Ho aperta, qui davanti, la lettera un po’ sciupata che Ernesto mi scrisse vent’anni or sono, dalla quale trascrivo il brano seguente:
«Siccome vostro padre è membro del Circolo «Gli Amici dello Studio», e voi pure potete entrarvi, venite all’adunanza di martedì sera. Vi assicuro che passerete uno dei momenti migliori della vostra vita. Nei vostri recenti incontri coi padroni del giorno, non siete riuscita a smuoverli; io li scuoterò per voi. Li farò ringhiare come lupi. Voi vi siete accontentata di toccare la loro moralità, ma finchè la loro onestà è contestata, essi rimangono alteri e superbi, e assumono delle arie di superiorità e di soddisfazione. Io li minaccerò nella borsa, e ne rimarranno scossi sin nelle radici più profonde della loro natura primitiva. Se verrete, vedrete l’uomo delle caverne, in abito di società, difendere coi denti, con tutte le forze, il suo osso. Vi assicuro un vero pandemonio, e la vista edificante della natura della bestia.
«Mi hanno invitato per demolirmi. L’idea è stata della signorina Brentwood, ma ha commesso la dabbenaggine di lasciarmelo capire, invitandomi. La loro gioia massima è di domare qualche riformatore dall’animo dolce e fidente. La vecchia zitella crede che io assocî all’innocenza d’un gattino, la bontà e la stupidità di un animale colle corna. E devo confessare che ho fatto del mio meglio per convincerla sempre più. Dopo avere prudentemente tastato terreno, ha finito per indovinare il mio carattere docile. Avrò un buon compenso: duecentocinquanta dollari, quanto cioè avrebbero dato a un radicale che avesse posto la sua candidatura al seggio di Governatore. Inoltre, l’abito di società è di rigore: in vita mia non mi sono mai camuffato così, e bisognerà che ne prenda uno a nolo. Ma farò ancora di più per essere sicuro di entrare fra «Gli Amici dello Studio»».
Fu scelta, fra i luoghi possibili per quella riunione, la casa della famiglia Personwaithe. Avevano portato un supplemento di seggiole nella grande sala, e c’erano, di sicuro, duecento «Amici» per sentire Ernesto. Erano i veri principi della buona società. Mi divertii a calcolare mentalmente il totale delle ricchezze che rappresentavano: un centinaio di milioni. E i proprietari non erano di quei ricchi che vivono nell’ozio, ma uomini d’affari che avevano parte importantissima ed attiva nella vita industriale e politica.
Stavamo tutti seduti, quando la signorina Brentwood introdusse Ernesto. Essi andarono subito all’estremità della sala dove egli doveva parlare. Era in abito da sera, ed aveva un portamento meraviglioso, con le sue larghe spalle e la testa regale, e, sempre, quell’inimitabile sfumatura di goffaggine nei suoi movimenti.
Credo che l’avrei amato anche solo per quello. Al solo guardarlo, provavo una grande gioia. Mi sembrava di sentire il battito del suo polso nello stringermi la mano, il contatto delle sue labbra sulle mie. Ed ero così orgogliosa di lui, che ebbi il desiderio di alzarmi e gridare a tutta l’assemblea: «È mio, mi ha stretta fra le sue braccia, e occupo quella mente agitata da sì alti pensieri.»
La signorina Brentwood, giunta in fondo alla sala, lo presentò al colonnello Van Gilbert, al quale, sapevo ch’era assegnata la presidenza della riunione. Il colonnello era un grande avvocato di società anonime; inoltre, era immensamente ricco. Il più piccolo onorario che si degnasse di accettare, era di centomila dollari. Era un Maestro in materia giuridica. La legge era come un burattino di cui egli teneva tutti i fili; e la plasmava come argilla; la torceva e la deformava con un giuoco di pazienza cinese, a seconda dei proprii disegni. I suoi modi e il suo eloquio erano un po’ di vecchio stile, ma la immaginazione, le cognizioni, le risorse, erano a livello degli statuti più recenti. La sua celebrità datava dal giorno in cui aveva fatto annullare il testamento di Skardwell[39]. Solo per questo aveva avuto cinquecentomila dollari, e da quel tempo la sua ascesa era stata rapida come quella di un razzo. Lo si considerava spesso come il primo avvocato del paese, avvocato di società anonime, ben inteso: e tale che non c’era chi non lo considerasse come uno dei tre più grandi avvocati degli Stati Uniti.
Egli si alzò e cominciò col presentare Ernesto, con frasi scelte, che lasciavano intravedere una leggera ironia sottintesa. Certamente vi era una sottile facezia nella presentazione che il colonnello Gilbert faceva di quel riformatore sociale, membro della classe operaia. Scorsi parecchi sorrisetti nell’uditorio, e ne fui urtata. Guardai Ernesto e sentii crescere la mia irritazione. Sembrava che non sentisse risentimento alcuno per quelle punture, anzi, peggio, pareva non accorgersene neppure. Stava seduto, tranquillo, calmo, mezzo assonnato. Aveva veramente un’aria stupida. Un’idea rapida mi attraversò la mente: si lasciava forse intimidire da quello sfoggio imponente di prestigio monetario e cerebrale? Poi sorrisi. Non mi avrebbe ingannata, no: ingannava gli altri, come aveva ingannato la signorina Brentwood.
Costei era seduta in una poltrona, in prima fila, e più volte aveva voltato la testa verso l’una o l’altra delle sue conoscenze per confermare, con un sorriso, le allusioni dell’oratore.
Quando il colonnello ebbe finito, Ernesto si alzò e cominciò a parlare. Cominciò a voce bassa, con frasi semplici e staccate, intramezzate da lunghe pause, con evidente imbarazzo. Narrò della sua nascita nella classe operaia, della sua infanzia trascorsa in un ambiente misero, dove lo spirito e la carne erano ugualmente affamati e tormentati. Descrisse le ambizioni e l’ideale della sua giovinezza, e la sua concezione del paradiso, dove vivevano solo gli uomini delle classi superiori.