Di tutti coloro che avevo avvicinato nel corso della mia inchiesta, questi erano i più immorali e i più incurabili. E rimanevano convintissimi della giustizia della loro condotta; non c’era nè dubbio nè discussione possibile su questo soggetto. Si credevano i salvatori della società, convinti di formare la felicità della massa; rappresentavano un quadro patetico delle sofferenze che la classe operaia avrebbe subito senza gli impieghi che essi stessi, essi soli, potevano loro procurare.

Uscita dalla casa dei due padroni, incontrai Ernesto e gli raccontai quanto avevo esperimentato. Mi guardò con un’aria soddisfatta.

— Benissimo, — disse. — Cominciate a scoprire la verità da voi stessa. Le vostre conclusioni, dedotte dal generalizzare le vostre esperienze, sono esatte. Nel meccanismo industriale nessuno è libero delle proprie azioni, eccettuato il grosso capitalista, e ancora non lo è completamente se si può adoperare questo giro di frase irlandese[33]. I padroni, lo vedete, sono perfettamente sicuri di avere ragione agendo come fanno. Questa è l’assurdità che corona tutto l’edificio. Sono così legati dalla loro natura umana, che non possono fare una cosa senza crederla buona. Abbisognano di una sanzione per le loro azioni. Quando vogliono intraprendere qualsiasi cosa, di affari, s’intende, devono aspettare che nasca nel loro cervello una specie di concezione religiosa, filosofica o morale della bontà di questa cosa. Allora la realizzano senza accorgersi che il desiderio è padre del pensiero avuto. E così finiscono per sanzionare qualsiasi progetto. Sono casisti superficiali, gesuiti sono. Si sentono perfino giustificati di fare il male purchè ne risulti un bene. Uno dei più ridicoli dei loro assiomi, è che si proclamano superiori al resto dell’umanità, per saggezza ed efficacia. Partendo da questo punto di vista, si arrogano il diritto di ripartire pane e companatico a tutto il genere umano. Hanno perfino risuscitata la teoria del diritto divino dei re, dei re del commercio in modo speciale[34].

«Il punto debole della loro posizione consiste nel fatto che sono semplicemente uomini d’affari. Essi non sono filosofi, non sono dei biologi nè sociologi: se lo fossero, tutto procederebbe meglio, naturalmente. Un uomo d’affari che fosse, nello stesso tempo, versato in queste due scienze, sarebbe approssimativamente ciò che occorre all’umanità. Ma anche tolte dal loro dominio commerciale, queste genti sono stupide. Conoscono solo gli affari. Non comprendono nè il genere umano, nè il mondo, e non pertanto si erigono arbitri della sorte di milioni di affamati e di tutta la massa umana. La storia, un giorno, farà a loro spese una risata omerica.

Preparata com’ero ad affrontare la signora Wickson e la signora Pertonwaithe, la conversazione che ebbi con esse non mi riserbò alcuna sorpresa. Erano signore della migliore società[35].

Abitavano in sontuosi palazzi e avevano parecchie altre residenze, un po’ dappertutto: in campagna, in montagna, sulle rive dei laghi e del mare. Una vera folla di servitori si affaccendava attorno a loro, e la loro attività sociale era straordinaria. Patrocinavano le università e le Chiese, e i pastori, particolarmente, erano pronti a piegare le ginocchia davanti ad esse.[36] Quelle due donne erano due vere potenze, con tutto quel danaro a loro disposizione. Esse possedevano a un grado considerevole il potere di sovvenzionare il pensiero, come dovetti capire ben presto, grazie agli insegnamenti di Ernesto.

Imitavano i loro mariti, e parlavano con gli stessi termini generali della politica da seguire, dei doveri e delle responsabilità che incombono ai ricchi. Si lasciavano governare dalla stessa etica dei loro mariti, dalla morale di classe, e ripetevano certe frasi sensazionali che non capivano neppure.

Inoltre, si irritarono quando dipinsi loro la deplorevole condizione della famiglia di Jackson; e siccome mi stupii perchè non avevano fissato un fondo di riserva in suo favore, esse dichiararono che non avevano bisogno che si insegnasse loro i doveri sociali; quando chiesi, poi, apertamente di soccorrerlo, rifiutarono non meno apertamente. Il più strano si è che espressero il loro rifiuto con parole quasi uguali, benchè fossi andata da loro separatamente, e l’una ignorasse che ero andata dall’altra. La loro comune risposta fu, che esse erano felici di avere l’occasione di dimostrare, una volta per sempre, che non avrebbero mai concesso delle sovvenzioni alla negligenza e che non volevano, pagando le disgrazie, spingere i poveri a ferirsi volontariamente[37].

Ed erano sincere quelle signore. Il doppio convincimento della loro superiorità di classe e della loro autorità personale, le inebriava. Trovavano nella loro morale di casta una sanzione per tutte le azioni che compivano.

Ritornata in carrozza alla porta dello splendido palazzo della signora Pertonwaithe, mi voltai per contemplarlo, e ricordai la frase di Ernesto: che anche quelle donne erano avvinte alla macchina, ma in modo tale che sedevano proprio in cima.