— Vi ho ascoltati con attenzione, — cominciò, — e vedo perfettamente che seguite il gioco degli affari in maniera ortodossa. Per voi, la vita si riassume nel guadagno. Voi avete la convinzione ferma e tenace di essere stati creati e messi al mondo con l’unico scopo di guadagnare molto danaro. Soltanto, c’è un ostacolo: sul più bello della vostra attività proficua, ecco il trust che vi taglia i vostri guadagni. Eccovi in un dilemma apparentemente contrario al fine della creazione; e voi non vedete altro mezzo di salvezza oltre l’annientamento di questo disastroso intervento.
«Ho seguito con cura le vostre parole, e vi voglio dire l’unico epiteto che possa definirvi: Siete dei distruttori di macchine. Sapete che vuol dir ciò? Permettetemi di spiegarvelo. In Inghilterra, nel secolo XVIII, uomini e donne tessevano il panno su telai a mano, nelle loro casette. Era un procedimento lento, maldestro e costoso, quel sistema di manifattura a domicilio. Poi venne la macchina a vapore, col suo corteo di ordigni per economizzare il tempo. Un migliaio di telai riuniti in una grande officina e messi in moto da una macchina centrale, tessevano il panno a molto minor prezzo dei tessitori che possedevano telai a mano. Nell’officina si affermava la combinazione davanti alla quale si cancella la concorrenza. Gli uomini e le donne che avevano lavorato da soli, con telai a mano, andavano nelle fabbriche, e lavoravano ai telai a vapore, non più per loro stessi, ma per i proprietarii capitalisti. Ben presto anche i fanciulli si affaticarono attorno ai loro telai meccanici, in cambio di salari ridotti, e sostituirono gli uomini. I tempi divennero duri per questi. Il loro livello di benestare si abbassò rapidamente. Morivano di fame e dicevano che tutto il male proveniva dalle macchine. Allora, vollero rompere le macchine. Non vi riuscirono; erano dei poveri illusi.
«Voi non avete ancora capito questa lezione; ed ecco, dopo un secolo e mezzo, volete anche voi distruggere le macchine. Avete confessato voi stessi che le macchine del trust fanno un lavoro più efficace e a minor prezzo del vostro; per questo non potete lottare contro di esse; e nondimeno vorreste distruggerle. Siete ancora più illusi dei semplici lavoratori d’Inghilterra. E mentre voi ripetete che bisogna ristabilire la concorrenza, i trusts continuano a distruggervi.
«Dal primo all’ultimo raccontate la stessa storia, la scomparsa della rivalità e l’avvento della unione. Voi stesso, signor Owen, avete distrutto la concorrenza, qui, a Berkeley, quando la vostra succursale ha fatto chiudere bottega a tre piccoli droghieri, perchè il vostro mercato era più vantaggioso. Ma, appena sentite sulle vostre spalle il peso di altre industrie più forti, quelle dei trusts, voi vi mettete a urlare.
«Questo, perchè non siete una società forte, ecco tutto. Se formaste un trust di prodotti alimentari per tutti gli Stati Uniti, cantereste un’altra canzone, e la vostra antifona sarebbe: «Siano benedetti i trusts!» Eppure, non soltanto la vostra piccola industria non è un consorzio, ma avete voi stesso la coscienza della sua poca forza. Cominciate a presentire la vostra fine. Vi accorgete che, nonostante tutte le vostre succursali, non rappresentate che un gettone sul tavolo del gioco. Vedete gli interessi madornali inalzarsi e crescere di giorno in giorno; sentite le mani guantate di ferro dei profittatori impadronirsi dei vostri guadagni, e prendervi un pizzico di qui, un pizzico di là: così il trust delle ferrovie, il trust del petrolio, il trust dell’acciaio, il trust del carbone; e voi sapete che alla fine vi distruggeranno, vi prenderanno fin l’ultimo centesimo dei vostri mediocri guadagni.
«Ciò prova, signore, che siete un cattivo giocatore. Quando avete strozzato i tre piccoli droghieri di qui, vi siete gonfiato, avete vantato la efficacia e lo spirito dell’impresa, avete mandato vostra moglie in Europa, con i guadagni che avete fatto divorando quei poveri negozietti. È la legge del cane contro cane, e voi avete mangiato in un sol boccone i vostri rivali.
«Ma ecco che alla vostra volta siete morsicato da molossi, e urlate come una puzzola. E quanto dico di voi, è vero per tutti coloro che sono seduti qui attorno. Urlate tutti. State giocando una partita, e la perdete. Questo vi fa gridare.
«Soltanto, lamentandovi, non siete sinceri; non confessate che vi piace sfruttare gli altri, smungendoli, e che fate tutto questo chiasso perchè altri tentano di fare lo stesso con voi. No, siete troppo scaltri per questo, e dite tutt’altra cosa. Fate i discorsi politici dei piccoli borghesi, come il signor Calvin, poco fa. Che cosa diceva? Ecco alcune delle sue frasi che ricordo: «I nostri principî originarî sono solidi». «Questo paese deve ritornare ai metodi americani fondamentali, e ognuno sia libero di approfittare delle occasioni aventi uguali probabilità...«. «Lo spirito di libertà secondo il quale è sorta questa nazione... Ritorniamo ai principii dei nostri avi!...».
«Quando parlava dell’uguaglianza delle probabilità per tutti, alludeva alla facoltà di spremere dei guadagni, licenza che gli è ora tolta dai grandi trusts. E l’illogicità è in questo: che, a furia di ripetere queste frasi, voi avete finito col credere in esse. Desiderate l’occasione per svaligiare i vostri simili uno alla volta e vi ipnotizzate al punto di credere che volete la libertà. Siete ingordi e insaziabili; ma persuasi dalla magìa delle vostre frasi, di fare, invece, opera di patriottismo. Mutate il desiderio di guadagno, che è puro e semplice egoismo, in sollecitudine altruistica per l’umanità sofferente. Vediamo un po’ qui fra noi, siate sinceri una volta, guardate la cosa in faccia e ditela con termini giusti.
Intorno alla tavola si vedevano visi congestionati che esprimevano una grande irritazione, mista a una certa inquietudine. Erano tutti un poco spaventati da quel giovanotto dal viso glabro, e dal suo modo di parlare e dirigere le parole, nonchè dalla sua terribile maniera di chiamare le cose col loro nome. Il signor Calvin si affrettò a rispondere: