Quando avrò vuotato la mia coppa di miele
Di tutti i raggi luminosi del suo arcobaleno,
L’eterno riposo d’una notte senza fine
Non basterà a soffocare il mio sogno.
Ernesto si occupò troppo, tutta la sua vita. Era sostenuto solo dalla robusta costituzione che, però, non cancellava la stanchezza dello sguardo. I suoi cari occhi stanchi! Non dormiva più di quattro ore e mezza per notte, e nonostante questo, non trovava mai il tempo di fare tutto quello che avrebbe dovuto. Neppure un istante interruppe la sua opera di propaganda: ed era sempre impegnato in anticipo, per le conferenze da tenere alle organizzazioni operaie. Poi venne la campagna elettorale alla quale si dedicò quanto è umanamente possibile. La soppressione delle case editrici socialiste lo privò del frutto dei suoi diritti di autore, e lo affaticò molto per trovare da vivere: perchè, oltre tutti gli altri lavori, doveva darsi da fare per guadagnarsi la vita. Traduceva molto per delle riviste scientifiche e filosofiche; rincasava tardi la notte, già stanco per la lotta elettorale, e si dedicava a quella occupazione fino alle prime ore del mattino. E sopratutto coltivava i suoi studi! Li continuò fino alla morte; e studiava pazzamente.
Nonostante questo, trovava il tempo di amarmi e farmi felice. Io fondevo tutta la mia vita con la sua. Imparai la stenografia e la dattilografia e diventai la sua segretaria. Mi diceva spesso che ero riuscita ad alleggerirlo di metà del lavoro; e io mi misi di nuovo ad imparare per capire bene le sue opere. Ci interessavamo l’uno all’altro, lavoravamo insieme e giocavamo insieme.
E poi avevamo i minuti di tenerezza rubati al lavoro; una semplice parola, una rapida carezza, uno sguardo d’amore; e questi minuti erano tanto più dolci, quanto più furtivi. Vivevamo sulle cime, dove l’aria è viva e frizzante, dove l’opera si compie per umanità, dove non potrebbe respirare il sordido egoismo. Amavamo l’amore, che per noi si coloriva delle tinte più belle. È certo, insomma che non ho fallito il mio scopo. Ho dato un po’ di riposo a quella creatura che si affaticava tanto per gli altri, ho dato la gioia al mio caro mortale dagli occhi stanchi!
CAPITOLO XII. IL VESCOVO.
Poco tempo dopo il mio matrimonio, ebbi la sorpresa d’incontrare il vescovo Morehouse. Ma devo raccontare i fatti con ordine.
Dopo il suo sfogo nell’adunanza del I.P.H., il venerando e dolce prelato, cedendo alle insistenze dei suoi amici, era partito in vacanza, ma era ritornato più deciso che mai a predicare il messaggio della Chiesa. Con grande costernazione de’ suoi fedeli, la sua prima predica fu in tutto e per tutto simile al discorso che aveva pronunziato davanti all’Assemblea. Ripetè, con numerosi esempi e pericolosi particolari, che la Chiesa si era smarrita allontanandosi dagli insegnamenti del Maestro, e che il vitello d’oro era stato inalzato al posto di Cristo.