Noi diam principio ai secolo decimo dell'era cristiana, secolo di ferro, pieno d'iniquità in Italia per la smoderata corruzion de' costumi non meno ne' secolari, che negli ecclesiastici: motivi a noi di ringraziar Dio, perchè ci abbia riserbati ai tempi presenti, non già esenti dai vizi ed abusi; ma tempi aurei in paragone di quelli. Non come pretesero il cardinal Baronio, il padre Pagi, l'Eccardo ed altri, fu conferita a Lodovico re di Provenza e d'Italia la corona imperiale in Roma dal pontefice Benedetto IV, nell'anno 900, ma bensì nel febbraio dell'anno presente, come avvertì il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.], e fu confermato dal signor Sassi [Saxius, in Not. ad eumdem Sigonium.] bibliotecario dell'ambrosiana. Rapporta l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr. lib. V, in Episc. Comens.], e più correttamente il padre Tatti, un diploma di questo principe, dato in favore della chiesa di Como a Liutprando vescovo di quella città e suo arcicancelliere, XV kalendas februarii, die, anno Incarnationis Domini DCCCCI, Indictione IV, anno autem Ludovici largissimi (forse gloriosissimi) regis in Italia primo. Actum Baloniae. Si dee scrivere Boloniae. Un altro ne ho io prodotto [Antiquit. Italic., Dissert. XXI.] della donazione della corte di Guastalla fatta da esso re al monistero di San Sisto di Piacenza, dato XIV kalendas februarii anno Incarnationis dominicae DCCCC (quando non si adoperi l'anno fiorentino e veneziano, cosa che a me par difficile, si dee scrivere DCCCCI) Indictione IV, anno primo regnante Hludovico gloriosissimo rege in Italia. Actum Bolonia civitate. Adunque nel dì 14 di gennaio del presente anno era tuttavia Lodovico in Bologna, ed usava il solo titolo di re. Passò dipoi a Roma, dove nel mese di febbraio niuna difficoltà trovò ad essere innalzato al trono imperiale, e coronato da papa Benedetto IV. Mi si rende verisimile che i voti del pontefice e del senato romano concorressero volentieri in questo principe, perchè Berengario per lo scacco matto a lui dato dagli Ungheri avea perduto il credito; e Lodovico all'incontro per l'unione del regno di Provenza con quello d'Italia veniva creduto più possente e più atto dell'altro a sostener questo governo e a difendere gl'Italiani dagli Ungheri e dai Saraceni. Dappoichè Lodovico ebbe conseguita l'imperial dignità, tosto ne esercitò l'autorità in Roma stessa, con alzar ivi tribunale, e decidere le cause di chiunque a lui ricorreva per ottenere giustizia. Così usavano di fare anche gli altri precedenti novelli imperadori. È celebre in questo proposito un giudicato che già il Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, Append.] diede alla luce, scritto anno imperii domni Ludovici primo, mense februarii, Indictione quarta, cioè nell'anno presente. Il suo principio è questo Dum domnus Ludovicus serenissimus imperator augustus a regale dignitate Romam ad summum imperialis culminis apicem per sanctissimi ac ter beatissimi summi pontificis et universalis papae domni Benedicti dexteram advenisset; atque cum eodem reverentissimo patre cum sanctissimis romanis seu italicis episcopis, adque regni sui ducibus et comitibus, ceterisque principibus, ec. in palacio, quod est fundatum juxta basilica beatissimi Petri principis Apostolorum, in Laubia magiore ipsius palacii pariter cum eodem summo pontifice, in judicio resedisset, ec. Sicchè ragion vuole che si riferisca al febbraio di quest'anno, la coronazione romana di questo principe in Roma, dove era egli tuttavia nel dì 2 di marzo, come risultata da un suo diploma [Antiq. Ital., Dissert. XIX pag. 49.], da me pubblicato, dove si legge l'anno I dell'imperio. Ch'egli poi si ritrovasse in Pavia sul fine dell'anno apparisce da un altro suo privilegio, in cui concede alla chiesa di Como la badia della Coronata, posta vicina al fiume Adda, quella stessa che fu fondata da Cuniberto re de' Longobardi. Il diploma [Ughell., tom. 5, in Episcop. Comens.] è dato VII idus decembris anno Incarnationis Domini DCCCCI, Indictione IV, anno autem regni Ludovici serenissimi imperatoris in Italia primo. Non può sussistere un diploma che viene accennato dall'Ughelli [Idem, ibidem, in Episcop. Vercellens.] come dato da Berengario Papiae anno DCCCCI, sexto idus julii, Indictione IV, anno ejusdem regis XIII. In quest'anno Berengario non fu padrone di Pavia. L'anno XIII del suo regno correva nell'anno precedente, e a questo si dovrà riferire il diploma con correggere del pari l'indizione, se pur non si tratta di un documento apocrifo. Se la guerra continuasse, o se qualche battaglia si desse fra questo nuovo imperadore e il re Berengario nell'anno presente, non si può raccogliere dalle troppo scarse memorie di que' tempi. Sappiamo che riuscì al primo di cacciar l'altro fuori d'Italia; ma in qual anno preciso questo avvenisse, non ci è permesso di accertarlo. Il cardinal Baronio si trovò alla descrizion di questi tempi sì confuso, che disavvedutamente inciampò in non pochi anacronismi per volersi scostare dal Sigonio, che qui più accuratamente pose al suo sito e distinse gli avvenimenti. Ancorchè, siccome abbiam detto di sopra all'anno 896, a Guaimario I principe di Salerno fosse stata data una buona lezione che dovea umiliarlo, allorchè gli furono cavati gli occhi; pure ritornato alla sua residenza, non cessò mai d'essere superbo e crudele. Tante ne fece, che perduta la pazienza, il popolo si mise a stuzzicare Guaimario II suo figliuolo, già dichiarato nell'anno 893 collega nel principato dal padre, acciocchè egli solo assumesse il governo. Non caddero in terra queste esortazioni. Fu preso con buona maniera il cieco e vecchio Guaimario, e confinato nella chiesa di san Massimo, fondata da lui stesso: con che il figliuolo da lì innanzi signoreggiò solo, e con soddisfazione del popolo tutto. Però dai Salernitani il primo vien chiamato Guaimarius malae memoriae, e il secondo bonae memoriae. Abbiamo dalla Cronica arabica cantabrigense [Chronicon. Arab. P. I, tom. 2 Rer. Ital.] che Abul-abbas generale dei Saraceni in Sicilia cepit Panormum, et caedes magna fuit die octavo mensis septembris. Ma lascia di dir questo autore, se Palermo fosse allora in mano di qualche ribello del re moro, oppur de' cristiani greci, i quali nondimeno non ci resta vestigio che ricuperassero quella città, da che fu per la prima volta loro tolta dai Saraceni. In quest'anno ancora Atenolfo, principe di Benevento e signore di Capoa, prese per suo collega nel principato [Chronicon Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.] Landolfo suo figliuolo. Era in questi tempi conte del palazzo e conte di Milano Sigifredo, siccome apparisce da un suo placito [Antiq. Ital., Dissert. XII, pag. 717.] tenuto in Milano nella corte del duca. Secondochè ho io dimostrato altrove [Ibidem. Dissertat. VII.], nella corte dei re longobardi la principal dignità dopo la regale veniva considerata quella del conte del palazzo, appellato anche sacro palazzo, perchè a lui in ultima istanza si riferivano tutte le cause del regno, stendendosi perciò la di lui autorità anche nelle città delle marche del Friuli, della Toscana e di Spoleti, ma non già al ducato di Benevento.


DCCCCII

Anno diCristo DCCCCII. Indizione V.
Benedetto IV papa 3.
Lodovico III imperadore 2.
Berengario re d'Italia 15.

Da un diploma [Antiquit. Ital., Dissert. XXI.] esistente nell'archivio de' canonici di Reggio abbiamo che nel dì 12 di febbraio di quest'anno Lodovico imperadore soggiornava in Pavia. Le note son queste: Dat. II idus februarii, anno Domini DCCCCII, Indictione V, anno primo imperante domno Hludovico in Italia. Actum Papiae. Di qui ancora apparisce che la coronazione romana di questo imperadore dovette succedere dopo il dì 12 di febbraio dell'anno precedente. Anche il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.] ne cita un altro d'esso Lodovico, dato IV idus maii, anno regni sui in Italia secundo, Christi DCCCCII, ma senza far menzione dell'anno dell'imperio. E nell'archivio archiepiscopale di Lucca vi ha uno strumento scritto IV kalendas junii, anno II imperii Ludovici, Indictione V. Non si può giugnere a conoscere in quale degli anni, dappoichè Lodovico re di Provenza si impadronì del regno d'Italia, riuscisse a lui di cacciar Berengario fuori non solo di Verona, ma anche di tutta l'Italia. Crede il Sigonio che ciò avvenisse nel precedente anno. Comunque sia, pare indubitata cosa che Berengario ne fu cacciato; ed egli ritiratosi in Baviera presso il giovane Lodovico re di Germania, stette quivi ad aspettar qualche favorevole vicenda del mondo, per riacquistare il perduto regno. Se vogliam riposare sulla opinione del Sigonio, seguitata e fiancheggiata dal padre Pagi, dal Leibnizio, dall'Eccardo e da altri, in questo medesimo anno Berengario la ricuperò, e seguì la tragedia di Lodovico III imperadore suddetto, descritta dal poeta panegirista di Berengario [Anonymus, in Paneg. Berengarii, lib. 4.], da Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 11.], Reginone [Rhegino, in Chronico.] ed altri antichi storici. Racconta Liutprando, che dopo aver Lodovico conquistata l'Italia, e visitate varie sue Provincie, gli venne voglia di vedere anche la Toscana. A questo fine da Pavia passò a Lucca, dove con impareggiabil magnificenza fu accolto da Adalberto II duca e marchese di quella provincia. Restò ammirato esso imperadore al trovar quivi tante truppe, tutte ben in ordine, e nella corte d'esso Adalberto una sì gran suntuosità e proprietà, e le immense spese fatte da quel ricchissimo principe per onorarlo. Gli scappò pertanto detto in confidenza ai suoi domestici: Questo Adalberto s'avrebbe da chiamare piuttosto re che marchese, perchè in nulla è da meno di me, fuorchè nel nome. Riportato questo motto al duca Adalberto e a Berta sua moglie, donna accortissima, trovarono essi sotto queste parole nascoso il tarlo d'invidia; e però Berta da lì innanzi alienò da Lodovico l'animo del marito e degli altri principi d'Italia. Passò dalla Toscana a Verona l'imperador Lodovico, e quivi si mise a dimorar con tutta pace, avendo probabilmente licenziata parte dei suoi soldati, o messili a quartiere per la campagna. Scrive il panegirista di Berengario, aver esso Lodovico sottomessa Verona colle città circonvicine, perchè Berengario malconcio per una molesta quartana non potè fargli resistenza. E che andato Lodovico a quella città, ricompensò i suoi soldati con donar loro una gran quantità di poderi, togliendoli forse ai cittadini. Senza timore dipoi quivi se ne stava, perchè era venuta nuova, forse apposta fatta disseminare dallo stesso Berengario, che l'emulo Berengario era sloggiato dal mondo.

Nil veritus: metuenda nimis quia sustulit ipsum

Fama Berengarium lethi discrimina passum.

Ma non era morto nè dormiva Berengario. Ben informato egli dello stato delle cose da que' cittadini che tenevano per lui, e specialmente da Adelardo vescovo della città, che l'esortò a venire, per testimonianza di Reginone: prima ben concertato l'affare, una notte giunto con grossa brigata d'armati alle mura di Verona, vi fu introdotto, e sul far del giorno diede all'armi. Lodovico se ne fuggì in una chiesa. Scoperto e preso, fu presentato a Berengario, che forte il rimproverò per la mancata fede, e per aver rotto il giuramento di non ritornare in Italia; e, ciò non ostante, dopo avergli fatto cavar gli occhi, perdonò la vita allo spergiuro avversario, e lasciollo anche ritornar liberamente in Provenza. Nel panegirico di Berengario probabilmente l'adulazione fece dire a quel poeta, che contro la volontà di Berengario i suoi partigiani tolsero la vista a Lodovico. Giovanni Bracacurta, che forse avea per tradimento ceduta Verona a Lodovico, colto in una torre, restò tagliato a pezzi. I soldati provenzali, all'avviso di questa disavventura, tutti se n'andarono chi qua chi là dispersi, e Adalberto marchese d'Ivrea, genero di Berengario, diede loro addosso nel voler passare l'Alpi.

Dopo questo fortunato colpo non fu difficile al re Berengario di ricuperare il regno d'Italia, al quale si può ben senza fatica credere che l'orbo Lodovico imperadore fu obbligato di rinunziare, se volle la libertà di ritornarsene oltramonti. Che poi nell'anno presente avvenisse colla caduta del nemico principe il risorgimento del re Berengario, sembra che non s'abbia a dubitarne. Nell'archivio del capitolo di Modena tuttavia si conserva un diploma originale d'esso Berengario, già pubblicato dal Sillingardi, e poi dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Mutinens.], dato interventu Hegilulfi episcopi a Gotifredo vescovo di Modena, VII Idus Augusti anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi DCCCCII, anno vero regni domni Berengarii gloriosissimi regis decimo quinto per Indictionem V. Actum civitate Papiae. Ho io inoltre pubblicato [Antiquit. Ital., Dissertat. XIV.] un altro suo diploma, dato in favore di Pietro vescovo di Reggio, XVI kalendas augusti, anno dominicae Incarnationis DCCCCII, regni vero domni Berengarii piissimi regis XV, Indictione V. Actum palatio ticinensi, quod est caput regni nostri. Sicchè dee mettersi per cosa certa che riuscì nel mese di luglio al re Berengario di ricuperare il regno, e di far mutar paese all'Augusto Lodovico. Vedremo, andando innanzi, altre pruove concorrenti a persuaderci la sussistenza di questa opinione, e che si vede autenticata ancora da Leone Ostiense là dove scrive [Leo Ostiensis, Chronic., lib. 1, cap. 44.]: Ludovicus Bosonis regis provinciae filius regnavit annis tribus: cioè preso il principio del suo regno dalla elezione, siccome dicemmo, seguita in Pavia l'anno 900. Contuttociò insorgono tali difficoltà, non già intorno alla depression di Lodovico, ma sì bene intorno all'acciecamento suo, che, secondo me, convien credere molto più tardi balzato affatto dal trono d'Italia, e insieme privato degli occhi esso Lodovico. Queste le ho già esposte altrove [Antiquit. Italic., Dissert. XIV.], e le addurrò anche nel progresso di questi racconti. Altro, per quanto a me sembra, non accadde in quest'anno, se non che prevalse la fortuna di Berengario, aiutato da Adalberto duca di Toscana: laonde l'Augusto Lodovico fu obbligato a ritirarsi in Provenza con giuramento di più non tornare in Italia. Abbiamo poi da Lupo Protospata [Protospata, in Chronico., tom. 5, Rer. Ital.], che nell'anno presente Ibrahim re de' Saraceni africani venne a Cosenza nella Calabria, e vi morì colpito da un fulmine. Altra Cronica arabica [Chronicon Arabic. Ismaelis Abulfeda.] mette la sua morte per disenteria nell'anno presente, o pur nel seguente, e la dice succeduta in Sicilia.