In seguito, fu la volta della nostra casa, la nostra vecchia abitazione. Fecero apparire una grossa ipoteca, e dovemmo abbandonare la nostra dimora. Naturalmente non c’era la minima ipoteca, e non c’era mai stata: tutto il terreno di costruzione era stato comperato e la casa pagata appena costruita, e casa e terreno erano sempre stati liberi da ogni vincolo. Ciononostante, fu creata un’ipoteca falsa, redatta e firmata regolarmente e legalmente, con le ricevute degli interessi versati durante un certo numero di anni. Il babbo non protestò. Come gli avevano rubato il danaro, gli rubavano ora la casa: così che non era possibile far ricorso. Il meccanismo della Società era nelle mani di coloro che avevano giurato di rovinare mio padre. Ma siccome, in fondo, era un filosofo, il babbo, ormai, non s’indignava più.

— Sono condannato ad essere schiacciato — mi diceva. — Ma non è questa una buona ragione perchè io non cerchi di essere fracassato il meno possibile. Le mie vecchie ossa sono fragili, e la lezione è stata per me un buon insegnamento. Lo sa Iddio se tengo a passare gli ultimi giorni in un manicomio.

Questo mi fa ricordare che non ho ancora raccontato la storia del vescovo. Ma prima devo dire del mio matrimonio. Siccome la sua importanza è pari a quella di tanti altri avvenimenti simili, così ne dirò solo due parole.

— Ora diventeremo veri proletarî — disse il babbo, quando fummo scacciati dalla vecchia casa. — Ho spesso invidiato al tuo futuro marito la perfetta conoscenza del proletariato; ma ora potrò osservare e rendermene conto direttamente.

Il babbo doveva avere nel sangue il desiderio dell’avventura, perchè considerava sotto questo aspetto la nostra catastrofe. Nè collera, nè amarezza potevano su di lui: era troppo filosofo e troppo semplice per essere vendicativo; e viveva troppo nel mondo dello spirito, per rimpiangere gli agi materiali che avevamo dovuto abbandonare. Quando andammo a stabilirci a San Francisco, in quattro miserabili camere del quartiere basso, al sud di Market Street, egli seguì la nuova via con la gioia e l’entusiasmo di un bimbo, però secondo la visione chiara e la vasta comprensione d’una mente di prim’ordine. Sfuggiva così a ogni cristallizzazione mentale e a ogni falso apprezzamento dei valori, giacchè quelli dichiarati tali dall’usanza o dalla convenzione, non avevano senso alcuno per lui; i soli che riconoscesse erano i fatti matematici e scientifici. Mio padre ero un essere eccezionale; aveva una mente ed un’anima come solo hanno i grandi uomini. In certi punti era perfino superiore a Ernesto, che era pertanto il più grande che io avessi mai conosciuto.

Io pure provai qualche conforto in quel cambiamento di vita, e cioè la gioia di sfuggire all’ostracismo metodico e progressivo al quale eravamo sottoposti nella nostra città universitaria, coll’inimicizia della nascente oligarchia. A me pure quella vita nuova sembrò un’avventura, e la più grande di tutte, perchè era un’avventura d’amore. La nostra crisi finanziaria aveva affrettato il nostro matrimonio; cosicchè andai ad abitare come sposa il piccolo appartamento di Pell Street, nel quartiere basso di San Francisco.

Ma di tutto ciò ecco quanto rimane: ho fatto felice Ernesto. Sono entrata nella sua vita agitata, non come un elemento di disordine, ma come un coefficiente di pace e di riposo. Gli ho portato la calma: fu il mio dono d’amore per lui, e per me il sogno infallibile divenuto realtà. E per dimenticare miserie, o suscitar la luce della gioia in quei poveri occhi stanchi: ecco la mia gioia. E poteva essermi riservata una maggiore?

Quei cari occhi stanchi! Egli li prodigò sempre come pochi uomini hanno fatto, e spese tutta la sua vita per gli altri. Tale fu la misura della sua virilità. Era un umanitario, una creatura di amore. Con la sua mente battagliera, il suo corpo di gladiatore, e il suo genio d’aquila, era dolce e tenero con me, come un poeta, ma un poeta che viveva i suoi canti nell’azione. Fino alla morte cantò la canzone umana, la cantò per puro amore di questa umanità per la quale diede la sua vita e fu crocifisso.

E tutto questo, senza la minima speranza d’un premio futuro. Nella sua concezione del mondo, non c’era possibilità di vita futura. Egli, che fiammeggiava d’immortalità, la negava a se stesso; e quest’era il più gran paradosso della natura. Quello spirito ardente era dominato dalla filosofia nera e fredda del monismo materialista. Quando tentavo di confutare le sue idee, dicendogli che vedevo la sua immortalità nel volo della sua anima, e che mi occorrevano secoli, per conoscerla a fondo, egli rideva, e le sue braccia si stendevano a me, e mi chiamava la sua dolce metafisica, e ogni stanchezza spariva dai suoi occhi; io intravedevo in essi quella fiamma d’amore che, da sola, era una nuova e sufficiente affermazione della sua immortalità.

Altre volte mi chiamava la sua cara dualista e mi spiegava il modo come Kant, per mezzo della ragione pura, aveva abolito la ragione per adorare Dio. Stabiliva un parallelo, e mi accusava di seguire lo stesso procedimento. E quando, colpevole, difendevo quella maniera di pensare perchè profondamente razionale, egli mi stringeva solo più forte e rideva come solamente potrebbe farlo un amante eletto da Dio.