Anna Roylston era una creatura veramente seducente, cui bastava un cenno per sedurre un uomo. Aveva già infiammato i cuori di numerosi nostri giovani compagni e ne aveva attratti altri alla nostra organizzazione. Pertanto, rifiutava sempre di sposarsi. Amava teneramente i bimbi, ma pensava che un bambino suo l’avrebbe distratta dalla Causa, alla quale aveva dedicato la vita.

Fu un gioco semplicissimo per Anna Roylston la conquista del cuore di Timoteo Donnelly. Essa non provò nessun rimorso di coscienza, perchè proprio in quel tempo avvenne il massacro di Nashville, nel quale i Mercenarî, agli ordini di Donnelly, assassinarono ottocento tessitori di quella città. Ma essa non uccise Donnelly con le sue mani; lo consegnò prigioniero nelle mani dei Rossi di San Francisco. Questo avvenne l’anno scorso. Ora essa è stata ribattezzata: i Rivoluzionari la chiamano la «Vergine Rossa»[105].

Il Colonnello Ingram e il Colonnello Van Gilbert sono due personaggi fra i più noti, che finii col conoscere in seguito. Il Colonnello Ingram s’innalzò molto nell’Oligarchia, e diventò ambasciatore di Germania, e fu cordialmente detestato dal proletariato dei due paesi. Lo conobbi a Berlino, quando, spia internazionale, accreditata presso il Tallone di Ferro mi ricevette in casa sua e mi diede un prezioso aiuto. Posso dichiarare ora, che il mio doppio incarico mi permise di compiere alcune cose di grande importanza per la Rivoluzione.

Il colonnello Van Gilbert divenne celebre col nome di Van Gilbert il rabbioso. Sua opera principale fu la collaborazione al nuovo codice, dopo la Comune di Chicago. Ma già prima, come giudice criminale, si era attirato una condanna di morte, per la sua demoniaca cattiveria. Io fui una delle persone che lo giudicarono e condannarono: e Anna Roylston eseguì la sentenza.

Ancora uno spettro della mia vita anteriore: l’avvocato di Jackson, Giuseppe Hurd, era davvero l’ultimo uomo che mi aspettassi di rivedere, e fu uno strano incontro, il nostro. Due anni dopo la Comune di Chicago, una sera, a tarda ora, Ernesto ed io arrivammo insieme al rifugio di Benton Harbour nel Michigan, sulla riva del lago opposta a quella di Chicago, proprio quando stava terminando il processo di una spia. La sentenza di morte era stata pronunciata e si stava trascinando il condannato. Appena c’intravide, sfuggì dalle mani dei guardiani e si precipitò ai miei piedi, abbracciandomi le ginocchia come in una morsa, implorando pietà, come in delirio. Quando alzò verso di me il suo viso spaventato riconobbi Giuseppe Hurd. Ora, di tutte le scene terribili che ho visto, nessuna mi ha commosso tanto quanto lo spettacolo di quella creatura disperata, che implorava grazia. Attaccato disperatamente alla vita, si avvinghiava a me nonostante gli sforzi di molti compagni per distaccarlo. E quando alla fine lo trascinarono via, io caddi a terra svenuta. È meno terribile veder morire uomini forti, che sentire un vile implorare la vita.[106]

CAPITOLO XX. UN OLIGARCA PERDUTO.

I ricordi della mia vita passata mi hanno spinta troppo oltre nella storia della mia vita nuova. La liberazione in massa dei nostri amici prigionieri avvenne alquanto tardi, nel corso del 1915. Sebbene complicata, simile impresa avvenne senza incidenti, con un successo che fu per noi un onore e un incoraggiamento. Da una quantità di prigioni, di prigioni militari, di fortezze disseminate da Cuba alla California, liberammo, in una sola notte, cinquantuno dei nostri Congressisti su cinquantadue, e più di trecento agitatori. Non ci fu il benchè minimo incidente: non solo scapparono tutti, ma tutti raggiunsero i ricoveri loro preparati. Il solo dei nostri rappresentanti che non facemmo evadere fu Arthur Simpson, già morto a Cabanyas, dopo crudeli sofferenze.

I diciotto mesi che seguirono, segnano forse il tempo più felice della mia vita con Ernesto: durante quest’epoca, non ci siamo lasciati un istante, mentre, più tardi, rientrati nel mondo, abbiamo dovuto vivere spesso separati. L’impazienza con cui aspettavo quella sera l’arrivo di Ernesto era grande come quella che provo oggi davanti alla rivolta imminente. Ero stata così a lungo, senza vederlo, che impazzivo quasi all’idea che il minimo contrattempo nei nostri disegni potesse tenerlo ancora prigioniero nella sua isola. Le ore mi sembravano secoli. Ero sola. Biedenbach e tre giovanotti nascosti nel nostro ricovero si erano appostati dall’altro lato della montagna, armati e pronti a tutto. Credo infatti che quella notte, in tutto il paese, tutti i compagni fossero fuori dei loro rifugi.

Quando il cielo impallidì per l’avvicinarsi dell’aurora, intesi dall’alto il segnale convenuto e mi affrettai a rispondere. Nell’oscurità, per poco non abbracciai Biedenbach che scendeva per il primo, ma un istante dopo ero nelle braccia di Ernesto. Mi accorsi in quel momento, tanto la trasformazione era profonda, che dovevo fare uno sforzo di volontà per ridiventare l’Avis Everhard di un tempo, coi suoi modi, il suo sorriso, le sue frasi e le sue intonazioni di voce. Solo a forza di attenzione, riuscivo a conservare la mia antica identità. Non potevo permettermi di dimenticarmi un attimo, tanto imperativo era diventato l’automatismo della mia personalità acquisita.

Quando fummo rientrati nella nostra piccola capanna, la luce mi permise di esaminare il volto di Ernesto. Tranne il pallore, acquistato durante il soggiorno in carcere, non c’era — o mi pareva di non vedere — alcun cambiamento in lui. Era sempre lo stesso: il mio amante, il mio marito, il mio eroe. Solo una specie di ascetismo gli affinava un poco le linee del volto, conferendogli un’espressione di nobiltà che ingentiliva l’eccesso di vitalità tumultuosa che gl’improntava prima il viso. Forse era diventato un po’ più grave, ma una luce allegra gli luceva sempre negli occhi. Sebbene fosse dimagrito di una ventina di libbre, conservava forme perfette, avendo sempre esercitato i muscoli durante la prigionia, ed erano di ferro. In realtà era in condizioni migliori che alla sua entrata in carcere. Parecchie ore passarono prima che la sua testa si posasse sul guanciale e che si addormentasse sotto le mie carezze. Io non potei chiudere occhio. Ero troppo felice e non avevo diviso con lui le fatiche dell’evasione e della corsa a cavallo.