— Una dozzina di voi, questa sera, ha proclamato impossibile il socialismo. Poichè avete dichiarato ciò che è inattuabile, permettetemi ora di dimostrarvi ciò che è inevitabile: ossia, la scomparsa non solo di voi piccoli capitalisti, ma anche di grossi capitalisti e perfino dei trusts, a un certo momento. Ricordate che il progresso dell’evoluzione non permette ritorni al passato. Senza riflusso, essa procede dalla rivalità all’associazione, dalla piccola cooperazione alla grande, dalle vaste combinazioni alle organizzazioni colossali, sino al socialismo che è la più gigantesca di tutte le organizzazioni.

«Voi mi dite che sogno. Benissimo! Vi esporrò i dati matematici del mio sogno. Anzi, vi sfido in anticipo a dimostrare la falsità dei miei calcoli. Voglio esporre davanti a voi il carattere fatale del crollo del sistema capitalistico, e dedurre, matematicamente, la causa della sua fatale decadenza. Coraggio, e abbiate pazienza se il punto di partenza è un po’ lontano dall’argomento.

«Esaminiamo, dapprima, i procedimenti di un’industria privata, e non esitate ad interrompermi se dico cosa che voi non potete ammettere. Prendiamo, ad esempio, una fabbrica di scarpe. Questa fabbrica compera il cuoio e lo trasforma in scarpe. Ecco del cuoio per cento dollari, che passa in fabbrica e ne esce in forma di scarpe, per un valore di cento dollari, supponiamo. Che cos’è avvenuto? È stato aggiunto al valore del cuoio un altro valore di cento dollari. Come mai? Il capitale e il lavoro hanno aumentato il valore iniziale.

«Il capitale ha procurato la fabbrica, la macchina e ha pagato le spese. La mano d’opera ha dato il lavoro, lo sforzo combinato del capitale e del lavoro ha incorporato un valore di cento dollari al valore della merce. Siamo d’accordo?

Le teste si curvarono, affermativamente.

— Il lavoro e il capitale, avendo prodotto cento dollari, si danno da fare per la ripartizione della somma. Le statistiche che trattano delle divisioni di questo genere, segnano sempre numerose frazioni: ma ora noi, per maggiore comodità, ci accontenteremo di un’approssimazione poco rigorosa, ammettendo che il capitale prenda per sè cinquanta dollari e che il lavoro riceva, come salario, una somma uguale. Non litigheremo per questa divisione[58], qualunque siano i contratti, si finisce sempre col mettersi d’accordo, a un tasso o a un altro. E non dimenticate che ciò che io dico per un’industria, si applica a tutte. Mi seguite?

I convitati approvarono.

— Ora supponiamo che il lavoro, avendo ricevuto la sua quota di cinquanta dollari, voglia ricomperare delle scarpe. Potrà comperarne solo per cinquanta dollari, non è vero?

«Passiamo ora da questa operazione particolare a tutte le operazioni che si compiono negli Stati Uniti, non soltanto col cuoio, ma con tutte le materie grezze, coi trasporti, e col commercio in generale. Diciamo, in cifra tonda, che la produzione annuale della ricchezza, negli Stati Uniti, è di quattro miliardi di dollari. Il lavoro riceve dunque, come salario, una somma di due miliardi l’anno. Dei quattro miliardi prodotti, il lavoro può riscattarne due. Non c’è nessuna discussione in proposito, ne sono sicuro: la mia valutazione è molto larga. A causa di ingerenze capitalistiche d’ogni sorta, il lavoro non ottiene la metà del prodotto totale.

«Ma sorvoliamo su ciò, ed ammettiamo che il lavoro ottenga i due miliardi. È evidente, allora, che il lavoro può consumare solo due miliardi, mentre bisogna render conto degli altri due miliardi che il lavoro non può nè riscattare nè consumare.