— Non è affatto la stessa cosa. E credetemi, noi non fomentiamo l’odio. Noi diciamo che la lotta delle classi è una legge dello sviluppo sociale. Non ne siamo responsabili. Non siamo noi a farla. Ci limitiamo a spiegarla, come Newton spiegava la gravitazione. Noi esaminiamo la natura del conflitto d’interessi, che produce la lotta di classe.

— Ma non dovrebbe esserci conflitto di interessi! — esclamai.

— Sono del vostro preciso parere, — rispose. — E noi socialisti tendiamo all’abolizione di questo conflitto di interessi. Scusate, lasciatemi leggere un altro punto. — Prese il libro e ne voltò alcuni fogli. — Pagina 126: «Il ciclo della lotta di classe, cominciato con la dissoluzione del comunismo primitivo della tribù e la nascita della proprietà individuale, finirà con l’abolire la proprietà individuale dei mezzi dell’esistenza sociale».

— Ma non sono d’accordo con voi, — interruppe il vescovo, dal pallido volto d’asceta, leggermente arrossato dall’intensità dei suoi sentimenti. — Le vostre premesse sono false. Non esiste conflitto d’interessi fra il lavoro e il capitale, o almeno, non dovrebbe esistere.

— Vi ringrazio, — disse gravemente Ernesto — di avermi restituito le mie premesse, con la vostra ultima proposizione.

— Ma perchè ci sarebbe conflitto? — domandò il vescovo, con calore.

Ernesto alzò le spalle:

— Perchè siamo fatti così, suppongo.

— Ma non siamo fatti così!

— Parlate forse dell’uomo ideale, divino, privo di egoismo? — chiese Ernesto, — ma ce n’è tanto pochi, che si ha il diritto di considerarli inesistenti, oppure parlate dell’uomo comune, ordinario?