Ernesto era molto impaziente di ritrovarsi nel mondo e di riprendere la sua attività, perchè i tempi sembravano maturi per la nostra prima rivolta, quella che fallì tanto tristemente, nella Comune di Chicago. Ma io m’adoperavo a disciplinare il suo animo alla pazienza, e per tutto il tempo che durò il suo tormento, mentre Hadly, fatto venire appositamente dall’Illinois, lo trasformavano in un altro uomo,[115] egli concepiva i grandi progetti di organizzazione del proletariato istruito, e preparava i piani per mantenere almeno un principio di educazione nel popolo dell’Abisso, se, s’intende, si fosse avverata l’ipotesi di uno scacco della prima rivolta.

Solo nel gennaio del 1917 abbandonammo il nostro rifugio. Tutto era stato previsto. Immediatamente, assumemmo posizione come agenti provocatori nel gioco del Tallone di Ferro. Io ero creduta sorella di Ernesto. Quel posto ci era stato dato dagli Oligarchi o dai nostri compagni autorevoli nella loro cerchia intima. Noi eravamo in possesso di tutti i documenti necessarî; persino il nostro passato era in regola. Con l’aiuto della cerchia intima, ciò non era difficile come si potrebbe credere, perchè nel regno d’ombra in cui era tenuto sempre il servizio segreto, l’identità rimaneva più o meno nebulosa. Simili a fantasmi, gli agenti andavano e venivano, obbedivano a ordini, adempivano al loro dovere, seguivano tracce, facevano rapporti a ufficiali spesso sconosciuti, o cospiravano con altri agenti che non avevano mai visti e non avrebbero mai rivisti.

CAPITOLO XXII. LA COMUNE DI CHICAGO.

La nostra qualità di agenti provocatori non solo ci permetteva di viaggiare liberamente, ma ci metteva in contatto col proletariato, e con i nostri compagni rivoluzionarî. Tenevamo il piede contemporaneamente nei due campi, servendo con ostentazione il Tallone di Ferro, ma lavorando segretamente e con tutto l’ardore per la Causa. I nostri erano numerosi nei varî servizî segreti dell’Oligarchia, e, nonostante le selezioni e i rimaneggiamenti incessanti, non hanno mai potuto essere eliminati interamente.

Ernesto aveva contribuito in massima parte al piano della prima rivolta, fissata per i primi della primavera del 1918. Nell’autunno del 1917, eravamo tutt’altro che preparati, e la rivolta, scoppiando prematuramente, era destinata a fallire. Naturalmente, in un complotto così complicato, ogni fretta può essere fatale. Il Tallone di Ferro l’aveva previsto, e si era all’uopo preparato.

Avevamo stabilito di lanciare il primo attacco contro il sistema nervoso dell’Oligarchìa. Questa non aveva dimenticato la lezione ricevuta al tempo dello sciopero generale e si era premunita contro la defezione dei telegrafisti, impiantando un servizio postale radiotelegrafico protetto dai Mercenarî. Dal canto nostro avevamo preso tutti i provvedimenti per parare il contraccolpo. Al segnale convenuto, da tutti i rifugi dalle città, dagli agglomeramenti, e dai baraccamenti, sarebbero usciti i compagni devoti, che avrebbero fatto saltare le stazioni del telegrafo senza fili. In questo modo, fin dal primo urto, il Tallone di Ferro sarebbe messo a terra e virtualmente privato delle sue membra.

Nello stesso tempo, altri compagni avrebbero dovuto far saltare con la dinamite i ponti e le gallerie e rovinare le reti delle strade ferrate. Gruppi speciali erano designati per impadronirsi dello Stato Maggiore dei Mercenarî, e della polizia, come pure di alcuni oligarchi particolarmente abili o che esercitavano importanti funzioni esecutive. Così i capi del nemico sarebbero stati allontanati dal campo di battaglia. E questa non avrebbe tardato ad accendersi ovunque.

Molte cose si sarebbero dovute compiere simultaneamente appena la parola d’ordine fosse stata data. I patrioti del Canadà e del Messico, di cui il Tallone di Ferro non immaginava neppure la forza vera, si erano impegnati di assecondare la nostra tattica. Poi c’erano i compagni (le donne, perchè gli uomini sarebbero stati impiegati diversamente) incaricati di affiggere i proclami stampati nelle nostre tipografie clandestine. Coloro, fra noi, che avevano importanti impieghi nel Tallone di Ferro, avrebbero dovuto cercare con ogni mezzo di far cadere nel disordine e nell’anarchia tutti i loro ufficî. Avevamo migliaia di compagni fra i Mercenarî. Il loro compito consisteva nel far saltare i negozi e rovinare i meccanismi delicati di tutte le macchine da guerra. Operazioni analoghe avrebbero dovuto essere compiute nelle città dei Mercenarî e nelle case operaie.

In una parola, volevamo assestare un colpo improvviso, magistrale e stupendo. L’Oligarchìa sarebbe stata distrutta prima di potersi riavere dallo stupore. L’operazione avrebbe comportato ore terribili e il sacrificio di numerose vite, ma nessun rivoluzionario si lascia arrestare da simile considerazione. Ed anche molte cose, nel nostro piano, dipendevano dal popolo non organizzato, dall’Abisso che doveva essere sguinzagliato verso i palazzi e le città dei suoi padroni. Che cosa importavano mai la perdita delle vite e la distruzione delle proprietà? La bestia dell’Abisso avrebbe muggito, la polizia e i Mercenarî avrebbero ucciso. Ma la bestia dell’Abisso avrebbe ruggito per qualunque causa e gli sterminatori patentati avrebbero ucciso con ogni mezzo. Così, i varî pericoli che ci minacciavano si sarebbero neutralizzati reciprocamente. Durante quel tempo, avremmo compiuto il nostro dovere con una sicurezza relativa, ed avremmo preso la direzione di tutto il meccanismo sociale.

Tale era il nostro piano; ogni particolare, prima elaborato in segreto, era poi, a mano a mano che si avvicinava il tempo dell esecuzione, comunicato ad un numero sempre crescente di compagni. Questo allargamento progressivo del complotto era causa di pericolo: ma questo pericolo non fu nemmeno raggiunto. Mediante il suo sistema di spionaggio, il Tallone di Ferro ebbe sentore della rivolta stabilita, e si preparò ad infliggerci una nuova e sanguinosa lezione. Chicago fu il posto scelto per la dimostrazione, che fu esemplare.