— Ripartite subito? gli chiese ella.

— All’istante, signora.

— Ma quei prigionieri... i nostri disgraziati compagni... non potete proprio aspettare?

— Io non posso interrompere il servizio, rispose il conduttore. Abbiamo già tre ore di ritardo.

— E quando passerà l’altro treno proveniente da San Francisco?

— Domani sera, signora.

— Domani sera! ma sarà troppo tardi. Bisogna aspettare.

— È impossibile, rispose il conduttore. Se volete partire, salite in vagone.

— Non partirò, rispose la giovane donna.

Fix aveva udito quel dialogo. Pochi minuti prima, quando ogni mezzo di locomozione gli faceva difetto, egli era deciso a lasciare Kearney, ed ora che il treno era là, pronto a slanciarsi, che egli non doveva far altro che rioccupare il suo posto nel vagone, una irresistibile forza lo incatenava al suolo. Quello scalo della stazione gli scottava i piedi, eppure non poteva staccarsene! La lotta ricominciava in lui. La collera dell’insuccesso lo soffocava. Egli voleva lottare sino all’estremo.