Despectas viduas, inopes vacuosque patronis,
Assidua ut natos propria bonitate fovebat,
Mercatusque polum, indignis sua cuncta refudit.
Gli succedette nella cattedra di san Pietro Leone V, ma non durò neppur due mesi il suo pontificato. Secondochè s'ha da Vicenzo Belluacense, da Martino Polacco, da Tolomeo da Lucca, dal Platina e da altri, Crisoforo suo prete o cappellano il cacciò in prigione, ed occupò egli la sedia apostolica. Fa il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl. ad annum 900.] un giusto lamento sopra l'infelice ed obbrobrioso secolo, di cui ora andiamo parlando, con attribuire specialmente la sorgente di tanti disordini e mostri, che si videro sul trono di Pietro, alla prepotenza de' principi secolari, che vollero mischiarsi nell'elezione de' romani pontefici, concludendo in fine: Nihil penitus Ecclesiae romanae contingere posse funestius, tetrius nihil atque lugubrius, quam si principes saeculares in romanorum pontificum electionem munus immittant. L'osservazione del saggio e zelante porporato è bella e buona, e noi dobbiam desiderar che sempre duri la libertà ben regolata e da tanti secoli introdotta nel sacro collegio de' cardinali di eleggere il romano pontefice. Ma qui è fuor di sito l'epifonema dello zelante Annalista; perchè i malanni della sedia apostolica in questi tempi vennero dai Romani stessi, e non dai principi secolari. Per lo contrario in que' secoli, ne' quali il clero e il senato, i militi, cioè i nobili, e il popolo romano aveano tutti mano nell'elezione del sommo pontefice, nascevano bene spesso contese e scismi, non fu già creduto un abbominevol ripiego che i buoni imperadori adoperassero il loro consenso per frenare in questa guisa le gare, le fazioni e le prepotenze degli elettori. Abbiam veduto che il buon papa Giovanni IX conobbe canonico e necessario questo freno. Abbiamo anche veduto tanti buoni ed ottimi papi eletti in addietro; nè si può dire che nuocesse alla santa Sede l'esservi intervenuto il consentimento degli Augusti. Anzi allorchè non vi furono imperadori o non ebbero essi alcuna parte nell'elezion de' nuovi pontefici, e Roma si trovò piena di mali umori, allora succederono i disordini più grandi, come si può conoscere consultando la storia della Chiesa. Lodiamo dunque i principi buoni e i tempi presenti, e biasimiamo i principi cattivi di tutti i tempi; e rendiamo grazie a Dio che da tanti anni in qua camminano di sì buon concerto le elezioni de' romani pontefici, e questi buoni, e questi di edificazione, e non più di scandolo al popolo di Dio, senza che vi sia bisogno di freno ai disordini per mezzo della potenza secolare. Se Roma avesse allora avuto in Italia un imperadore, non sarebbe succeduta la deforme scena di Cristoforo, che illegittimamente si assise sulla cattedra pontificia, piuttosto tiranno che vero pontefice. Riferisce il Dachery [Dachery, Spicileg., tom. 6.] una bolla di questo papa Cristoforo, scritta nel fine dell'anno presente in favore della badia di Corbeia, Indictione VII, septimo kalendas januarii, imperante domno nostro piissimo Augusto Lodovico a Deo coronato imperatore sanctissimo. Si osservi questo nominar tuttavia imperadore Lodovico III, il quale pur vien creduto, siccome abbiam detto, che accecato fosse spinto fuori d'Italia.
DCCCCIV
| Anno di | Cristo DCCCCIV. Indizione VII. |
| Sergio III papa 1. | |
| Lodovico III imperadore 4. | |
| Berengario re d'Italia 17. |
Da un privilegio conceduto al monistero di San Vittore di Marsiglia, e pubblicato dai padri Martene [Martene, Veter. Scriptur., tom. I.] e Durand, noi impariamo che Lodovico imperadore soggiornava in Arles in Provenza nel dì 21 di marzo dell'anno presente, essendo dato quel diploma XI kalendas maii, anno Domini DCCCCIV, Indictione septima, anno quarto, imperante domno nostro Illudovico. Actum Arelate. All'incontro noi troviamo in Verona il re Berengario nel dì 4 d'aprile di questo medesimo anno, ciò costando da un suo diploma originale da me veduto nell'insigne monistero di san Zenone di quella città, e pubblicato con queste note [Antiquit. Ital., Dissert. XIV.]: Data pridie nonas aprilis, anno dominicae Incarnationis DCCCCIV, regni vero domni Berengarii piissimi regis XVII, Indictione VII. Actum Veronae. Ne abbiamo un altro già dato alla luce dal Sillingardi e poi dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Mutinens.], cioè un privilegio conceduto a Gotifredo vescovo di Modena, dato VIII kalendas julias, anno Incarnationis Domini DCCCCIV, anno vero domni Berengarii serenissimi regis XVII. Actum urbe ticinensi. Così sta nel suo originale. Un altro ancora spedito XVIII kalendas julii di quest'anno, Actum villa Itazani, si legge nell'archivio de' canonici di Modena. Perciò possiam conietturare che la pace per quest'anno continuasse in Italia, nè fosse turbato il re Berengario nel possesso dell'italico regno. Egregiamente già ha provato il padre Pagi [Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.] che nel presente anno fu cacciato dal trono pontificio l'usurpato re Cristoforo, e in suo luogo eletto e consecrato Sergio prete, cioè quel medesimo che dianzi nell'anno 898 vedemmo eletto papa in concorrenza di papa Giovanni IX. Ebbe più polso in esso anno 898 la fazione opposta; laonde egli senza poter giugnere alla consecrazione, fu necessitato a mutar cielo e a fuggirsene in Toscana, dove stette nascoso per sette anni. Bisogna qui ascoltar Frodoardo, scrittore di questi tempi [Frodoardus, de Roman. Pontificib., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], che ne parla nella seguente maniera:
Sergius inde redit, dudum. qui lectus ad arcem
Culminis, exsilio tulerat rapiente repulsam.