— È semplicemente un tentativo di corruzione, — disse. — C’è in questo affare, l’abile mano di Wickson, e, dietro la sua, quella di gente ancora più altolocata. È un trucco vecchio, come la lotta di classe, che consiste nello scegliere i proprii capitani togliendogli all’esercito del lavoro. Povero lavoro eternamente tradito! Se sapeste quanti dei suoi capi, in passato, sono stati comperati così! Costa meno, molto meno assoldare un generale, che non affrontarlo con il suo esercito e combatterlo. C’è stato... ma non voglio nominare nessuno! Sono già abbastanza indignato. Cara e tenera amica mia, sono un capitano del lavoro, non posso vendermi. Se non avessi altri motivi, la sola memoria del mio povero e vecchio padre estenuato sino alla morte basterebbe ad impedirmelo.
Aveva le lagrime agli occhi, quell’eroe, il mio grande eroe. Non avrebbe mai perdonato il modo con cui era stata deformata la coscienza di suo padre, le sordide bugie e i furti meschini ai quali era stato spinto per dare il pane ai suoi bambini.
— Mio padre era un brav’uomo, — mi diceva un giorno Ernesto. — Era un’anima eccellente mutilata, scorticata dalla miseria della vita. I suoi padroni, bruti, due volte bruti, ne fecero una bestia vinta. Dovrebbe ancora esser vivo, oggi, come vostro padre. Era forte, ma fu preso nella macchina, e logorato a morte per accrescere il lucro altrui. Riflettete a questo: per produrre dei dividendi, il sangue delle sue vene fu mutato in un pranzo inaffiato da vini prelibati, in una ridda di ori, o in qualche orgia sensuale di ricchi oziosi e parassiti; i quali erano i suoi padroni, due volte bruti!
CAPITOLO VII. LA VISIONE DEL VESCOVO.
«Il Vescovo ha rotto i freni. — mi scriveva Ernesto, — cavalca nel vuoto assoluto. Oggi vuol cominciare a rimettere in piedi il nostro miserabile mondo, annunciandogli il suo messaggio. Me ne ha avvertito, e non sono riuscito a dissuaderlo. Questa sera presiede lui il I.P.H.[51] ed esporrà il messaggio nell’allocuzione di apertura.
«Posso passare a prendervi per andarlo a sentire? Naturalmente il suo sforzo è condannato, anticipatamente, a fallire. Il vostro e pure il suo, ma sarà per voi un’eccellente lezione di cose. Sapete, cara e tenera amica, quanto sia fiero del vostro amore e come vorrei meritare la vostra più alta stima, per compensare ai vostri occhi, in certa maniera, la mia indegnità a questo onore. Il mio orgoglio desidera persuadervi che il mio pensiero è corretto e giusto. Le mie idee, al riguardo, sono aspre; la futilità di quell’animo, che, pure è nobile, vi dimostrerà che la mia asprezza è necessaria. Venite alla riunione di questa sera. Per quanto tristi possano essere gli incidenti, sento che vi terranno più stretta a me».
L’I.P.H. aveva convocato per quella sera, a San Francisco, un’assemblea per esaminare lo sviluppo dell’immoralità pubblica, e per studiare i rimedî. Il vescovo Morehouse occupava la poltrona presidenziale, e, come osservai subito, era in uno stato di eccitamento nervoso. Ai suoi lati sedevano il vescovo Dickinson, il dottor Jones, capo della facoltà di etica all’Università di California, la signora W. W. Hurd, grande organizzatrice di opere di carità, il signor Filippo Ward, altro grande filantropo, ed altri astri di minore grandezza nel cielo della morale e della carità.
Il vescovo Morehouse si alzò e cominciò con questo esordio improvvisato:
«Passavo in carrozza per le vie: era notte. Ogni tanto guardavo attraverso le porte. Ad un tratto i miei occhi parvero aprirsi e vidi le cose come sono. Il mio primo gesto fu di alzare una mano alla fronte, per nascondermi l’orribile realtà, e nell’oscurità mi rivolsi questa domanda: Che cosa si può fare? Un momento dopo, la stessa domanda assunse quest’altra forma: Che cosa avrebbe fatto il mio divin Maestro? Allora una luce improvvisa sembrò riempire lo spazio, e mi apparve il mio dovere, come la chiarezza del sole, come Saul aveva visto il suo, sul cammino di Damasco. Feci fermare, scesi, e dopo qualche istante di conversazione con due donne pubbliche, le indussi a salire nella mia vettura, con me. Se Gesù ha detto il vero, quelle due infelici erano due mie sorelle, e la sola possibilità di purificazione stava nel mio affetto e nella mia tenerezza per loro. Vivo in uno dei quartieri più piccoli di San Francisco. La casa che abito è costata mille dollari, l’arredamento e i libri, e le opere d’arte valgono una somma uguale alla precedente. La mia casa è un castello dove si agitano numerosi servi. Ignoravo sinora a che cosa possano servire i manieri, credevo che fossero fatti per viverci. Ora lo so. Ho condotto le due ragazze della strada nel mio palazzo, ed esse rimarranno con me. E di sorelle mie, di questa specie, spero di empire le vaste camere della mia dimora».
L’uditorio diventava sempre più agitato e i visi delle persone sedute sul palco manifestavano uno spavento e una costernazione crescente.