Nello stesso tempo, nella mente del popolo era impressa una lezione più immediata, col castigo inflitto alla milizia ribelle del Kansas. Questa rivolta importantissima avvenne proprio al principio delle operazioni militari contro i fittavoli. Seimila uomini della milizia si sollevarono: da parecchie settimane erano turbolenti e malcontenti, ed erano tenuti prigionieri per questo motivo. È fuori dubbio, però, che la prima rivolta fu precipitata da agenti provocatori.
Nella notte del 22 aprile, gli uomini di truppa si ammutinarono ed uccisero gli ufficiali, di cui solo pochi poterono sfuggire al massacro. Questo oltrepassava il programma del Tallone di Ferro, i cui agenti avevano lavorato sin troppo bene. Ma tutto era grano buono da macinare per la plutocrazia, ormai preparata all’esplosione: l’uccisione di tanti ufficiali avrebbe fornito una giustificazione per quanto sarebbe accaduto dopo.
Come in sogno, quarantamila uomini dell’esercito regolare circondarono l’accampamento, o, meglio, la trappola. Gl’infelici militi si accorsero che le cartucce prese al deposito non erano del calibro dei loro fucili, ed innalzarono la bandiera bianca per arrendersi, ma fu vano: nessuno di essi sopravvisse. I seimila furono sterminati.
Dapprima bombardati da lungi con scariche di obici e di shrapnels, furono poi falciati, a colpi di mitragliatrice, mentre si lanciavano disperatamente contro le linee che li attorniavano. Ho parlato con un testimonio oculare: egli mi ha detto che neppure un milite potè avvicinarsi a meno di cinquanta metri da quella macchina micidiale. Il suolo era cosparso di cadaveri. In una carica finale di cavalleria, i feriti furono massacrati a colpi di sciabola e di rivoltella e schiacciati sotto gli zoccoli dei cavalli.
Mentre avveniva la distruzione dei contadini, accadeva la rivolta dei minatori, ultimo rantolo d’agonia del lavoro organizzato. Dichiararono sciopero in centocinquantamila. Ma erano troppo sparsi in tanti paesi, per poter avere vantaggio della loro forza numerica. Furono isolati nei loro rispettivi distretti, battuti e obbligati a sottomettersi. Fu la prima operazione di reclutamento di schiavi, in massa. Pocock vi guadagnò i galloni di capociurma supremo, e nello stesso tempo un odio inestinguibile da parte del proletariato[89]. La sua vita fu soggetta a numerosi attentati; ma sembrava che possedesse un talismano contro la morte. I minatori devono a lui l’introduzione di un sistema di passaporto alla russa, che tolse loro la libertà di andare da una parte all’altra del Paese.
Pure, i socialisti resistevano. Mentre i contadini spiravano fra le fiamme e il sangue, mentre il sindacalismo era smantellato, noi rimanevamo compatti e perfezionavamo le nostre organizzazioni segrete. Inutilmente i fittavoli ci facevano rimostranze: noi rispondevamo, e con ragione, che qualunque rivolta da parte nostra sarebbe stata la fine di ogni rivoluzione, per sempre. Il Tallone di Ferro, dapprima titubante circa il modo di agire con l’insieme del proletariato, avrebbe trovato le cose più semplici e lisce che non si aspettasse, e non avrebbe desiderato altro, per finirla una buona volta, che una sollevazione da parte nostra. Ma noi sventammo questo, a dispetto degli agenti provocatori che brulicavano nelle nostre file, e usavano sistemi molto grossolani, in quei tempi, e avevano molto da imparare. Costoro furono dai nostri gruppi di combattimento soppiantati a poco a poco.
Fu un compito arduo e sanguinoso, ma lottavamo per la nostra vita e per la Rivoluzione, ed eravamo obbligati a combattere il nemico colle sue stesse armi. Però noi combattevamo con lealtà. Nessun agente del Tallone di Ferro fu giustiziato senza processo. Può darsi che si siano commessi errori, ma se vi furono, furono molto rari. I nostri Gruppi di Combattimento erano formati dai migliori nostri compagni, dai più arditi, dai più disposti al sacrificio di se stessi.
Un giorno, dopo dieci anni, Ernesto fece un calcolo: servendosi dei dati forniti dai capi di questi Gruppi, calcolò che la durata media della vita degli iscritti, uomini e donne, non oltrepassasse i cinque anni. Tutti i Compagni dei Gruppi di Combattimento erano degli eroi; e il più strano è che a tutti essi ripugnava attentare alla vita umana. Quegli amanti della libertà, facevano violenza alla loro natura, pensando che nessun sacrificio era troppo grande per una causa così nobile.[90]
Lo scopo che ci eravamo imposti era triplo. Volevamo, per primo, purgare le nostre file dagli agenti provocatori; in seguito, organizzare i Gruppi di Combattimento all’infuori dell’organizzazione segreta e generale della Rivoluzione; in ultimo, introdurre i nostri agenti scelti, in tutti i rami dell’Oligarchia, nelle caste operaie, specialmente fra i telegrafisti, segretari e commessi, nell’Esercito, fra le spie e i guardiaciurme. Era un’opera lenta e pericolosa, e spesso i nostri sforzi fallivamo.
Il Tallone di Ferro aveva trionfato nella guerra aperta: ma noi stavamo all’erta, nell’altra guerra, sotterranea, sconcertante e terribile che avevamo intrapresa. In questa lotta tutto era invisibile, quasi tutto imprevisto: come una lotta fra ciechi, ma fatta con molto ordine, secondo uno scopo e una direttiva. I nostri agenti s’insinuavano fra gli ingranaggi di tutta l’organizzazione del Tallone di Ferro mentre la nostra era permeata dagli agenti avversarî; secondo una tattica tortuosa ed oscura, piena di intrighi e cospirazioni, di mine e contromine. E dietro tutto questo, sempre minacciosa, stava la morte, la morte violenta e terribile. Uomini e donne sparivano, i nostri migliori, i nostri più cari compagni. Si vedevano oggi, domani erano svaniti, e non si rivedevano mai più, e sapevamo che erano morti.