Mentre Ernesto dormiva, cambiai gli abiti, aggiustai in altro modo i miei capelli, ripresi la mia nuova personalità; quella automatica. Quando Biedenbach e gli altri compagni si svegliarono, mi aiutarono a ordire una piccola burla. Tutto era pronto ed eravamo nella piccola camera sotterranea che serviva da cucina e da sala da pranzo, quando Ernesto aprì l’uscio ed entrò. In quel momento, Biedenbach mi chiamò col nome di Maria, ed io mi rivolsi a lui per rispondergli. Guardai Ernesto con l’interesse curioso che una giovane compagna manifesterebbe vedendo per la prima volta un eroe tanto noto della Rivoluzione. Ma lo sguardo di Ernesto si fermò appena su me, e, fece il giro della camera, cercando impazientemente qualche altro. Gli fui allora presentata col nome di Maria Holmes.

Per completare la scena avevamo preparato un posto a tavola in più, e, sedendoci, lasciammo una sedia vuota. Avevo una gran voglia di gridare vedendo crescer l’ansia di Ernesto. E non potei trattenermi a lungo.

— Dov’è mia moglie? — chiese egli bruscamente.

— Dorme ancora, — risposi.

Era il momento critico, ma la mia voce gli era nuova, ed egli non riconobbe nulla di famigliare in essa. Il pasto continuò. Parlai molto, con esaltazione, come avrebbe potuto fare l’ammiratrice di un eroe, mostrando chiaro come il mio eroe fosse lui. La mia ammirazione entusiastica giunge presto al parossismo, e, prima che egli possa indovinare la mia intenzione ecco che gli getto le braccia al collo e lo bacio sulla bocca. Mi allontana, e lancia intorno uno sguardo incerto e seccato... I quattro uomini si misero a ridere; seguirono le spiegazioni. Ernesto rimase dapprima incredulo: mi esaminava attentamente, e sembrava quasi convinto, poi alzava la testa e non voleva più credere. Solo quando, ridiventata l’Avis Everhard di un tempo, gli mormorai all’orecchio i segreti noti esclusivamente a lei e a lui, finì coll’accettarmi come sua vera moglie.

Dopo, durante il giorno mi prese fra le braccia, manifestando un grande imbarazzo e attribuendosi sensazioni da poligamo.

— Sei la mia cara Avis, — disse —, ma sei pure un’altra. Essendo due donne in una, tu costituisci il mio Harem. Comunque, per il momento, siamo al sicuro. Ma se gli Stati Uniti diventassero, per noi, troppo caldi, avrei tutte le qualità per diventare cittadino turco.[107]

Conobbi allora la perfetta felicità, nel nostro rifugio. Dedicavamo lunghe ore a lavori serii, ma lavoravamo insieme. Eravamo l’uno dell’altra per un lungo periodo di tempo, e il tempo ci sembrava prezioso. Non ci sentivamo isolati, perchè i nostri compagni andavano e venivano, portando la eco sotterranea di un mondo di intrighi rivoluzionarii, o il racconto di lotte ingaggiate su tutto il fronte di battaglia. L’allegria non mancava, fra quelle oscure cospirazioni. Sopportavamo molto lavoro e molte sofferenze, ma i vuoti delle nostre file erano presto colmati, e procedevamo sempre, e fra i colpi, i contraccolpi della vita e della morte, trovavamo il tempo di ridere e di amare. C’erano, fra noi, artisti, scienziati, studenti, musicisti e poeti; in quel covile fioriva una coltura più nobile e più raffinata che nei palazzi e nelle città meravigliose degli oligarchi. D’altronde, molti dei nostri compagni s’erano professionalmente dedicati ad abbellire quei palazzi e quelle città di sogno.[108]

D’altra parte, non eravamo confinati nel nostro rifugio. Spesso, la notte, per esercitarci nel moto, percorrevamo a cavallo la montagna, adoperando cavalcature di Wickson. Se sapesse quanti rivoluzionarii hanno portato le sue bestie! Organizzavamo persino delle merende nei posti più solitarî che conoscevamo, dove rimanevamo dall’alba al tramonto, tutto il giorno. Ci servivamo pure della panna e del burro di Wickson; e Ernesto non si faceva alcuno scrupolo di ammazzarne le quaglie e i conigli, e, persino, se gli capitava, qualche giovane daino.[109]

Realmente, quello era un rifugio delizioso. Credo però di aver detto che fu scoperto una volta, e ciò m’induce a parlare della scomparsa del giovane Wickson. Ora che è morto posso dire liberamente la verità. C’era in fondo al nostro gran buco, un angolo invisibile dall’alto, dove il sole batteva durante parecchie ore. Avevamo trasportato colà un po’ di sabbia del fiume, in modo che c’era un caldo secco che rendeva piacevole, a chi volesse, l’arrostirsi al sole. In quel punto, un giorno, dopo pranzo, mi ero mezzo assopita, tenendo in mano un volume di Mendenhall.[110] Ero così comoda e sicura che neppure il lirismo infiammato del poeta riusciva a commuovermi. Fui richiamata alla realtà da una zolla di terra che cadde ai miei piedi: poi, sentii in alto il rumore di una sdrucciolata e, un istante dopo, vidi un giovanotto che, fatto un ultimo sdrucciolone lungo la parete brulla, atterrava davanti a me.