte al comune nemico: il proletariato rivoluzionario dei due Paesi. Quest’alleanza fu poi rotta proditoriamente, in seguito, dall’Oligarchia, quando i socialisti tedeschi si sollevarono e scacciarono il loro imperatore dal trono. Ora, precisamente, lo scopo che si era proposto l’Oligarchìa in tutto questo affare, era di distruggere la sua grande rivale sul mercato mondiale. Messo da parte l’Imperatore, la Germania non avrebbe più avuto merce esuberante da vendere all’estero, perchè, per la natura stessa d’uno Stato socialista, la popolazione tedesca avrebbe consumato tutto ciò che avrebbe prodotto. Naturalmente, avrebbe seguitato a scambiare con l’estero alcuni prodotti che questo paese non lavora o non produce, ma questo non avrebbe avuto alcun rapporto col soprappiù non consumato.

— Scommetto che l’Oligarchìa troverà una giustificazione, — disse Ernesto quando seppe del suo tradimento verso la Germania. — Come sempre, sarà persuasa di aver agito lealmente e bene.

Infatti, l’Oligarchia disse che aveva agito nell’interesse del popolo americano, scacciando dal mercato mondiale l’aborrita rivale, e permettendo così di disporre del nostro soprappiù nazionale.

— Il colmo dell’assurdità, — diceva Ernesto, a questo proposito, — è che siamo ridotti a tale impotenza, che quegl’idioti dispongono liberamente dei nostri interessi. Ci hanno messo nella condizione di vendere di più all’estero: il che significa che saremo obbligati a consumare meno, qui, in patria.

CAPITOLO XIV. IL PRINCIPIO DELLA FINE.

Fin dal mese di gennaio del 1913, Ernesto si rendeva perfettamente conto della piega che prendevano le cose; ma non gli fu possibile persuadere gli altri capi socialisti ch’era imminente l’avvento del Tallone di Ferro. Erano troppo fiduciosi, e gli eventi precipitavano troppo rapidamente in modo parossistico. Scoppiava, ormai, una crisi universale. Virtualmente padrona del mercato mondiale, l’Oligarchia americana escludeva da esso una ventina di nazioni sovraccariche di merci esuberanti, che non potevano nè consumare nè vendere; cosicchè a queste non rimaneva altra via di scampo se non una riorganizzazione radicale. Il metodo del monopolio della produzione diventava per loro impossibile, perchè veniva a distruggere irrimediabilmente il sistema capitalistico.

La riorganizzazione di questi paesi prese l’aspetto della rivoluzione. Fu un’epoca di confusione e di violenza. Istituzioni e governi pericolavano da ogni parte. Ovunque, tranne in due o tre paesi, gli ex padroni, i capitalisti, lottavano con accanimento per conservare i loro beni. Ma il potere fu loro tolto dal proletariato militante. Finalmente, s’avverava la profezia classica di Carlo Marx: «Suonerà l’ora della fine della proprietà privata capitalistica, e gli spogliatori saranno a loro volta spogliati». Infatti, appena i Governi capitalistici crollavano sorgevano al loro posto Governi di repubbliche cooperative.

«Perchè mai gli Stati Uniti rimangono indietro?». «Rivoluzionari americani, svegliatevi». «Che succede, dunque, in America?». Tali erano i messaggi che ci mandavano i compagni vittoriosi degli altri Paesi. Ma noi non potevamo seguire il movimento. L’Oligarchia ci sbarrava il cammino, con la sua potente mole.

«Aspettate, entreremo nella lotta in primavera,» rispondevamo: «allora, vedrete!».