Però giusto fondamento a noi si porge per credere finalmente che in questo anno ritornato per la seconda volta l'Augusto Lodovico in Italia, niun caso facendo del giuramento verisimilmente prestato a Berengario nell'anno 902, allorchè fu costretto a ritornarsene in Provenza, riconquistasse Pavia, Milano e Piacenza, o, per dir meglio, tutta la Lombardia, e cacciasse ancor fuor di Verona il re Berengario allora infermo. Secondo i documenti originali da me veduti e dati alla luce, si truova Berengario nell'ultimo dì di luglio e nel primo di agosto del presente anno in Tulles, corte posta sul lago di Garda, dove a petizione di Bertila regina e moglie, e di Ardengo vescovo di Brescia ed arcicancelliere, concedette alcuni beni a certi suoi famigliari. Il primo è scritto II kalendas augusti, anno dominicae Incarnationis DCCCCV, regni domni Berengarii piissimi regis XVII (si dee scrivere XVIII), Indictione octava. Actum Tulles. Il secondo fu dato kalendis augusti con altre simili note, e coll'anno XVIII del regno di Berengario. Trovossi egli inoltre nel dì V d'agosto in Peschiera sullo stesso lago, dove fece un dono al monistero di san Zenone di Verona [Antiq. Ital., Dissert. XLI.], III nonas augusti anno dominicae Incarnationis DCCCCV, domni vero Berengarii piissimi regis XIX (va scritto con una unità di meno XVIIII), Indictione octava, Reginone scrive [Rhegino in Chron.] che in mense augusto haec mutatio regni facta est. Ma Galvano Fiamma [Flamma, in Manipul. Flor., tom. 11 Rer. Ital.] notò che Berengario XII kalendas augusti entrò di notte in Verona, e colse nella rete l'incauto suo avversario. E così appunto avvenne, ciò risultando dal suddetto diploma dato da Berengario in Peschiera, dove egli dice: Omnium noverit solertia, Johannem quemdam, qui alio nomine Braccacurta vocitabatur, nostrae olim fidelitati offensum, in qua etiam perdurans comprehensus est, et mulctatus, cujus res omnisque substantia legali judicio nostrae fuit ditioni subjecta, ec. Per buona ventura il panegirista di Berengario [Anonym., in Panegyr. Berengarii, lib. 4.] ci ha conservata questa medesima notizia, chiaramente comprovante che nel tempo appunto del ricuperamento di Verona, e dell'acciecamento di Lodovico Augusto, questo Giovanni Braca-corta infedele fu preso in una torre, e tagliato a pezzi. Ecco le sue parole:
Tu ponens etiam Curtum-Femorale Johannes,
Alta tenens turris, si forte resumere vitam
Sis potis: hinc traheris tamen ad discrimina mortis,
Et miser in patria nudos truncaris arena.
Sicchè oramai tocchiam con mano, in vigore delle addotte pruove, che appartiene al presente anno la seconda comparsa in Italia d'esso Lodovico, e la felicità delle sue armi, la quale poi andò a terminare in una sonora disavventura, per cui gli convenne tornar senza occhi in Provenza. Anche l'Annalista sassone [Annalista Saxo apud Eccardum, tom. 1 Rer. Ital.], Mariano Scoto [Marian. Scottus, in Chronico.] ed Ottone Frisingense [Otto Frisingensis, in Chronico.] riferiscono all'anno 905 la scena suddetta; e però non si dee questa rimuovere dall'anno presente. La cronologia di Sigeberto è affatto difettosa in questi tempi, massimamente per le cose d'Italia. Giugne [Sigebertus, in Chronico.] egli a differir la disgrazia suddetta di Lodovico sino all'anno 915. È stato di parere il padre Bernardo Maria de Rubeis [De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens. cap. 51.] che Grimaldo ossia Grimoaldo marchese, nominato in alcuni diplomi di Berengario da me dati alla luce, governasse in questi tempi la marca del Friuli, appellata anche veronense, perchè Berengario, prima d'essere re, nella nobil città di Verona avea fissata la sua residenza.
DCCCCVI
| Anno di | Cristo DCCCCVI. Indizione IX. |
| Sergio III papa 3. | |
| Lodovico III imperadore 6. | |
| Berengario re d'Italia 19. |
Può essere che in quest'anno si godesse dopo tanti affanni di contese e guerre una buona pace e quiete in Italia, se non che Andrea Dandolo scrive [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che in questi tempi la crudelissima e pagana nazion degli Ungheri scorse furiosamente l'Italia, incendiando i luoghi, tagliando a pezzi, e menando in ischiavitù le persone. Che il re Berengario mandò contra d'essi venti mila armati, pochi de' quali tornarono indietro. Si stese la rabbia di costoro a Trivigi, Padova e Brescia, con giugnere fino a Milano e Pavia, e passare all'estremità del Piemonte. Aggiugne che questi Barbari venuti in barche ne' contorni di Venezia vi abbruciarono Città Nuova e Equilo, Fine, Chioggia, Capodarzere, e diedero il sacco a tutto quel litorale. Tentarono anche nel dì 28 di giugno di arrivar fino a Malamocco e a Rialto, cioè alla stessa città di Venezia. Ma Pietro doge, facendosi loro incontro coll'armata navale, li mise in fuga. Durò una tal persecuzione tutto quest'anno. Il re Berengario altra maniera non avendo per isbrigarsi di questi cani, a forza di regali gl'indusse a tornarsene alle lor terre. Così il Dandolo, ma senza poter io accertare s'egli errasse con riferire a quest'anno l'irruzion fatta in Italia nell'anno 899, oppure nel 900, di cui s'è parlato di sopra. Abbiamo parimente dal frammento della vita di san Geminiano vescovo di Modena, da me pubblicata [Rer. Ital., P. II, tom. 2.], e scritta da un autore non solo vivente in questo secolo, ma vicino a questi tempi, che questa inumana gente ex horrendo Scytharum genere originem ducens, cioè venuta dalla Tartaria, arrivò anche a Modena, da dove era fuggito il vescovo con tutto il popolo. Entrarono nell'abbandonata città, si portarono al duomo, senza però toccare il sepolcro d'esso santo, nè inferirono danno alcuno alla città: il che fu attribuito all'intercessione del medesimo santo protettore. Se questo avvenisse nella suddetta prima entrata degli Ungheri in Italia, oppure nell'anno presente, non si può decidere. Solamente sappiamo, per relazione di Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 11.], che dopo avere il re Berengario riacquistato il regno d'Italia nell'anno precedente, e rimandato l'imperador Lodovico in Provenza con una tal memoria, che più non gli venne voglia di tornare in Italia, Hungarorum interea rabies, quia per Saxones, Francos, Suevos, Bajoarios nequibant, totam per Italiam nullis resistentibus dilatatur. Verum quia Berengarius firmiter suos milites habere fideles non poterat, amicos sibi Hungaros non mediocriter effecerat. Questi erano i flagelli della misera Italia dalla parte di Levante. Anche i Romani, Capuani e Beneventani portavano il peso d'altre simili sciagure per cagion dei Mori, ossia de' Saraceni, i quali fabbricatosi un buon nido, e ben fortificato al fiume Garigliano, scorrevano per tutto il contorno.