— Dovrà spenderla in un modo o nell’altro, e sii sicura che ne troverà il modo. Saranno costruite strade magnifiche; la scienza e soprattutto l’Arte avranno uno sviluppo straordinario. Quando gli oligarchi avranno domato completamente il popolo, avranno tempo da perdere per altre cose. Diventeranno adoratori del bello, amanti delle arti: incoraggiati da essi e generosamente pagati, gli artisti si metteranno all’opera. Ne risulterà un’apoteosi del Genio: gli uomini di talento non saranno più obbligati, come finora, a seguire il cattivo gusto borghese delle classi medie. Sarà un’età d’oro per l’arte, lo predìco: sorgeranno città di sogno, in confronto alle quali le vecchie città sembreranno meschine e volgari. E in quelle meravigliose città, gli oligarchi risiederanno e adoreranno la Bellezza.[86]
«Così l’eccesso delle vendite sarà speso a mano a mano che il lavoro adempirà al suo compito.
La costruzione di quelle opere d’arte e di quelle grandi città provocherà un po’ di carestia per i milioni di lavoratori ordinarii, perchè l’immensità della spesa richiederà immensità di ricchezza. Gli oligarchi costruiranno per mille, per diecimila anni forse. Costruiranno come non sognarono mai gli egiziani, i babilonesi; e quando essi non saranno più, le loro città meravigliose rimarranno, e i Fratelli dei Lavoratori calpesteranno le vie e abiteranno i monumenti innalzati da quelli.[87]
«Queste opere gli oligarchi le faranno perchè non potranno fare altrimenti. In forma di grandi lavori, dovranno spendere la loro eccessiva ricchezza, come le classi dominanti dell’Egitto antico erigevano i templi, le piramidi con la ricchezza rubata al popolo. Sotto il regno degli oligarchi, fiorirà, non una casta sacerdotale, ma una casta di artisti, mentre le caste operaie prenderanno il posto della nostra borghesia mercantile. E, sotto, vi sarà l’abisso, dove, fra carestia e peste, marcirà e si riprodurrà costantemente il popolo ordinario, la maggioranza della popolazione. E un giorno, ma nessuno sa quando, il popolo finirà con l’uscire dall’abisso; le caste operaie e l’oligarchia andranno in rovina, e allora, finalmente, dopo un lavoro di secoli, verrà il tempo dell’uomo vero. Avevo sperato di vederlo, quel giorno, ma so, ora, che non lo vedrò.
Fece una pausa e mi guardò lungamente, poi soggiunse:
— L’evoluzione sociale è troppo lenta, non è vero, mia cara?
Lo circondai con le mie braccia; e la sua testa si posò sul mio cuore.
— Canta per addormentarmi, — mormorò come un bambino viziato: — vorrei dimenticare questa mia visione dell’avvenire.
CAPITOLO XV. ULTIMI GIORNI.
Verso la fine del gennaio del 1913, si manifestò pubblicamente il cambiamento di attitudine dell’oligarchia verso i Sindacati privilegiati. I giornali annunciarono un aumento di salario senza precedenti, e, nello stesso tempo, una riduzione delle ore di lavoro per gli impiegati delle ferrovie, i lavoratori del ferro e dell’acciaio, i meccanici e i macchinisti. Ma gli oligarchi non permisero che tutta la verità fosse subito divulgata. In realtà, i salarî, erano stati aumentati più che non apparisse, e i privilegi concessi erano maggiori di quanto non si sapesse. I segreti però finiscono sempre per trapelare. Gli operai privilegiati fecero delle confidenze alle mogli, le quali chiacchierarono, e in breve tutti i lavoratori seppero ciò che era accaduto. Era lo sviluppo logico e semplice di quello che al diciannovesimo secolo si chiamava «le parti dell’avanzo». Nella mischia industriale di quel tempo si era tentato pure la ripartizione degli utili fra gli operai; ossia, alcuni capitalisti avevano tentato di calmare i lavoratori facendoli partecipare ai lucri del loro lavoro. Ma la partecipazione ai lucri era, come sistema, cosa assurda e impossibile. Poteva riuscire solo in alcuni casi isolati, in seno al conflitto generale; perchè se tutto il lavoro e tutto il capitale si fossero divisi i guadagni, le cose sarebbero ritornate allo stesso punto di prima.