Finì che, per amore o per forza, fu condotto in una casa di salute privata, mentre i giornali pubblicavano articoli patetici sulla sua crisi mentale, lodando la santità del suo carattere. Entrato nel sanatorio, vi fu tenuto prigioniero. Mi presentai più volte, ma mi si rifiutò sempre di lasciarmelo avvicinare. Fui impressionata tragicamente per la sorte di quel sant’uomo, assolutamente sano di corpo e di mente, schiacciato dalla volontà brutale della Società. Giacchè il vescovo era un essere normale, quanto puro e nobile. Come diceva Ernesto, la sua sola debolezza dipendeva da un’erronea conoscenza della biologia e della sociologia, così che non aveva saputo scegliere bene il modo per presentare le cose secondo il giusto valore.
Ciò che mi esasperava, era l’impotenza a difendersi di quel dignitario della Chiesa. Se continuava a proclamare la verità così come la vedeva, era condannato all’internamento perpetuo; e ciò senza poter protestare. Nè il suo patrimonio, nè la sua posizione, nè la coltura potevano salvarlo. Le sue idee costituivano un pericolo per la Società, la quale non poteva concepire che delle conclusioni così pericolose potessero emanare da uno spirito sano: a giudicare dall’attitudine generale.
Ma il vescovo, che, sebbene mite e d’animo puro non mancava di acume, capì chiaramente i pericoli della sua situazione, si vide preso in una rete, e cercò di scappare. Non potendo contare sull’aiuto dei suoi amici, come quello che papà, Ernesto ed io gli avremmo volentieri dato, era ridotto a lottare con le sue sole risorse. Nella solitudine forzata del sanatorio, riprese coscienza di sè; ricuperò la salute. I suoi occhi cessarono di contemplare le visioni; la sua mente si purgò della fantastica idea che il dovere della società fosse quello di nutrire le pecorelle del Signore.
Come già detto, diventò sano, pienamente sano, e i giornali e la gente di chiesa salutarono il suo ritorno, con gioia. Assistetti ad una celebrazione. La predica fu dello stesso tenore di quelle tenute un tempo, prima del suo accesso di visionario. Ne fui delusa e scossa. La lezione inflittagli l’aveva forse ridotto all’obbedienza? era dunque un vile? aveva abiurato per paura? Oppure la pressione era stata troppo forte, ed egli si era lasciato schiacciare dal carro di Juggernaut[75], dell’ordine stabilito?
Andai a visitarlo nella sua meravigliosa abitazione: lo trovai tristemente mutato, dimagrito, col volto solcato da rughe, come non lo avevo veduto mai. Fu chiaramente sconcertato dalla mia visita. Parlando, si tirava nervosamente le maniche della veste; i suoi occhi inquieti giravano da tutte le parti per evitare i miei; la sua mente sembrava preoccupata; la conversazione, interrotta da pause strane, da bruschi cambiamenti di soggetto, era così incoerente, da imbarazzare. Era proprio l’uomo calmo e sicuro di sè che avevo un tempo paragonato a Cristo, con i puri occhi limpidi, lo sguardo diritto, senza debolezza, come la sua anima?
Era stato maneggiato dagli uomini, e da essi domato; il suo spirito era troppo mite; non era abbastanza forte per far fronte alla società organizzata.
Mi sentivo invasa da una tristezza indicibile. Le sue spiegazioni erano equivoche, egli paventava tanto visibilmente ciò che io avrei potuto dire, che non ebbi cuore di rivolgergli la minima domanda. Mi parlò della sua malattia con abbandono; parlammo apertamente della Chiesa, delle riparazioni dell’organo, e delle scarse opere di carità. Alla fine, mi vide partire, con tale piacere, che ne avrei riso se il mio cuore non fosse stato gonfio di lacrime.
Povero debole eroe. Se avessi saputo, però! Egli combatteva come un gigante, e non ne dubitavano nemmeno. Solo, interamente solo in mezzo a milioni di suoi simili, combatteva a modo suo. Sospeso fra l’orrore del manicomio e la sua fedeltà verso la verità e la giustizia, si aggrappava disperatamente a quest’ultima ma era così solo che non aveva neppure osato fidarsi di me. Aveva imparato troppo bene la lezione!
Non passò molto, che rimasi invece edificata. Un bel giorno il vescovo sparì, senza aver avvertito nessuno della sua partenza. Le settimane passavano senza che tornasse: corsero sul suo conto molte dicerìe; si disse persino che si era ucciso in un accesso di pazzia. Ma queste voci tacquero quando si seppe che aveva venduto tutto quello che possedeva, la sua casa in città, quella di campagna, a Menlo Park, i suoi quadri e le collezioni artistiche e perfino la sua cara biblioteca. Aveva, evidentemente, liquidato tutti i suoi beni segretamente, prima di partire.
Tutto questo accadde mentre eravamo noi pure in preda alle disgrazie. Solo quando fummo stabiliti nella nuova casa, avemmo il tempo di chiedere di lui. Improvvisamente tutto si chiarì.