I turbamenti del mio destino coincisero con grandi crisi sociali. Prima di tutto, mio padre fu congedato dall’Università. Oh! non fu congedato, nel senso vero della parola: gli chiesero di dare le sue dimissioni, ecco tutto. La cosa in se stessa non aveva grande importanza. Per vero dire, mio padre ne fu entusiasta. Il suo congedo, affrettato dalla pubblicazione del suo libro: «Economia ed Educazione», non faceva che rafforzare la sua tesi. Si poteva forse fornire una miglior prova di fatto, che l’istruzione pubblica era dominata dalla classe capitalistica?

Ma questa conferma non vide mai la luce: nessuno seppe che era stato obbligato a ritirarsi dall’Università. Egli era uno scienziato così eminente, che una simile notizia, pubblicata col motivo delle dimissioni forzate, avrebbe fatto rumore nel mondo intero. I giornali gli furono prodighi di onori, congratulandosi con lui pel fatto che aveva rinunciato alla fatica delle lezioni per consacrare il tempo alle ricerche scientifiche.

Il babbo dapprima rise, poi si indignò secondo la sua dose tonica di arrabbiatura! Poi venne la soppressione del suo libro; soppressione in forma così clandestina, che sulle prime non ci capimmo niente. La pubblicazione dell’opera aveva subito causato un po’ di emozione nel Paese; papà era stato gentilmente malmenato dalla stampa capitalistica; in generale si esprimeva il dispiacere che un così grande scienziato avesse abbandonato il terreno delle sue ricerche per avventurarsi in quello della sociologìa, che gli era affatto sconosciuto, e dove non aveva tardato a smarrirsi.

Questo durò una settimana, durante la quale il papà scherzava dicendo che aveva toccato un punto delicato del capitalismo. Poi, improvvisamente, i giornali e le riviste di critica non parlarono più del volume; e in modo non meno improvviso, il libro sparì dalla circolazione. Impossibile trovarne il minimo esemplare presso tutti i librai. Il babbo scrisse agli editori e gli fu risposto che le lastre erano state incidentalmente rovinate. Ne seguì una corrispondenza confusa. Messi con le spalle al muro, gli editori finirono col dichiarare che non vedevano la possibilità di ristampare l’opera, ma che erano dispostissimi a cedere ogni diritto su di essa.

— In nessun paese troverete un’altra casa editrice che acconsenta a pubblicare il vostro libro, — disse Ernesto. — Se fossi in voi, mi metterei subito al sicuro. Perchè questo è solo un saggio di quanto vi riserba il Tallone di Ferro.

Ma mio padre era prima di tutto uno scienziato, e non si credeva autorizzato ad arrivare subito alla conclusione. Per lui un’esperienza di laboratorio non meritava quel nome finchè non era stata seguita fin nei minimi particolari. Così intraprese pazientemente un giro presso tutti gli editori. Essi gli esposero una quantità di pretesti, ma nessuno volle incaricarsi del libro.

Quando fu ben convinto che la sua opera era stata soppressa, tentò d’informarne il pubblico, ma i suoi comunicati alla stampa non ricevettero risposta alcuna. A una riunione politica socialista alla quale assistevano numerosi corrispondenti, credette di aver trovato il momento buono per rompere il silenzio. Si alzò e raccontò la storia di questo sopruso. Leggendo i giornali del giorno dopo, prima ne rise, ma poi si infuriò terribilmente, oltre ogni dose tonica. Nessuno parlava del suo libro, ma travisavano la sua condotta in modo piacevole. Avevano trasformato le sue parole e le sue frasi, trasformato le sue sobrie e misurate osservazioni in un discorso di anarchico sbraitante. Tutto ciò era fatto con molta abilità. Ricordo specialmente un esempio: Il babbo aveva adoperato il termine «rivoluzione sociale», e il corrispondente aveva semplicemente omesso l’aggettivo qualificativo. La campagna contraria fu condotta in tutto il paese, per mezzo di informazioni dell’Associazione della Stampa, e da ogni parte si elevarono alte grida di protesta. Mio padre fu considerato come un anarchico, un nichilista. Fu largamente distribuita una caricatura che lo rappresentò con in pugno una bandiera rossa, alla testa di una torma irsuta e selvaggia, armata di torce, di coltelli e di bombe di dinamite.

La sua supposta anarchia fu assalita dalla Stampa con una terribile campagna, fatta mediante lunghi articoli di fondo, seminati di insulti ed allusioni alla sua decadenza mentale.

Ernesto ci disse che questa tattica della Stampa capitalistica non era cosa nuova, poichè era abitudine di essa mandare i suoi corrispondenti a tutte le riunioni socialiste, con l’ordine di alterare e svisare ciò che veniva detto, per spaventare la classe media e distoglierla da ogni idea di una possibile unione col proletariato. Ernesto insistette molto perchè il babbo abbandonasse la lotta e si mettesse al riparo.

La stampa socialista, pertanto, raccolse il guanto, e tutto il partito della gente operaia che legge i giornali seppe che il libro era stato soppresso; ma quest’informazione non oltrepassò la cerchia dei lavoratori. In seguito, una grande casa editrice socialista, «Il Richiamo alla Ragione», si accordò con mio padre, per pubblicare il suo libro. Il babbo ne fu entusiasta, ma Ernesto, invece, si turbò.