Il Tallone di Ferro dopo aver saldato in un sol blocco politico tutta l’America del Nord, dal Canale di Panama all’Oceano Pacifico, si trovò solidamente piantato nel nuovo mondo.

L’Inghilterra, sacrificando le sue grandi colonie, era riuscita a salvare l’India, ma anche questa era una vittoria momentanea; aveva semplicemente ritardato la sua guerra per l’India, col Giappone e il resto dell’Asia. Era destinata, fra poco, a perdere quella penisola, e quell’avvenimento a sua volta, sarebbe stato causa di una lotta fra l’Asia unificata e il resto del mondo.

Mentre la terra intera era dilaniata dai conflitti, negli Stati Uniti l’avvento della pace era sempre lontano. La defezione dei grandi Sindacati aveva impedito la rivolta dei nostri proletarî, ma la violenza regnava ovunque. Oltre i torbidi dei lavoratori, oltre il malcontento dei fittavoli e dei pochi superstiti della classe media, sorgeva e si diffondeva una rinascita religiosa. Un ramo della setta degli Avventisti del Settimo Giorno era sorto, e s’era subito sviluppato considerevolmente. I suoi fedeli proclamavano la fine del mondo.

— Non mancava altro, nella confusione universale, — esclamò Ernesto. — Come sperare che vi sia solidarietà, fra tante tendenze contrarie e divergenti?

E, realmente, il movimento religioso assumeva uno sviluppo allarmante. Il popolo, a causa della miseria e della profonda delusione per tutte le cose terrene, era preparato, pronto e infiammato per un cielo dove i suoi tiranni industriali sarebbero entrati più difficilmente che un cammello attraverso la cruna di un ago. Predicatori dagli occhi torvi vagabondavano di paese in paese, e, nonostante le proibizioni delle autorità civili e le persecuzioni contro i delinquenti, la fiamma di questo fanatismo religioso era mantenuta viva da innumerevoli riunioni segrete.

— Gli ultimi giorni sono venuti! — esclamavano; era cominciata la fine del mondo! I quattro venti erano scatenati: Iddio agitava i popoli per la guerra. Era un’opera di visioni e di miracoli, in cui i veggenti e i profeti erano legioni.

Le persone, a centinaia di migliaia, abbandonavano il lavoro e fuggivano verso le montagne ad aspettare l’imminente discesa di Dio e l’ascensione dei centoquarantaquattromila eletti. Ma Iddio non appariva, ed essi morivano, in gran parte di fame. Nella loro disperazione, invadevano le fattorie per trovarvi il cibo; il tumulto e l’anarchia, invadendo anche le campagne, non facevano che esasperare la disgrazia del povero fittavolo spodestato.

Ma poichè le fattorie e i granai erano proprietà del Tallone di Ferro, numerose truppe furono mandate nei campi, e i fanatici furono, con la punta delle baionette, ricondotti al lavoro, nelle città. Ma continuavano a sollevarsi. I loro capi furono giustiziati per sedizione, o rinchiusi in manicomî. I condannati andarono al supplizio con la gioia dei martiri. Il paese attraversava un periodo di contagio mentale. Perfino nei deserti, nelle foreste, nelle paludi, dalla Florida all’Alaska, piccoli groppi di indiani sopravvissuti erravano come fantasmi in attesa dell’avvento dell’atteso Messia.

In questo caos, continuava a inalzarsi, con serenità e sicurezza quasi prodigiose, la forma del mostro di tutte le età: l’Oligarchia, che pesando con la sua mano e col suo Tallone di Ferro su tutto quel groviglio di milioni di esseri, faceva uscire l’ordine dalla confusione, e poneva le sue fondamenta sullo stesso marciume.

— Aspettate che siamo a posto, — ripetevano i fittavoli. — Ce lo diceva il signor Calvin, nel nostro appartamento in Pell Street. — Osservate gli Stati che abbiamo a nostra disposizione: con l’appoggio di voi socialisti, faremo cantare loro un’altra canzone, appena cominceremo a esercitare le nostre funzioni.