CAPITOLO V. GLI AMICI DELLO STUDIO.
Ernesto veniva spesso a casa mia, attiratovi non solo dal babbo, e dai pranzi con dispute. Sin d’allora, mi lusingavo di entrarci un poco anch’io in quella attrattiva, e non tardai molto ad esserne sicura.
Perchè non ci fu mai al mondo un innamorato come Ernesto Everhard. Di giorno in giorno, il suo sguardo e la sua stretta di mano si fecero più sicuri, se è possibile, e la interrogazione che avevo visto spuntare nei suoi occhi diventò sempre più imperativa.
La mia prima impressione era stata sfavorevole, ma poi mi ero sentita attirata. Era seguìto poi un moto di repulsione il giorno in cui aveva insultato la mia classe e me stessa, con sì poco riguardo, ma ben presto mi ero resa conto che egli non aveva per niente calunniato il mondo in cui vivevo, che tutto quanto aveva detto di duro e di amaro era vero; e più che mai mi avvicinai a lui. Diventava il mio oracolo. Secondo me, egli strappava la maschera alla società, e mi lasciava intravedere certe verità tanto incontestabili quanto spiacevoli.
No, non ci fu mai innamorato simile. Una signorina non può vivere sino a ventiquattro anni in una Città Universitaria, senza che le si faccia la corte. Ero stata corteggiata da imberbi studenti del secondo anno, e da professori canuti, senza contare gli atleti della boxe e i giganti del foot-ball. Ma nessuno aveva condotto l’assalto come Ernesto. Mi aveva stretta fra le sue braccia prima che me ne accorgessi, e le sue labbra si erano posate sulle mie prima che avessi avuto il tempo di protestare o di resistergli. Davanti alla sincerità del suo ardore, la dignità convenzionale, e la riservatezza verginale parevano ridicole. Perdevo terreno davanti al suo attacco superbo e irresistibile. Non mi fece nessuna dichiarazione nè impegno formale: mi prese fra le braccia, e considerò come certo il fatto che sarei stata sua moglie. Non ci fu nessuna contestazione in proposito: una sola discussione sorse più tardi, circa la data del matrimonio.
Era inaudito, inverosimile, pertanto; le cose procedevano come il suo spirito di verità; ed io gli confidai la mia vita, e non ebbi a pentirmene. Però, durante i primi giorni del nostro amore, m’impensieriva un po’ l’impetuosità della sua galanteria. Ma erano timori infondati; nessuna donna ebbe la fortuna di avere un uomo più dolce e più tenero. Dolcezza e violenza si confondevano stranamente nella sua passione, con sicurezza e goffaggine nel suo modo di fare. Da quella leggera goffaggine nell’atteggiamento non si liberò mai, ed era grazioso! Egli si comportava nel nostro salotto come un toro che facesse una passeggiata prudente in una bottega di porcellane[38].
Se avevo, talvolta, un ultimo dubbio sulla profondità reale dei miei sentimenti a suo riguardo, era per una titubanza sub-cosciente, che svanì precisamente in quel tempo.
Al Circolo degli «Amici dello Studio», in una notte di battaglia magnifica in cui Ernesto affrontò i padroni del giorno, nel loro rifugio, ebbi la rivelazione del mio amore in tutta la sua pienezza. Il Circolo degli «Amici dello Studio» era il migliore che esistesse sulla costa del Pacifico. Era una fondazione di Miss Brentwood, vecchia zitella, favolosamente ricca, per la quale il circolo faceva le veci del marito, della famiglia e dei divertimenti. I suoi soci erano i più ricchi della società, e le menti più capaci fra i ricchi, compreso, naturalmente, un numero esiguo di uomini di scienza, per dare all’insieme un’apparenza intellettuale.
Il Circolo degli «Amici dello Studio» non possedeva un locale apposito: era un circolo speciale, i cui membri si riunivano una volta al mese, in casa di uno di loro, per sentire una conferenza. Gli oratori erano di solito pagati, ma non sempre. Quando un chimico di New-York aveva fatto una scoperta sul radium, per esempio, gli rimborsavano tutte le spese di un viaggio attraverso il continente americano, e gli davano inoltre una forte somma per indennizzarlo del tempo perduto, e così facevano coll’esploratore che ritornava dalle regioni artiche, e con i nuovi astri della letteratura e dell’arte.
Nessun estraneo era ammesso a quelle riunioni, e «Gli Amici dello Studio» si erano proposti di non lasciar trasparire nulla delle loro discussioni, nella stampa, in modo che perfino gli uomini di Stato, se fossero intervenuti, e ce n’erano stati, e dei più grandi, avrebbero potuto esporre liberamente il loro pensiero.