— Vi dirò io che cosa dobbiamo fare: teniamolo con noi, ed educhiamolo, — disse Ernesto.

— Se è così, chiedo il privilegio di illuminarlo in materia di giurisprudenza. — esclamò Biedenbach.

Tutti risero a questa proposta. Avremmo dunque tenuto prigioniero Filippo Wickson e gli avremmo insegnato la nostra morale e la nostra sociologia. Nel frattempo c’era altro da fare: bisognava fare sparire ogni traccia del giovane oligarca, incominciando da quelle che egli aveva lasciato sul pendìo friabile del buco. Il compito toccò a Biedenbach, il quale, sospeso a una corda, lavorò destramente tutto il resto della giornata, e fece sparire ogni segno. Cancellò pure tutte le impronte, incominciando dall’orlo del buco fino al canalone. Poi, al crepuscolo, giunse John Carlston, che chiese le scarpe del giovane Wickson.

Costui non voleva darle, e si mostrava disposto a lottare per difenderle. Ma Ernesto gli fece sentire il peso della sua mano di fabbro ferraio. In seguito, Carlston si lagnò delle numerose bolle e scorticature, dovute alla strettezza delle scarpe, ma con esse egli aveva fatto un lavoro ardito e importantissimo. Partendo dal punto in cui avevamo smesso di cancellare le tracce del giovanotto, Carlston, dopo aver calzato le scarpe in questione, si era diretto a sinistra, e aveva camminato per miglia e miglia, contornando monticelli, valicando cime, arrampicandosi lungo i canaloni, sino a far perdere le tracce nell’acqua corrente di un ruscello. Toltesi le scarpe, egli percorse il letto del ruscello lungo un certo tratto, poi rimise la calzatura propria. Una settimana dopo, il giovane Wickson ritornò in possesso delle sue scarpe.

Quella notte, la muta di caccia fu sguinzagliata e non si dormì affatto nel rifugio. Il giorno dopo, per molte volte i cani discesero lungo il canalone, abbaiando, ma si slanciavano a sinistra, seguendo la falsa traccia lasciata da Carlston, e i loro abbaiamenti si persero lontano, nelle gole della montagna. Intanto, i nostri uomini aspettavano nel rifugio, con le armi in pugno; avevano rivoltelle automatiche e fucili, nonchè una mezza dozzina di ordigni infernali fabbricati da Biedenbach. Quale sorpresa per i cercatori se si fossero avventurati nel nostro nascondiglio!

Ho rivelato ora la verità sulla scomparsa di Filippo Wickson, un tempo oligarca e poi fedele servitore della rivoluzione. Perchè finimmo col convertirlo. Egli aveva una mente fresca e plasmabile, e una natura dotata di sana moralità. Parecchi mesi dopo gli facemmo valicare il monte Sonoma su uno dei cavalli di suo padre, fino a Petaluma Creek, dove s’imbarcò su una piccola scialuppa da pesca. Lungo un viaggio felice, a tappe, mediante la nostra ferrovia occulta, lo mandammo sino al rifugio di Carmel.

Là dimorò per due mesi, scorsi i quali egli non voleva più abbandonarci, per due motivi: primo, che era innamorato di Anna Roylston; secondo, perchè era diventato dei nostri. Solo dopo essersi convinto dell’inutilità del suo amore, cedette ai nostri desiderî e acconsentì a ritornare a casa di suo padre. Quantunque abbia finto, fino alla morte, di essere oligarca, fu in realtà uno dei nostri agenti più preziosi. Molte e molte volte il Tallone di Ferro fu sorpreso per l’insuccesso dei suoi disegni e delle sue operazioni contro di noi.

Se avesse saputo il numero dei suoi stessi membri che lavoravano per noi, avrebbe spiegato anche i suoi insuccessi. Il giovane Wickson fu sempre fedele alla Causa.[111] La sua stessa morte è dovuta a questa fedeltà, al dovere. Durante la grande tempesta del 1927, contrasse la polmonite di cui morì, per assistere a una riunione dei nostri capi.

CAPITOLO XXI. LA BESTIA RUGGENTE DELL’ABISSO.

Durante la nostra prolungata permanenza nel rifugio, fummo pienamente informati di tutto quanto avveniva nel mondo esteriore, così che potemmo valutare con esattezza la forza dell’Oligarchìa contro la quale lottavamo. Dagli ondeggiamenti di quell’epoca transitoria, nascevano, in forma più chiara, le nuove istituzioni, con caratteri e attributi di stabilità. Gli oligarchi erano riusciti ad inventare una macchina governativa tanto estesa quanto complicata, ma che seguitava a funzionare, nonostante i nostri sforzi per intralciarla e distruggerla.