Non c’erano più, in nessun luogo, nè sicurezza nè fiducia. L’uomo che complottava con noi poteva essere un agente del Tallone di Ferro. Ma era lo stesso dalle due parti; eppure eravamo costretti a lavorare con fiducia e certezza. Fummo spesso traditi; la natura umana è debole. Il Tallone di Ferro poteva dare denaro e divertimenti nelle sue meravigliose città di piacere e di riposo; noi non avevamo altre attrattive che la soddisfazione di essere fedeli a un nobile ideale; e questa lealtà non aspettava altra ricompensa che il continuo pericolo, la tortura e la morte.
La morte costituiva l’unico mezzo di cui disponevamo per punire quella debolezza umana; ed era una necessità per noi castigare i traditori. Quando accadeva che uno dei nostri ci tradisse, uno o più vendicatori fedeli erano lanciati alle sue calcagna. Poteva accadere di fallire nell’esecuzione dei nostri decreti contro i nostri nemici, come nel caso di Pocock, ma la punizione era infallibile quando si trattava di castigare i falsi fratelli. Alcuni compagni si lasciarono corrompere col nostro permesso, per avere accesso nelle città meravigliose, ed eseguirvi le nostre sentenze contro i veri venduti. Ma, in fondo, esercitavamo un tale timore, che era più pericoloso tradirci, che restarci fedeli.
La Rivoluzione assumeva un carattere profondamente religioso. Noi adoravamo il suo altare che era quello della Libertà. Il suo spirito divino ci rischiarava. Uomini e donne si consacravano alla Causa e ad essa votavano i loro nati, come un tempo al servizio di Dio. Eravamo gli adoratori dell’Umanità.
CAPITOLO XVII. LA LIVREA ROSSA.
Durante la devastazione degli Stati appartenenti ai Fittavoli, i rappresentanti di questo partito sparirono dal Congresso. Furono istruiti processi per alto tradimento e il posto di essi fu occupato da creature del Tallone di Ferro. I socialisti formavano la minoranza e sentivano avvicinarsi la fine.
Il Congresso e il Senato erano ormai soltanto vani fantocci. Le questioni pubbliche vi erano gravemente dibattute e votate secondo le forme tradizionali, ma servivano solo a convalidare con una procedura costituzionale, gli atti della Oligarchia.
Ernesto era nel fitto della mischia quando sopraggiunse la fine; avvenne durante la discussione di un disegno di legge per l’assistenza agli scioperanti. La crisi dell’anno precedente aveva abbassato numerose masse del proletariato a un livello inferiore a quello della carestia, e il propagarsi e il prolungarsi dei disordini ve le tenevano sempre più. Milioni di persone morivano di fame, mentre gli oligarchi e loro sostenitori si rimpinzavano a dismisura[91]. Chiamavamo quegli infelici, il popolo dell’abisso[92]: e per alleviare le loro sofferenze, i socialisti avevano presentato quel disegno di legge, che al Tallone di Ferro non piacque. Esso aveva il suo modo di vedere, per la sistemazione del lavoro di milioni di esseri, e siccome questo modo di vedere non era il nostro, così aveva dato ordini affinchè il nostro disegno fosse respinto.
Ernesto ed i suoi compagni sapevano che il loro sforzo sarebbe stato vano, ma, stanchi di essere tenuti nell’incertezza, desideravano una decisione qualunque. Non potendo ottener nulla, speravano almeno di porre termine a quella farsa legislativa in cui erano costretti a rappresentare una parte passiva. Ignoravamo quale aspetto avrebbe assunto la scena finale; ma non l’avremmo mai immaginata più drammatica di quale avvenne in realtà.
Quel giorno, mi trovavo nella tribuna riservata al pubblico. Sapevamo tutti che sarebbe accaduto qualche cosa di terribile. Un pericolo incombeva, e la sua presenza era là, visibile nell’atteggiamento delle truppe allineate nei corridoi e degli ufficiali raggruppati alle porte della sala. L’oligarchia stava evidentemente per isferrare un gran colpo.
Ernesto aveva preso la parola, e descriveva le sofferenze dei disoccupati, come se accarezzasse la folle speranza di intenerire quei cuori e quelle coscienze; ma i membri repubblicani e democratici sogghignavano e si burlavano di lui, interrompendolo con esclamazioni e rumori.