Rifiutavo di ammettere che la sua originalità e il suo genio fossero spiegabili secondo l’eredità e l’ambiente, o che gli aridi tentativi della scienza riuscissero ad afferrare, analizzare e classificare la fuggevole essenza che si nasconde nella formazione stessa della vita. Sostenevo che lo spazio è un’apparenza obbiettiva di Dio, e l’anima una proiezione della sua natura soggettiva.

E quando Ernesto mi chiamava la sua dolce metafisica, io lo chiamavo il mio immortale materialista; e ci amavamo ed eravamo pienamente felici. Io gli perdonavo il suo materialismo in grazia dell’opera immensa compiuta nel mondo senza darsi pensiero del progresso personale; in grazia anche di quell’eccessiva modestia spirituale che gli impediva di insuperbire e perfino di avere coscienza del suo animo veramente eccezionale.

Pertanto aveva una sua particolare fierezza. Come potrebbe non averla un’aquila? «Sentirsi divino», diceva, «sarebbe bello in un dio, senza dubbio; ma non è ancora meglio nell’uomo, molecola infima e destinata a perire?». In questo modo esaltava se stesso e proclamava la sua mortalità. Si compiaceva di declamare alcuni brani di un poema che non aveva letto per intero, e del quale non aveva mai potuto sapere l’autore.

Trascrivo questo brano, non solo perchè egli lo prediligeva, ma perchè è una prova del temperamento paradossale di lui. L’uomo che recitava, fremendo d’entusiasmo, i versi seguenti, poteva essere solo un po’ di fango inconsistente, un’energia fuggitiva e una forma effimera?

Gioie e gioie di meglio in meglio[74]

Mi sono destinate dalla nascita

E voglio gridare con tutte le forze

Dei miei giorni luminosi l’elogio

Fino all’estremo limite del tempo;

Dovessi soffrire ogni morte umana.