— Abbiamo dalla nostra, — dicevano i socialisti, — milioni di malcontenti e di poveri. Alle nostre file si sono aggiunti i fittavoli, i fattori, la classe media e i giornalieri. Il sistema capitalistico cadrà in pezzi. Fra un mese manderemo cinquanta rappresentanti al Congresso. Fra due anni, tutti i posti ufficiali saranno nostri, da quello della Presidenza Nazionale all’impiego municipale di accalappiacani.
Al che Ernesto replicava, scotendo il capo:
— Quanti fucili avete? Sapete dove trovare il piombo in quantità? Quanto alla polvere, credetemi, le combinazioni chimiche sono migliori dei miscugli meccanici.
CAPITOLO XVI. LA FINE.
Quando giunse il momento, per Ernesto e per me, di recarci a Washington, il papà non volle accompagnarci: si era appassionato alla vita proletaria. Egli considerava il nostro misero rione come un vasto laboratorio sociologico, e sembrava travolto in una interminabile orgia di ricerche. Fraternizzava con gli operai, ed era ammesso con intimità in numerose famiglie; inoltre faceva dei lavori in pelle, essendo il lavoro manuale, per lui, una distrazione e, nello stesso tempo, oggetto di osservazioni scientifiche. Vi prendeva gusto e rincasava con le tasche piene di appunti, sempre pronto a raccontare qualche nuova avventura. Era il tipo perfetto dello scienziato.
Non era obbligato a lavorare, perchè Ernesto guadagnava, con le sue traduzioni, tanto da mantenere tutti e tre; ma papà si ostinava a voler conquistare il suo tipo d’ideale preferito che, a giudicare dalla varietà delle metamorfosi professionali, doveva essere Proteo.
Non dimenticherò mai la sera in cui ci portò il suo inventario di merciaio ambulante, venditore di lacci e bretelle, nè il giorno in cui entrai per comperare della roba nella drogheria d’angolo e fui servita da lui. Dopo ciò, seppi, senza troppa sorpresa, che era stato per tutta una settimana, garzone nel bar di fronte a noi. Fu, successivamente, guardia notturna, rivenditore ambulante di patate, incollatore di cartellini in un negozio d’imballaggio, facchino in una fabbrica di scatole di cartone, portatore d’acqua in una squadra impiegata nella costruzione di una linea tranviaria; e seppi pure che si era fatto accogliere nel Sindacato dei lavoratori di vasellame, poco tempo prima che questo fosse sciolto.
Credo che fosse affascinato dall’esempio del vescovo, o, perlomeno, dall’abito di lavoro di quello, perchè usava anch’egli un camiciotto di cotone di poco prezzo, e un vestito di tela con una stretta cintura sui fianchi. Della sua vita antica, conservò solo l’abitudine di cambiarsi l’abito pel pranzo, o, meglio, per la cena.
Io ero felice, in qualunque luogo, con Ernesto; e la felicità di mio padre, in quelle condizioni, aumentava la mia.
— Da piccolo, — diceva, — ero molto curioso. Volevo sapere tutti i perchè e i come. In questo modo, del resto, divenni uno scienziato. Oggi, la vita mi sembra degna di osservazione, come nella mia infanzia; e in fondo, è la nostra curiosità che la rende degna d’essere vissuta.