— Consideriamo un uomo che «lavora sui tranvai».
— Egli non potrebbe lavorare se non ci fosse il capitale, — interruppe il vescovo.
— È vero, e voi sarete con me nell’ammettere che il capitale perirebbe se la mano d’opera non facesse guadagnare i dividendi.
Il vescovo non rispose.
— Non siete del mio parere? — insistette Ernesto.
Il prelato acconsentì col capo.
— Allora le nostre due proposizioni si annullano reciprocamente, e ci ritroviamo al punto di partenza. Ricominciamo: I lavoratori dei tranvai forniscono la mano d’opera, e gli azionisti il capitale. Da quest’unione del lavoro col capitale nasce il guadagno[18]. I due fattori si dividono questo guadagno: la parte che tocca al capitalista si chiama dividendo, la parte che tocca al lavoro si chiama salario.
— Benissimo, — interruppe il vescovo. — Ma non c’è motivo perchè questa divisione non avvenga amichevolmente.
— Avete già dimenticato le premesse, — replicò Ernesto. — Eravamo già d’accordo nell’ammettere che l’uomo ordinario è egoista; l’uomo ordinario così com’è. Voi svisate la questione se volete fare una distinzione fra quest’uomo e gli uomini come dovrebbero essere, ma come non sono in realtà. Ritorniamo al soggetto: il lavoratore, essendo egoista, vuole avere quanto più può nella divisione; il capitalista, essendo egoista, vuole, del pari, avere tutto ciò che può prendere. Quando una cosa esiste in quantità limitata, e due uomini vogliono averne ciascuno il massimo, nasce un conflitto d’interessi. È il conflitto che esiste fra capitale e lavoro, ed è una lotta senza possibilità di conciliazione. Finchè esisteranno operai e capitalisti, litigheranno per la divisione del guadagno. Se foste stato a S. Francisco, questo pomeriggio, sareste stato obbligato ad andare a piedi: neppure un tranvai girava per le vie.
— Un altro sciopero?[19] — chiese il vescovo, preoccupato.