Vedete bene, sono così assillata da questo pensiero, che da lungo tempo vivo, giorno e notte, persino i particolari del grande avvenimento. E non posso disgiungerli dal ricordo di colui che ne era l’anima.
Tutti sanno che ha lavorato molto e sofferto crudelmente per la libertà; ma nessuno sa meglio di me che, durante i venti anni di tumulto nei quali ho condiviso la sua vita, ho potuto apprezzare la sua pazienza, il suo sforzo incessante, la sua totale dedizione alla causa per la quale è morto, or sono appena due mesi.
Cercherò di raccontare semplicemente come mai Ernesto Everhard sia entrato a far parte della mia vita, come il suo influsso su me sia cresciuto al punto di farmi diventare parte di lui stesso, e quali mutamenti meravigliosi abbia operato sul mio destino; così, potrete vederlo con i miei occhi e conoscerlo come l’ho conosciuto io, a parte certi segreti troppo intimi e dolci per essere rivelati.
Lo vidi la prima volta nel febbraio del 1912, quando, invitato a pranzo da mio padre,[7] entrò in casa nostra a Berkeley; e non posso dire che ne ricevessi una buona impressione. C’era molta gente in casa; e nella sala dove aspettavamo l’arrivo degli ospiti, egli fece un’entrata molto meschina. Era la sera dei «predicatori», come mio padre ci diceva confidenzialmente, e certo Ernesto non era a suo agio fra quella gente di chiesa.
Prima di tutto, era mal vestito. Portava un abito di panno oscuro, acquistato già fatto, che gli stava male. Veramente, anche in seguito, non riuscì mai a trovare un vestito che gli stesse bene addosso. Quella sera, come sempre, quando si moveva, i suoi muscoli gli sollevavano la stoffa, e, a causa dell’ampio petto, la giacca gli si aggrinziva in una quantità di pieghe fra le spalle. Aveva il collo d’un campione di boxe[8], grosso e robusto. Ecco dunque, dicevo fra me, quel filosofo sociale, ex maniscalco, che papà ha scoperto. Infatti, con quei bicipiti e quel collo, ne aveva l’aspetto. Lo definii immediatamente come una specie di prodigio, un Blind Tom[9] della classe operaia.
E quando, poi, mi strinse la mano; era la sua, una stretta di mano sicura e forte, ma mi guardò arditamente con i suoi occhi neri... troppo arditamente, anzi, secondo me. Capirete, ero una creatura nata e vissuta in quell’ambiente, ed avevo, a quel tempo, istinti di classe molto forti.
Quell’ardire mi sarebbe sembrato imperdonabile in un uomo della mia stessa classe. So che dovetti abbassare gli occhi, e che quando me ne liberai, presentandolo ad altri, provai un vero sollievo nel voltarmi per salutare il Vescovo Morehouse, uno dei miei prediletti, uomo di mezza età, dolce e serio, dall’aspetto buono di un Cristo, e di un sapiente.
Ma quell’ardire, che io attribuii a presunzione, fu, in realtà, il filo conduttore per mezzo del quale mi fu possibile conoscere il carattere di Ernesto Everhard, ch’era semplice e retto, non aveva paura di nulla, e non voleva perdere il tempo in forme convenzionali. «Mi siete subito piaciuta», mi disse molto tempo dopo. «Perchè, dunque, non avrei dovuto riempire i miei occhi di ciò che mi piaceva?». Ho detto che nulla lo intimoriva. Era un aristocratico per natura, sebbene combattesse l’aristocrazia; un superuomo, la bestia bionda descritta da Nietzsche[10], e, nonostante ciò, un democratico appassionato.
Occupata com’ero ad accogliere gli altri invitati, e forse anche per la cattiva impressione avuta, dimenticai quasi del tutto il filosofo operaio. Attirò la mia attenzione una o due volte, durante il pranzo, mentre ascoltava la conversazione di alcuni pastori. Gli vidi brillare negli occhi una luce strana, come se egli si divertisse; e conclusi che doveva essere pieno di umorismo, e gli perdonai quasi il modo ridicolo di vestire.
Ma il tempo passava: il pranzo era inoltrato, ed egli non aveva aperto bocca una volta sola mentre i pastori discorrevano animatamente della classe operaia, e dei suoi rapporti col clero, e di tutto ciò che la chiesa aveva fatto e faceva per essa. Osservai che mio padre era seccato di quel mutismo, e approfittò di un momento di calma per chiedergli quale fosse il suo parere. Ernesto si limitò ad alzare le spalle, e dopo un secco: «non ho niente da dire», riprese a mangiare delle mandorle salate.