— Ma io non posso credervi.

— Aspettate e vedrete, — disse Ernesto. — Ed io aspettai.

La mattina dopo, mandai a comperare tutti i giornali: non riferivano neppure una parola di quanto il vescovo Morehouse aveva detto. Uno o due riferivano che egli si era lasciato vincere dalla commozione. Però le stupidaggini degli oratori che avevano parlato dopo di lui erano riprodotte per intero.

Parecchi giorni dopo, un breve annuncio comunicava che il prelato era partito in vacanza per ragioni di salute, in seguito a un eccesso di lavoro. Fin qui Ernesto aveva ragione. Ma non si parlava ancora di stanchezza cerebrale, neppure di prostrazione nervosa. Non immaginavo affatto la via dolorosa che il dignitario della Chiesa era destinato a percorrere, quella via dal giardino degli ulivi al Calvario, che Ernesto aveva intravista per lui.

CAPITOLO VIII. I DISTRUTTORI DI MACCHINE.

Poco tempo prima che Ernesto si presentasse come candidato al Congresso, nella lista socialista, il babbo solennizzò ciò che egli stesso chiamava, a porte chiuse: «la serata dei profitti e delle perdite», e il mio fidanzato: «la serata dei distruttori di macchine».

In realtà, era un pranzo di uomini di affari, di piccola gente d’affari, naturalmente. Non credo che alcuno, fra loro, fosse interessato in un’impresa il cui capitale superasse i duecentomila dollari.

Rappresentavano perciò perfettamente la classe media del traffico. C’era il signor Owen, della Casa Silverberg, Owen e C. una importante ditta di drogheria, con numerose succursali, di cui noi eravamo clienti. C’erano i soci del grande deposito di prodotti farmaceutici Kowalt e Washburn; c’era il signor Asmunsen, proprietario d’un’importante cava di granito nella Contea di Contra Costa, e parecchi altri della stessa specie, proprietari e comproprietari di piccole industrie, di piccoli commerci e di piccole imprese: in una parola, piccoli capitalisti.

Erano persone abbastanza interessanti, con i loro visi furbi, e il loro linguaggio semplice e chiaro. Si lamentavano, all’unanimità, dei consorzi e la loro parola d’ordine era: «Uccidiamo i trusts!». Questi, secondo loro, erano la fonte di tutte le oppressioni; e tutti, senza eccezione, ripetevano lo stesso lamento. Avrebbero voluto che il Governo si impossessasse delle grandi imprese, come le Ferrovie e le Poste e i Telegrafi, ed essi predicevano lo stanziamento di tasse enormi, e ferocemente progressive sulle entrate, allo scopo di distruggere i grandi accumulamenti di capitali. Essi lodavano anche, come un possibile rimedio alle miserie locali, la proprietà municipale delle imprese di pubblica utilità, come l’acqua, il gas, i telefoni, e i tranvai.

Il signor Asmunsen narrò, in modo particolarmente interessante, le sue vicissitudini di proprietario di cava. Confessò che questa sua cava non gli aveva dato mai nessun utile, nonostante l’enorme quantità di ordinazioni che gli aveva procurato la distruzione di San Francisco. La ricostruzione di questa città, era durata sei anni, durante i quali, il numero dei suoi affari era stato quadruplicato, ma egli non era, per questo, più ricco di prima.