Questo fatto fu una sorpresa per molti rivoluzionarî che non avevano concepito una simile possibilità. Ciò nonostante, l’attività del paese continuava. Molti lavoravano nei campi e nelle miniere, ma erano, naturalmente, gli schiavi. Quanto alle industrie essenziali, prosperavano su tutta la linea. I membri delle grandi caste operaie erano soddisfatti e lavoravano volentieri. Per la prima volta in vita loro conoscevano la pace industriale. Non si preoccupavano più di riduzioni di orarî, di scioperi, di chiusura di officine, nè di timbri di sindacati; vivevano in case più comode, in graziose villette proprie, veramente deliziose in confronto alle soffitte abitate un tempo. Avevano un nutrimento migliore, meno ore di lavoro, maggiori vacanze, una scelta più varia di piaceri e svaghi intellettuali. Nè si preoccupavano dei loro fratelli e delle sorelle meno fortunate, dei lavoratori maltrattati dalla sorte, del popolo caduto nell’abisso. Si annunciava, per l’umanità, un’êra di egoismo. Ma dir questo non è completamente esatto, però; perchè le caste operaie formicolavano di agenti nostri, di uomini che vedevano, oltre i bisogni del ventre, le radiose visioni di Libertà e Fratellanza.

Un’altra grande istituzione che aveva preso forma e funzionava perfettamente era quella dei Mercenarî. Questo corpo di truppa che aveva origine dall’antico esercito regolare, contava effettivi aumentati a un milione di uomini, senza le forze coloniali. Abitavano in città loro destinate, amministrate da un governo virtualmente autonomo, e godevano numerosi privilegi. Questi Mercenarî consumavano gran parte della ricchezza risparmiata. Persero però ogni simpatia presso il resto della popolazione e svilupparono una loro coscienza e moralità particolari. Eppure, noi avevamo migliaia di agenti fra loro.[112]

L’Oligarchìa stessa si sviluppò in modo notevole, e, bisogna confessarlo, inaspettato. Come classe, si disciplinò; ognuno dei suoi membri ebbe un incarico stabilito, con l’obbligo di compierlo. Non ci furono più giovani ricchi e oziosi; la forza dei giovani serviva a consolidare quella dell’Oligarchìa. Servivano, sia come ufficiali superiori nell’esercito, sia come capitani o direttori nell’industria. Facevano carriera nelle scienze applicate, e molti di loro diventarono ingegneri rinomati. Entravano in numerose amministrazioni governative, assumevano impieghi nelle colonie, ed erano ricevuti a migliaia, nei diversi servizî segreti. Facevano un periodo di prova, se si può dir così, nell’insegnamento, nelle arti, nella Chiesa, nella scienza e nella letteratura; e in questi differenti rami avevano una funzione importante, modellando la mentalità nazionale in maniera d’assicurare la continuità dell’Oligarchìa.

Si insegnava loro, e più tardi essi insegnavano, a loro volta, che il loro modo di agire era il solo buono. Assimilavano le idee aristocratiche fin dal principio, quando, bambini, cominciavano a ricevere le impressioni del mondo esterno; e di queste idee erano intessute le loro fibre, sin nel profondo delle loro ossa e delle loro carni. Si consideravano come domatori di bestie feroci. Sotto di loro, però, ruggiva sempre il brontolìo sotterraneo della rivolta. E tra loro, furtivamente, si aggirava senza tregua la morte violenta: bombe, palle, coltelli, erano le zanne di quella bestia ruggente dall’abisso, che essi dovevano domare perchè sussistesse l’Umanità. Si credevano i salvatori del genere umano e si consideravano come lavoratori eroici che si sacrificavano per il suo bene.

Erano convinti che la loro classe fosse l’unico sostegno della civiltà, e persuasi che se avessero ceduto un solo istante, il mostro li avrebbe inghiottiti nel suo ventre cavernoso e viscido, con tutto ciò che vi è di bello, di buono, di piacevole e meraviglioso al mondo. Senza di loro, l’anarchia avrebbe regnato sovrana e l’umanità sarebbe ricaduta nella notte primordiale dond’era emersa con tanta fatica. L’orribile aspetto dell’anarchia era costantemente messo sotto gli occhi dei loro figli, fino a che, ossessionati da quel timore, fossero pronti a ossessionarne i loro discendenti. Tale era la bestia che bisognava calpestare, e la sua distruzione costituiva il dovere supremo dell’aristocratico. Insomma essi, con i loro sforzi e sacrifici incessanti, costituivano l’unico ostacolo fra la debole umanità e il mostro vorace; e questo credevano fermamente, con assoluta sicurezza.

Non insisterò mai troppo su questa convinzione di rettitudine morale, comune a tutta la classe degli Oligarchi. È stata la forza del Tallone di Ferro; e molti compagni hanno impiegato troppo tempo a capirlo. La maggior parte hanno attribuito la forza del Tallone di Ferro al suo sistema di castighi e di premî. È un errore. Il cielo e l’inferno possono entrare come fattori primi nello zelo religioso di un fanatico, ma per la maggioranza, sono accessori in rapporto all’idea di bene e di male. L’amore del bene, il desiderio del bene, il malcontento contro tutto ciò che non è interamente bene; in una parola, la buona condotta, ecco il fattore primo della religione. E si può dire altrettanto dell’Oligarchìa. Il carcere, l’esilio, la degradazione, da un lato, dall’altro gli onori, i palazzi, le città meravigliose, non sono che contingenze. La grande forza motrice della Oligarchìa è la convinzione di far bene. Non fermiamoci sulle eccezioni; non teniamo conto dell’oppressione e dell’ingiustizia tra le quali il Tallone di Ferro nacque. Tutto ciò è noto, ammesso, sottinteso. Il punto in questione è che la forza dell’Oligarchìa consiste, attualmente, nella sua concezione e soddisfazione della propria rettitudine.[113]

Ma, d’altra parte, anche la forza della rivoluzione durante questi ultimi e terribili anni, è consistita sopratutto nella coscienza di essere nel giusto. Non si possono spiegare altrimenti i nostri sacrifici, nè l’eroismo dei nostri martiri. Per questo solo motivo, l’animo di Mendenhall si è infiammato per la Causa, per questo solo ha scritto il suo meraviglioso «Canto del Cigno», nella notte che precedette il supplizio. Per questo solo, Hurbert è morto fra gli spasimi, rifiutando, fino all’ultimo, di tradire i compagni. Per lo stesso motivo, Anna Roylston ha rinunziato alla felicità della maternità, e John Carlston è rimasto, senza retribuzione, il guardiano fedele del rifugio di Glen-Ellen. Si interroghino tutti i compagni rivoluzionarî, uomini o donne, giovani o vecchi, eminenti o umili, intelligenti o semplici, e si troverà sempre che la forza che li muove di continuo e li spinge potentemente è la loro sete di rettitudine.

Ma ritorniamo alla nostra storia. Ernesto ed io, prima di abbandonare il nostro rifugio, avevamo perfettamente compreso l’enorme sviluppo della potenza del Tallone di Ferro. Le caste operaie, i Mercenarî innumerevoli, agenti e poliziotti di ogni genere, erano interamente asserviti all’Oligarchia; perchè, in fin dei conti, tranne l’inconveniente della perdita della libertà, vivevano meglio di prima. D’altra parte, la grande massa disperata del popolo, del popolo dell’Abisso, si abbandonava a un abbrutimento apatico e soddisfatto di tanta miseria. Dei proletarî di forza eccezionale, che si distinguevano dal gregge, gli Oligarchi si impadronivano, migliorando le loro condizioni e ammettendoli nelle caste operaie o fra i Mercenarî. Così spariva ogni malcontento, e il proletariato si trovava privato dei suoi capi naturali.

La condizione dei proletari sprofondati nell’Abisso era pietosa. La scuola comunale non esisteva più per loro; essi vivevano come bestie, in tuguri brulicanti e sordidi; marcivano nella miseria e nella degradazione. Erano state tolte loro tutte le antiche libertà. Era negata a questi schiavi del lavoro persino la scelta del lavoro. Si rifiutava loro persino il diritto di mutar residenza, o di possedere armi. Erano servi, non della terra, come i fittavoli, ma della macchina del lavoro. Quando si faceva sentire il bisogno del loro aiuto, per un’impresa straordinaria, come la costruzione di grandi strade, linee aeree, canali, gallerie, passaggi sotterranei e fortificazioni, venivano fatte leve in massa nei tugurî dei lavoratori, che, a diecine di migliaia, volenti o nolenti, erano trasportati sul lavoro. Un vero esercito di schiavi lavora attualmente per la costruzione di Ardis, e sono alloggiati in miserabili capanne, dove la vita di famiglia non è possibile, donde la decenza è bandita, a causa di una bestiale promiscuità. È proprio là, nel ghetto, la bestia ruggente dell’Abisso, tanto temuta dagli Oligarchi, che, pure, l’hanno cercata e l’alimentano, impedendo la scomparsa della scimmia e della tigre nell’uomo.

Ed anche ora corre voce di una nuova leva progettata per la costruzione di Asgard, la città meravigliosa, che dovrà superare tutti gli splendori di Ardis, quando sarà finita.[114] Noialtri rivoluzionarî cureremo la continuazione di quest’opera colossale, che però non sarà compiuta da miserabili schiavi. Le mura, le torri e le guglie di questa città di sogno, s’inalzeranno al ritmo delle canzoni, e la sua bellezza incomparabile sarà cementata, anzichè da gemiti e sospiri, dall’armonia e dalla gioia.