— Sapevo, — disse, — che al disopra di me regnava uno spirito di altruismo, un pensiero puro e nobile, una vita altamente intellettuale. Sapevo tutto ciò perchè avevo letto i romanzi della Biblioteca dei bagni di mare[40], in cui tutti gli uomini e tutte le donne, eccettuati il traditore e la avventuriera, pensano cose nobili e parlano un bel linguaggio, e compiono atti gloriosi. Colla stessa fede che mi faceva credere al sorgere del sole, ero certo che sopra di me stava quanto di bello, di nobile e di generoso è al mondo. Ciò che conferiva onore e decenza alla vita, ciò che la rendeva degna di essere vissuta, ciò che compensava gli uomini di tanto lavoro e di tanta miseria.

Parlava in seguito, della sua vita alla filanda, del suo noviziato come maniscalco e del suo incontro, infine, coi socialisti. Aveva scoperto, nelle loro file, delle vere intelligenze e menti superiori, e numerosi ministri del Vangelo, destituiti perchè il loro cristianesimo era troppo generoso in una società di adoratori del vitello d’oro; vi aveva trovato professori fiaccati dalla crudele servitù universitaria alle classi dominanti. Definì i socialisti come rivoluzionari che lottano per rovesciare la società nazionale odierna, per costruire sulle sue rovine la società nazionale dell’avvenire. E disse tante e tante cose che sarebbe troppo lungo trascrivere; ma non dimenticherò mai il modo col quale descrisse la sua vita fra i rivoluzionari. Dal suo eloquio era sparita ogni titubanza: la voce s’elevava forte e fiduciosa, si affermava, splendeva come lui stesso, come i pensieri che versava a fiotti.

— In quei rivoltosi trovai pure una fede ardente nell’umanità, un caldo idealismo, la voluttà dell’altruismo, rinuncia e martirio; tutte le splendide realtà dello spirito, insomma. E la loro vita era pura, nobile, e sentita. Ero in contatto con anime grandi che esaltavano la carne e lo spirito al di sopra dei dollari e dei cents, e per le quali il fioco lamento del bimbo sofferente nei tugurii ha maggiore importanza di tutto il pomposo armamentario dell’espansione commerciale, e dell’impero del mondo. Vedevo ovunque, intorno a me, la nobiltà dello scopo, e l’eroismo della lotta, e le mie giornate erano piene di sole, e le notti stellate. Vivevo nel fuoco e nella rugiada, e davanti ai miei occhi fiammeggiava incessantemente il Santo Graal, il sangue palpitante e umano di Cristo, pegno di soccorso e di salvezza, dopo lunga sofferenza e maltrattamenti.

L’aveva già visto trasfigurato, e questa volta mi parve tale. La sua fronte splendeva della sua divinità interiore, e gli occhi lucevano ancor più in mezzo all’aureola radiosa da cui sembrava avvolto. Ma gli altri non vedevano questa luce, cosicchè attribuii la mia visione alle lacrime di gioia e d’amore che mi riempivano gli occhi.

In ogni modo, il signor Wiekson, che era dietro a me, non appariva, certo, commosso, perchè gli sentii lanciare, con tono ironico, l’epiteto di: «Utopista»[41].

Tuttavia, Ernesto raccontava come si era inalzato nella società, al punto di mettersi in contatto con le classi superiori e di avvicinare uomini aventi alte cariche. Allora era sopravvenuta in lui la delusione, ch’egli espresse con termini poco lusinghieri per l’uditorio. La vita fra loro non gli pareva più nobile e generosa; era spaventato dall’egoismo che incontrava ovunque. Ciò che lo stupiva ancora di più, era l’assenza di vitalità intellettuale. Egli, che aveva abbandonato i suoi amici rivoluzionarii, si sentiva colpito dalla stupidità della classe dominante. Inoltre aveva scoperto che malgrado le loro chiese magnifiche, e i loro predicatori munificamente pagati, quei padroni, uomini e donne, erano esseri volgarmente materialisti. Parlavano bene del loro piccolo ideale, della loro cara piccola morale, ma tolta questa vuota verbosità, il male fondamentale delle loro idee era materialista. Erano privi della moralità vera, della moralità che Cristo aveva predicato e che non si insegna più al giorno di oggi.

— Ho incontrato uomini che nelle loro diatribe contro la guerra invocavano il nome del Dio della pace, mentre distribuivano fucili nelle mani dei Pinkertons[42] per abbattere gli scioperanti nelle officine stesse. Ho conosciuto persone che inveivano contro la brutalità degli assalti di boxe, ma che erano complici di frodi alimentari per le quali muoiono, ogni anno, più innocenti di quanti massacrò Erode dalle mani arrossate di sangue. Ho visto gente autorevole, colonne della Chiesa, che sottoscrivevano somme ingenti a favore delle Missioni straniere, ma che facevano lavorare dieci ore al giorno, nelle loro officine, le giovanette, compensandole con salarii irrisori, incoraggiando, in tal modo, la prostituzione.

«Il tale rispettabile signore, dai lineamenti aristocratici, non era che un fantoccio che dava il suo nome a società il cui scopo segreto era di spogliare la vedova e l’orfanello; il tale altro, che parlava seriamente e posatamente della bellezza dell’idealismo e della bontà di Dio, aveva trascinato e tradito i suoi soci in un grosso affare. Un altro che dotava di nuove cattedre le Università e contribuiva alla costruzione di magnifiche cappelle votive, non esitava a giurare il falso davanti ai tribunali, per questioni di danaro. Tale magnate delle ferrovie rinnegava senza vergogna la parola data come cittadino, come uomo d’onore e come cristiano, concedendo storni segreti... e ne concedeva spesso! Il direttore di quel giornale che pubblicava l’annuncio di rimedii brevettati, mi trattò di demagogo perchè lo sfidai a pubblicare un articolo che dicesse la verità circa quel ritrovato[43]. E quel collezionista di belle edizioni che prendeva a cuore le sorti della letteratura pagava intere botti di vino al reggitore brutale e illetterato d’un’amministrazione municipale. Il tale senatore[44] era lo strumento, lo schiavo, il burattino di un capo politicante dalle folte sopracciglia e dalla bocca enorme; lo stesso accadeva del governatore Caio, e del giudice Tizio alla Corte Suprema. Tutti e tre godevano di viaggi gratuiti in ferrovia; inoltre, quel tale capitalista dalla pelle lucida, untuosa, era il vero padrone della macchina politica, perchè padrone del padrone della macchina politica e delle ferrovie, che concedevano i lascia-passare.

«In questo modo, invece di un paradiso, scoprii l’arido deserto del commercialismo. Non vi trovai che stupidaggine, tranne in ciò che riguarda gli affari. Non incontrai una persona onesta, nobile, attiva, se non della vitalità di cui brulica il marciume. Non trovai altro che un egoismo smisurato di gente senza cuore, e un materialismo gretto e ingordo praticato e pratico.»

Ernesto disse loro molte altre verità riguardanti sia essi che le sue delusioni. Essi l’avevano intellettualmente annoiato; moralmente e spiritualmente disgustato a tal punto, che ritornò con gioia ai suoi rivoluzionarii, che almeno erano retti, nobili, sensibili, che erano tutto ciò che i capitalisti non sono.