Era Filippo Wickson, che non conoscevo allora. Egli mi guardò tranquillamente, e fischiò dolcemente, per la sorpresa.

— Oh, bella! — esclamò, e, togliendosi il cappello quasi subito, disse; — Vi porgo le mie scuse; non credevo di trovare gente qui.

Ebbi meno sangue freddo di lui. Ero ancora inesperta circa la condotta da tenere nelle circostanze gravi. Dopo, quando diventai una spia internazionale, mi sarei mostrata meno confusa, ne sono certa. Allora mi alzai di botto e lanciai il grido di allarme.

— Che succede? — chiese egli, guardandomi con aria interrogativa. — Perchè gridate?

Era evidente che non aveva neppure sospettato la nostra presenza, scendendo colà. Me ne accorsi con vero sollievo.

— Perchè credete che abbia gridato? — replicai. Ero proprio inetta, in quel tempo.

— Non so nulla — rispose scuotendo il capo. — Se non che probabilmente avrete degli amici, là. In ogni modo bisogna spiegarmi questa faccenda. C’è qualcosa di losco. Siete su una proprietà privata; questo terreno è di mio padre e...

Ma in questo momento, Biedenbach, sempre corretto e dolce, gl’ingiunse alle spalle, a bassa voce:

— In alto le mani, giovanotto!

Il giovane Wickson alzò prima le mani, poi si voltò per vedere in faccia Biedenbach che puntava su di lui una pistola automatica 30-30. Wickson rimase tranquillissimo.